Quando Berlusconi fece salvare una chiesa aquilana dai soldi di Putin

Come accadde che il Cav riuscì a far spostare il summit dei "grandi" sui luoghi del sisma ed ad ottenere il loro aiuto economico diretto

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Il G8 che si svolse con la Presidenza italiana dall’8 al 10 luglio del 2009 verrà ricordato per alcune cose importantissime che non hanno molto a che fare con quanto da quel G8 emerse. Innanzitutto quello fu il vertice dei “Grandi” della Terra che dovettero spostarsi dalla Sardegna all’Abruzzo e che lo fecero per due motivi: necessità di cassa dello Stato italiano e solidarietà per una popolazione piegata e piagata dalla natura. Poi fu il G8 che arrivò, almeno nella sua calendarizzazione, a cavallo tra due esecutivi e tra due leader.

Venne infatti deciso da Romano Prodi e condotto da Silvio Berlusconi. Questo perché alle elezioni anticipate del 2008 e con la location già decisa, l’Isola della Maddalena in Sardegna, il “Professore” perse contro il Cav e gli passò il testimone di leader di Palazzo Chigi. Non era la prima volta che nel bel mezzo dell’avvicendamento tra i due big ci si mettevano snodi cruciali della storia patria.

L’altalena tra il Professore ed il Cav

Romano Prodi con Enrico Letta nel 2007 (Foto Giuseppe Carotenuto / Imagoeconomica)

Nel 2006 ad esempio, ma a parti invertite, Prodi vinse contro Berlusconi per poche migliaia di voti. E nella notte a cavallo tra esito del voto e passaggio di consegne venne arrestato dallo Sco Bernardo “Binnu” Provenzano, capo indiscusso della mafia corleonese. Quella volta del G8 però in ballo non c’era la gioia per le manette ad un mafioso, ma il dolore per le macerie di una terra.

Il 6 aprile del 2009 ci fu il terribile terremoto de L’Aquila, che avrebbe fatto 309 vittime, 2mila feriti e più di 10 miliardi di euro di danni. Fu il terremoto delle bieche risate telefoniche tra due imprenditori, Francesco Piscicelli e Pierfrancesco Gagliardi, che invece di partecipare al dolore universale di quella tragedia pregustavano i guadagni facili innescati dagli appalti per la ricostruzione.

Originariamente quel summit tra i grandi si sarebbe dovuto tenere all’Isola della Maddalena, in Sardegna, allo scopo di “compensare” la dipartita da quella splendida location della relativa base navale Usa. La base era stata sotto il comando per anni dell’ammiraglio di divisione, futuro ammiraglio di squadra, Antonino Geraci.

L’alto ufficiale della Marina fu anche nuovo comandante in capo del Dipartimento militare marittimo del Basso Tirreno e nuovo comandante FTASE, Forze Terrestri Alleate del Sud Europa. Si trattava dell’organismo militare congiunto più importante del Vecchio Continente, fronte meridionale.

L’isola e l’ammiraglio padre di Freddy Geraci

Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga con l’ammiraglio Antonino Geraci

Quel militare di rango altissimo che possedeva una magione, “Villa Teresa”, a San Vittore del Lazio. Insomma, in poco tempo arrivarono sull’orizzonte dei fatti italiani due cose: un nuovo premier ed un terribile evento naturale che cambiarono il corso della storia. Commissario del Governo per il G8 fu nominato Guido Bertolaso e vennero stanziati 630 milioni di euro iniziali per ospitare i leader e tenere gli eventi.

In realtà la location isolana sarda non era “gradita” proprio a tutti. Berlusconi ad esempio spinse moltissimo per tenere almeno qualche sessione a Napoli. Dal canto suo la Lega fece pressione per la “sua” Milano, questo per lanciare l’Expò del 2015.

Guido Bertolaso (Foto: Sergio Oliverio / Imagoeconomica)

Il terremoto a L’Aquila dissipò ogni dubbio peloso, ma il logo del 35° G8 era stato già consegnato e diffuso. Perciò a quelle tartarughe marine che contornavano il globo terracqueo, totem molto poco “abruzzesi”, venne semplicemente aggiunta una scritta che salvò capra e cavoli. Essa recitava: “G8 Summit 2009 – From La Maddalena to L’Aquila”. Lo scopo della nuova location non era solo etico e pertinente per il fatto che in agenda c’erano anche i disastri naturali. No, lo divenne anche perché dopo il terremoto c’era bisogno di risparmiare soldi e di stanziare-raccogliere fondi per la ricostruzione.

Servivano subito almeno 220 milioni ed il governo li tolse da quelli destinati alla viabilità sarda di accesso. A quel punto il Cav ebbe una delle sue intuizioni fulminanti. Perché non chiedere anche a Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia e Stati Uniti di farsi carico di alcune donazioni specifiche. E di prendere sui di sé il restauro di alcuni monumenti aquilani diventati macerie sbriciolate?

La lezione che ci diede il Kazakistan

L’epoca delle pacche sulle spalle tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin (Foto Scarpiello © Imagoeconomica)

E perché non allargare il più possibile l’ambito dei Paesi ospitati oltre quelli abilitati tra i “Grandi” per allargare il ventaglio di interventi di aiuto? La cosa funzionò, funzionò così bene che ad esempio il Kazakistan, che non era ovviamente né tra i grandi né tra le nazioni-bordone, ci diede una lezione memorabile. E si accollò la riedificazione dell’oratorio di San Giuseppe dei Minimi. Ma non furono solo quelli i soldi “strani” che arrivarono a dare sollievo a L’Aquila.

Ce ne furono altri, anche se a considerarli paradossali si giocherebbe sporco e sulla scorta di un ex post grosso come una casa. Furono ad esempio i soldi di Vladimir Putin. O meglio, i soldi di Dimitri Medvedev, allora Presidente della Federazione Russa ma di fatto surrogato dello “Zar”. Che stava impalcando la riforma che gli avrebbe consegnato il Cremlino fino ad oggi.

Un palazzo ed una chiesa “madre in Russia”

Foto: Daniele Scudieri © Imagoeconomica

La Russia infatti finanziò e realizzò il restauro di palazzo Ardinghelli e della chiesa di San Gregorio Magno. Il Centro del 19 giugno 2016 titolò così la fine dei lavori: “La Chiesa di San Gregorio riapre con i soldi di Putin”. A vincere l’appalto per l’utilizzo di quel milione ed 800mila euro dopo giudizio di una Commissione presieduta da Giovanni Carbonara fu l’architetto romano Paolo Rocchi. Era a capo della RTP, una riunione temporanea di professionisti.

I leader ebbero in dono delle “presentose”, gioielli tradizionali femminili consegnati dall’allora governatore abruzzese Giovanni Chiodi ai capi di stato riuniti a L’Aquila. Quei monili andavano in omaggio alle giovani donne quale promessa d’amore.

Chissà se Medvedev e e soprattutto Vladimir Putin se la ricordano ancora, quella promessa mantenuta per un disastro della natura. Oggi che in un’altra terra a portare il disastro sono stati loro.