Quella legge che fece molto… Rumor ed un governo che ne fece pochissimo

Il Presidente del Consiglio che per chetare gli animi cattolici dopo la legge sul divorzio varò le baby pensioni: con 10 miliardi di costi

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Giornata ricca di impegni per il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, quel venerdì 15 marzo del 1974. In agenda era previsto, alle 11.30, l’intervento alla cerimonia del 30° anniversario della distruzione di Cassino ed il successivo conferimento della Medaglia d’Oro al Merito Civile al Comune di Mignano Montelungo. Il rientro a Roma per Leone era previsto per le 19.20 della sera. Ma non erano solo gli step tra Cassinate ed Alto Casertano legati agli orrori bellici di trent’anni prima a saturare il carnet del Capo dello Stato.

Basti pensare che solo poche ore prima del suo arrivo nella Città Martire, alle 9 del mattino, presso lo Studio alla Vetrata, c’era stato il Giuramento del Presidente del Consiglio dei ministri. Cioè del professor onorevole Mariano Rumor e quello dei ministri del suo governo. C’è un dato che sfugge ad una lettura superficiale di quel nome come uomo di punta di Palazzo Chigi: di governi Mariano Rumor ne arrivò a presiedere cinque ed il terzo cadde il 6 luglio del 1970, quasi 54 anni esatti fa e 4 anni prima che lo stesso venisse richiamato in servizio per un altro giro di giostra alla guida del Paese.

Cinque incarichi per un vicentino

Mariano Rumor (Archivio Rumor)

Per trovare premier più gettonati di Rumor bisogna scomodare titani post risorgimentali come Agostino De Pretis, che ebbe otto incarichi, o Giovanni Giolitti con i suoi cinque ma spalmati su più tempo. Oppure l’inossidabile Giulio Andreotti, che contò su sette chiamate. Discorso a parte merita Benito Mussolini, che tecnicamente fu ininterrottamente in carica dal 1922 al 1943 ma che aveva la grossa tara di essere diventato in corso d’opera un dittatore.

Ma cosa ebbe di particolare quel governo Rumor là, che ebbe vita tanto effimera quanto sofferta fin dal 28 marzo quando ebbe numeri per una fiducia spuntata il 10 aprile?

Per comprendere questo pezzo trascurato della complessa storia dell’Italia Repubblicana sarà utile tratteggiare meglio il personaggio. Mariano Rumor non solo era un democristiano, ma era soprattutto un Doroteo. Cioè un segretario della DC che fece parte di quel gruppo di esponenti atlantisti riuniti nel convento di Santa Dorotea a Roma (da cui il nome) che vedevano la linea di Amintore Fanfani come un’eresia in purezza.

Quale linea? Quella di una progressiva apertura al Psi che più tardi avrebbe lusingato ma in chiave Pci lo stesso Aldo Moro, generando l’altra corrente della Balena Bianca, quella dei “Morotei”.

Morotei all’attacco: Fanfani trema

Aldo Moro (Frame da ‘Aldo Moro 40 anni dopo’)

Insomma, il vicentino Rumor era un cristiano fautore dell’atlantismo e della linea di Dossetti per cui solo un riformismo cristiano era visto come grimaldello per far progredire l’Italia. Il guaio di Rumor fu che la sua carriera politica ed istituzionale andò a sovrapporsi ad un periodo storico in cui le ortodossie tricolore venivano minate dall’incedere di una storia rivoluzionaria a tutti gli effetti. Questo innescò non soltanto l’imbarazzo dello stesso Rumor, ma anche una serie di iniziative legislative che lo avrebbero messo nel novero del Presidenti del Consiglio più “spendaccioni” di sempre.

Il principio era che Rumor doveva far digerire all’elettorato chiericante e moderato italiano alcuni rospi davvero grossi, e per tenerselo agganciato in orbita di consenso concesso troppo e troppo in fretta, salassando le casse dello Stato all’inverosimile. Ma quali rospi?

Il primo ed il più grosso fu quello dell’introduzione della legge del primo dicembre 1970, la 898 Fortuna-Baslini sul divorzio.

La Legge 898 e le urla del Vaticano

Una manifestazione del 1962 per il divorzio

Pochi ricordano che se il referendum abrogativo ci fu quattro anni dopo, la legge era già pienamente tale nel ‘70, e con tutto l’universo cattolico che si ritrovò a voltare le spalle a quel premier che ci aveva messo suggello istituzionale. In più, quello fu l’anno di un immenso sciopero generale della Fiat, quasi a riprova concettuale che il Paese viveva fibrillazioni telluriche a cui il ceto medio ed orante non era abituato. E di cui aveva paura.

Rumor andò in crisi, anche se nel suo precedente mandato aveva fatto di tutto per ingraziarsi quella parte di popolazione che nella mistica DC costituiva la base imprescindibile per un sistema complesso stabile. E che guardasse ad Ovest e soprattutto alla sponda del Tevere da cui campeggiava il Vaticano.

In pochi mesi aveva varato la scuola materna statale, incentivando le assunzioni delle nuove figure didattiche. Poi la nascita delle Regioni e lo Statuto dei Lavoratori, che introdusse garanzie mai viste ma necessitanti di coperture economiche monstre. Infine si giocò la briscola più grossa con la riforma delle pensioni ed il DPR 1092 recante “Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato”. Erano appena nate le baby pensioni che poi avrebbero trovato lo stato dell’arte nel 1976.

Sai che c’è? Mi dimetto

Mariano Rumor (Archivio Rumor)

Venne concesso ad esempio alle dipendenti pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Ai dipendenti pubblici uomini di uscire dopo 19 anni sei mesi e un giorno.

L’Italia si riempì principalmente e progressivamente di due categorie: poco più che 30enni che non lavoravano più e che già prendevano il mensile a vita. Under 30 che facevano la fame in fabbrica senza diritti e – terza categoria fomentata, questa – una parte di essi che sfuggì al controllo del Pci e si imbarcò nell’eversione terroristica. I costi per lo Stato delle baby pensioni sono intuibili dai dati del 2011.

In quell’anno il numero totale di italiani andati in pensione a meno di 50 anni era oltre mezzo milione. Di questi 425mila erano del pubblico impiego ed il costo era di quasi 10 miliardi di euro.

Perso tra il placet al divorzio ed una casella della Storia che lo avrebbe condannato al ruolo di “salassatore”, il presidente del Consiglio che voleva “alleviare” i dolori del ceto medio per un progresso a cui erano pronti ma non troppo rimise il mandato. Perché quella legge sul divorzio e le urla del Vaticano fecero tanto rumore, anzi, tanto… Rumor.