Il 30 luglio del 1984 partirono i lavori di uno degli attraversamenti sul fiume Liri. Un'opera storica e soprattutto strategica per la mobilità della città fluviale. Il sindaco Bartolomucci modificò il progetto andando ad incidere direttamente su via Pirandello. L'inaugurazione il 2 giugno 1989
Le opere pubbliche degli anni Ottanta ad Isola del Liri segnano un passaggio decisivo nella trasformazione urbanistica della città. Non fu una stagione qualunque: fu il momento in cui Isola smise di pensarsi come un centro “chiuso” e iniziò finalmente ad immaginarsi come una città attraversabile.
Tra quelle opere, una su tutte ha inciso nella vita quotidiana degli isolani: il ponte di via Pirandello.
Un nuovo attraversamento sul Liri

Le procedure per la sua realizzazione si avviarono all’inizio degli anni Ottanta e portarono, dopo un percorso lungo e complesso, all’inaugurazione del 2 giugno 1989. Era il terzo ponte della città e non un semplice collegamento: era una scelta strategica. Perché?
Con il ponte di Pirandello si ampliava in modo significativo il sistema degli attraversamenti sul fiume Liri. Fino a quel momento la città poteva contare sui due ponti storici interni, ponte Roma e ponte Napoli: dividono la terraferma dall’isolotto da cui Isola del Liri prende il nome. Strutture ricostruite nel 1945, dopo che i tedeschi in ritirata le avevano fatte saltare nella notte del 31 maggio 1944.
A questi si era aggiunto, nel dopoguerra, il ponte di via Po: la prima grande opera pubblica del secondo Novecento. Fu quello a creare la prima vera “ciambella” urbana, permettendo di percorrere l’intero perimetro cittadino – poco più di un chilometro – in entrata e in uscita. Prima, semplicemente, non era possibile.
Un’opera strategica

Isola del Liri aveva due sole direttrici: via Roma per chi arrivava da Castelliri e via Napoli per chi proveniva da Fontana Liri; nessuna strada si intersecava realmente all’interno del paese. Via Po (alla fine degli anni Sessanta) e via Pirandello (a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta) cambiarono tutto.
Il ponte di Pirandello chiuse un cerchio iniziato sul finire degli anni Settanta, con la costruzione delle case popolari e di nuovi insediamenti residenziali in una zona che, fino ad allora, era una strada senza uscita. Con il nuovo ponte, quel quartiere smise di essere periferia cieca e diventa snodo urbano.
Ma non solo. L’opera consentì di deviare il traffico pesante, evitando che i mezzi diretti alle fabbriche – ancora allora pienamente operative – congestionassero il centro cittadino. Un intervento che univa viabilità, sviluppo industriale e qualità della vita.
Il cambio di progetto e l’inaugurazione

Curiosamente, il primo progetto prevedeva un tracciato diverso. Il ponte avrebbe dovuto sorgere circa trecento metri più a monte, costeggiando l’Agip di Gerardi, attraversando il fiume e immettendosi su una strada parallela, dove oggi si trova il mercato, accanto agli stabilimenti Costantini.
Fu il sindaco dell’epoca, Enzio Bartolomucci, insieme ai tecnici incaricati, a scegliere di spostare l’attraversamento più a valle, sull’attuale via Pirandello. Una decisione non indolore: per realizzarla fu sacrificato il secondo campo di calcio regolamentare del paese, di proprietà della Curia vescovile.
I lavori iniziarono il 30 luglio 1984. L’investimento complessivo fu di sei miliardi e mezzo di lire, una cifra importante per l’epoca. Servirono cinque anni per completare l’opera. Il 2 giugno 1989 il ponte fu finalmente inaugurato, con il taglio del nastro che sancì, simbolicamente, un nuovo assetto urbano per la città fluviale.
Quando le opere diventano memoria

Oggi il ponte di Pirandello è parte del paesaggio quotidiano di Isola del Liri. Lo si attraversa senza pensarci, come accade a tutte le opere che hanno davvero funzionato. Ma dietro quell’asfalto e quel ferro c’è una stagione di scelte, di visione e anche di sacrifici.
Gli anni Ottanta non furono solo un tempo di cantieri: furono il momento in cui Isola del Liri decise di crescere cambiando pelle, senza rinnegare la propria natura di città d’acqua. Ed è forse questo il segno più autentico delle grandi opere pubbliche: quando smettono di sembrare straordinarie e diventano, semplicemente, parte della vita di tutti.



