Tutina, il nome che basta: la pizza che ha dato un’identità a Sora

A Sora c’è un segno distintivo che non sta nelle guide ma nella memoria collettiva: Tutina. Una pizza unica, una famiglia, un quartiere e una città intera racchiusi in un forno che continua a raccontare una storia di amore, lavoro e umanità.

Gianpiero Pizzuti

Pronti, pazienza e via

Ogni città ha un segno distintivo. C’è chi può vantare monumenti, chi panorami, chi personaggi illustri. Sora ne ha uno che non compare in nessuna guida turistica, non è inciso sulle targhe e non ha bisogno di spiegazioni: Tutina.

Non serve dire di cosa si tratta. Basta il nome e l’associazione è immediata, in Italia come all’estero. Dietro un pugno di farina di grano tenero, lievito, sale, salsa di pomodoro fresco e olio d’oliva, prende forma una pizza unica nel suo genere, capace di racchiudere la storia di una famiglia, di una strada, di un quartiere e, alla fine, di un’intera città.

Qui non esistono menù articolati né varianti creative. La pizza è quella di Tutina, punto. Rossa, con la mortadella oppure con il salame e la sottiletta. Non ci sono alternative, non perché manchi la fantasia, ma perché il rito è più forte della scelta. Il resto lo fa il palato, e la memoria.

Quella pizza non è solo un prodotto gastronomico: è un linguaggio condiviso, un segno identitario che mette d’accordo generazioni diverse, sorani e viaggiatori, chi è rimasto e chi è partito. Una certezza in un mondo che cambia, un sapore che non ha mai sentito il bisogno di reinventarsi per restare attuale.

La fuitina, il forno e una città che cresce

La giovanissima Tutina nel forno del nonno

La storia di Tutina nasce nel cuore del centro storico di Sora, in via Canceglie. Nasce da una fuitina, come si diceva una volta: due ragazzi innamorati che decidono di scappare insieme, per mettere le famiglie di fronte al fatto compiuto ed imporgli il ‘matrimonio riparatore’. Lei è minorenne, lui più grande di sei anni. Lei è Restituta Alonzi, per tutti Tutina.

Tutina nasce a Sora nel 1944, in una città appena liberata dagli Alleati. A sei anni vende ciambelle e pane nella bottega del nonno Giuseppe, al civico 25. È così piccola che per arrivare al banco deve salire su due cassette di legno. Cresce lì, tra farina, lavoro e sacrifici, e si innamora di Emanuele Capasso, muratore ventenne.

Scappano. La fuga dura poco, ma porta a un matrimonio voluto soprattutto dal nonno Giuseppe, che per regalo compra ai due un locale accanto al suo: il civico 31 di Canceglie, dove la pizzeria non si sposterà mai più.

Tutina con una cliente negli anni ’60

Emanuele lascia il lavoro da muratore, si rimbocca le maniche con la moglie e inizia a impastare. Siamo agli inizi degli anni Sessanta, nel pieno fermento di una città che cresce. Arrivano i figli: Giuseppe, Rocco, Guido. La pizza di Tutina conquista tutti. Lei ci sa fare, e quando può regala il suo prodotto a chi non può permetterselo. Senza proclami, senza pubblicità. Solo con umanità.

L’eredità che non cambia pelle

Nel 1992 la pizzeria si rinnova, ma durante i lavori Tutina si ammala. Non perderà mai il sorriso, quello stesso sorriso che si spegnerà nel 1996. Ai funerali, una folla commossa accompagna l’ultimo saluto. Qualcuno dice sottovoce: “È andata via la mamma di Sora”.

Papà Emanuele e Guido continuano. Rocco resterà in pizzeria fino al 2010, poi subentrerà Angelo, cognato di Guido. Ma il cuore resta lo stesso.

Guido Capasso, terzo figlio di Tutina

“La nostra è una storia semplice di un prodotto che non ha cambiato pelle negli anni”, racconta Guido Capasso, che tutti continuano a chiamare Tutina. “È sempre lo stesso, ed è per questo che piace”. Da qui passano persone da tutto il mondo: Canada, Brasile, Argentina, Venezuela, Stati Uniti, Europa. Figli di emigranti che tornano a Sora e fanno una sola prima tappa: Tutina. Per ritrovare gli stessi sapori di quando erano bambini o che gli raccontavano i genitori descrivendo la loro gioventù prima dell’emigrazione.

Da cinque anni le pizze viaggiano anche sottovuoto. “Un canadese ne portò via venticinque, con una valigia che non riuscivo mai a chiudere”. E poi il ricordo più intimo: “Mia madre, sul punto di morte, mi disse di avere sempre un occhio di riguardo per i bambini”. Una regola che non è mai stata dimenticata.

Capitolo finale – L’anima che resta accesa

Angelo (cognato di Giudo), Guido Capasso figlio di Tutina) e Alessia moglie di Guido sorella di Angelo

Guido ha tre figlie e non sa se continueranno questa storia. “Mi farebbe piacere”, dice, “ma io non mi sono mai pentito della scelta fatta nel 1992. Se sono ancora qui, vuol dire che ho saputo dare continuità”. Una continuità che passa anche dal nome: la pizzeria non si chiama Capasso, si chiama Tutina. E non cambierà mai.

Ogni quadro, ogni foto, ogni ritratto sulle pareti racconta la stessa presenza. L’anima di questo posto e dell’intero quartiere è lei. In un tempo in cui tutto si reinventa in fretta, Tutina resiste restando uguale. E forse è proprio questo il suo segreto: non essere mai diventata un marchio, ma restare una storia viva, impastata ogni giorno con la stessa semplicità di allora.