Quando i ferri da calza fermarono i mitra SS: Auschwitz, 16 maggio 1944

La rivolta degli zingari del lager-macelleria contro i nazisti: per rimettere a fuoco una storia che forse vive troppo sugli stereotipi

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

“… con la sottoposizione dell’uomo al regime carcerario presso la Casa Circondariale di Cassino come disposto dall’Autorità Giudiziaria”. Finisce quasi sempre così, con le porte di un carcere che si aprono, l’opera omnia sulle “gesta”, obiettivamente non sempre specchiate, di molti rom di Cassinate, Frusinate, Pontino e Lazio. Da noi come in tutta Italia e, se vogliamo, un po’ nel mondo intero. La verità giudiziaria, quando acclarata, ovviamente non fa censimenti “etnici”, ma contribuisce indirettamente a foraggiare una verità pop. Comoda ed utile per cestinare altre circostanze in cui scoprire nuovi aspetti.

Quella per cui tutto ciò che ha a che fare con il mondo di rom, sinti, camminanti, calderash e zigani orientali è mercanzia da casellario giudiziale, di certo non è roba che fa la storia. “E’ uno zingaro, che ti aspetti?”: leggendo quei mattinali riportati in cronaca la più parte lo pensa/dice/proclama. E basta, senza appelli o analisi.
Ovviamente non è così per massimi sistemi concettuali e non lo è in modo particolare per quel che accadde oggi, ottant’anni fa.

La retromarcia del sergente Moll

Foto: Xiquinho

E accadde in uno dei luoghi che più di tutti, nello spazio e nel tempo dell’uomo, dell’uomo hanno piegato ogni istinto di sopravvivenza. Il 16 maggio del 1944 il famigerato sergente Moll, di stanza nel lager di Auschwitz col mostruoso compito di inserire i sali di Zyclon B nelle camere della morte, ebbe una brutta sorpresa. Circa 400 internati sciamarono per il campo con negli occhi la follia della disperazione e diedero vita ad una insurrezione.

Una rivolta muscolare e fiera durante la quale si registrarono atti di valore degni di un’epopea antica. Uomini lanciati contro le garitte munite di mitraglie Mg 42. Sassaiole e colpi di bastone contro armi da fuoco letali e letalmente usate con la perizia tipica del soldato teutonico radicalizzato dal nazismo.

Il tracollo di quell’orrorificio polacco iniziò lì e in quel giorno, col sergente Moll che per quella volta dovette scappare dal tetto da cui dispensava morte a mazzi. Dovette fuggire via per non morire lui, bestia fattasi bimbo adiposo e pauroso, cacciatore fattosi preda.

Varsavia e Birkenau: epopea e silenzio

La pattuglia del I Squadrone del XII Reggimento Lancieri Podolski che prese le rovine di Montecassino

In quelle stesse ore la bandiera polacca stava per sventolare sulle rovine di Montecassino dopo mesi di resistenza tedesca veniva annegata nel sangue la rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia. Insurrezione che però nei libri di storia, ha il suo bel capitolo di rimembranza epicheggiante, come è giusto e sacrosanto. E dove sta la differenza?

Nel fatto che i 400 che misero una strizza grossa come una casa addosso agli aguzzini di Auschwitz erano tutti, e sia chiaro tutti, Sinti e Rom: zingari. Accadde nello Zigeunerlager, il campo degli zingari, il solo settore del campo in cui le famiglie non venivano separate. Lì c’erano più o meno 5mila persone tra uomini, donne e bambini. Tutti rom, sinti e manouche, zingari di provenienza francese.

All’appello, di quei 5000, ne mancavano già circa 1850 originari della zona di Bialystock, uccisi nelle camere a gas. Il dato è che per ordine di Hans Frank quel giorno il settore zingaro di Aushwitz andava ripulito. Il che significava, nel lessico burocratico in cui Hannah Arendt avrebbe ravvisato la “Banalità del male”, che quei 5000 andavano ammazzati, tutti e subito.

“Circondate le baracche”

(Foto: Museo del 900 e della Shoa di San Donato Valcomino)

Si partì di protocollo quasi pigro, assonnato: il cordone di SS che cinturava le baracche e l’ordine di uscire dalle stesse. Non uscì nessuno, non ci furono file stanche di pecore pronte al macello. Dalle baracche provenivano solo rumori scattisti ma ovattati, e qualche piccolo clangore di metallo sbattuto sulle gavette. Erano ferri da calza impugnati a mo’ di pugnali, nascosti dietro gli slarghi di pantaloni giganti che circondavano vite scheletriche. Era il no degli zingari ad un destino segnato. Era la rivolta.

Le ricostruzioni dell’epoca parlano dell’ufficiale in comando, Schwarzhuber, poi finito impiccato nel maggio del ‘47, che chiamò a rapporto il Blockalteste, il responsabile di settore. Delle intenzioni stragiste delle SS gli zingari erano stati preavvertiti da Tadeusz Joakimoski, un deportato politico polacco, perciò avevano avuto il tempo di attrezzarsi, con disperazione e tigna al contempo.

Paletti di legno affilati sul bordi delle gamelle, ferri da calza, spilloni, tubi, cucchiai lavorati a filo sulle selci, vanghe da lavoro e perfino mostrine perse dai “gaggè” durante le parate mattutine e rese mezzi rasoi. Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano ne hanno dato una descrizione superba di quell’epos dimenticato nel loro La rivolta degli zingari, Auschwitz 1944, Edizioni Mursia.

La ricostruzione di quelle ore

Foto: Frawe51 / Flickr

“A quel punto l’ufficiale perse la pazienza e mise mano al frustino. Cominciò a colpire a casaccio, mentre uno dei soldati afferrava per i capelli una ragazza, cercando di trascinarla fuori. Lei urlò e quel grido fu come uno squillo di tromba. Improvvisamente i prigionieri insorsero, venendo a una vera e propria colluttazione con i soldati, che furono costretti ad arretrare. Si sentirono due colpi di fucile, e per un attimo fu il fuggi fuggi, ma i colpi erano stati sparati in aria”.

Lo stesso “Kalendarium” di Auschwitz-Birkenau riporta i fatti in mattinale del 17 maggio. “Verso le 19 nel campo BIIE è ordinata la Lagersperre. Davanti al campo arrivano alcuni autocarri da cui scendono SS armati con fucili mitragliatori. Il Comandante ordina agli zingari di abbandonare gli alloggi. Dato che sono stati preavvisati, gli zingari armati di coltelli, vanghe, leve di ferro e pietre, non lasciano le baracche. Sorpresi le SS […] dopo una consultazione […] lasciano il campo BIIE”.

Si andò avanti per ore, con minacce di dar fuoco alle baracche, ma nulla. Anzi il focolaio di rivolta rischiava di estendersi a tutto il lager dal Block II-E da cui era partito. Per alcuni minuti i centomila disperati di Aushwitz, tre volte la popolazione di Cassino di cui nel ‘45 sarebbe rimaste solo poche centinaia di superstiti, fecero paura. Le pecore mostrarono i denti ai lupi e i lupi arretrarono.

“Arretrate, oggi non è cosa”

Solo per un attimo, quanto bastò ad evitare il massacro gitano del 16 maggio. Le mitraglie Mg-42 e 34 si ritrovarono a tacere di fronte ai ferri da calza per una di quelle circostanze che nella Storia sono rare, ma non impossibili.

Invece di fare un macello, Schwarzhuber ordinò ai suoi sgherri neri di arretrare ed agli zingari di rientrare nelle baracche. Gli uomini vennero trasferiti e il 2 agosto le SS uccisero tutte le donne e i bambini. E ci misero molto più entusiasmo, nel farlo, perché quelli erano i testimoni della loro vergogna arretrante. Ed i totem viventi di una cosa che dovremmo capire anche oggi, ma questo un nazista non lo capirà mai.

Che non esistono “untermenschen”, razze inferiori, che non esistono razze, esiste solo la rabbia contro chi le razze le vede. E che esiste il coraggio della disperazione, quello che a volte la fa sul serio, la Storia.

E che magari ci porta ad arrossire subito dopo aver detto “è uno zingaro, che ti aspetti?” solo perché è zingaro e non perché ha violato la legge.