[IL PUNTO] La squadra di Alvini vola a ridosso delle grandi e fa ben sperare per il futuro. Cosa c'è dietro l'ottimo avvio di stagione dei giallazzurri. Terza giornata ricca di spunti tra l'incubo caldo, arbitri a ruota libera e l'esonero dell'ex Fabio Grosso
Il Frosinone viaggia a ridosso delle grandi, strappa titoloni e complimenti, mister Alvini se la gioca come sa fare col suo calcio verticale e garibaldino, i pretoriani vanno a memoria (ma anche il resto della truppa è vicino a quegli standard) e il popolo giallazzurro si mostra orgogliosamente a petto in fuori sulla cresta dell’onda. Dopo 3 giornate, 6 punti in classifica. Due in più del Frosinone di Di Francesco che alla terza giornata della stagione 2023-’24 aveva perso in casa (1-3) con il Napoli, battuto l’Atalanta (2-1) e pareggiato 0-0 a Udine.
Nessun paragone, oltre il dato numerico della graduatoria. Perché è evidente la discontinuità tecnica, strutturale e gestionale rispetto a quegli organici, anche a quelli vincenti delle stagioni tra i Cadetti, quando il motto, il comune denominatore, era “giovani, valorizzazioni e sostenibilità”.
Discontinuità e investimenti

Quella discontinuità l’ha fatta intendere chiaramente il presidente Maurizio Stirpe – nella conferenza stampa congiunta con Bob Gold, referente del Fondo Usa ‘Clara Vista’ che detiene l’80% delle quote del Club e il 51% della Tis – con una frase: “Abbiamo investito in un mese 32 milioni di euro, cosa che a Frosinone non eravamo mai stati in grado di fare”. Ma nessuno potrà mai imputargliene una colpa, anzi. Stirpe poteva muoversi esattamente in quel perimetro. E in qualche occasione è andato anche oltre il limite.
Una frase di Bob Gold ha colpito: “… Per essere una squadra di serie A bisogna avere strutture e soldi e noi siamo venuti qui per investire”. Gli investimenti grazie all’ingresso di capitali d’Oltreoceano per ora (in attesa del cambio di passo definitivo per le infrastrutture, così da evitare il tour della Ciociaria a prima squadra e settore giovanile) sono facilmente traducibili dalla composizione dell’organico.

Il gruppo dei 27 giocatori messi a disposizione di Alvini è formato da una solida fetta di elementi tutti di proprietà e dal respiro internazionale (Akpoguma, Berligea, Bobcek, Terzic, Grillitsch, Schmid, Fayed, El Azzouzi, Tchato), da un gruppo storico selezionato dopo l’ultima promozione (Palmisani, Oyono, Monterisi, Bracaglia, Cichella, Calò, Kvernadze, Ghedjemis e Pisseri di proprietà; Cittadini, Calvani, Raimondo e Fini in prestito) e da innesti italiani mirati (Masini, Hasa e Zerbin di proprietà; Amey e Desplanches in prestito). Significa anche che i giovani in età di Lega sono appena 7, dei quali 3 in prestito da altre società (Calvani, Fini e il golden-boy della Serie A Antonio Raimondo).
La Serie A patrimonio di una provincia
Mancano ‘appena’ 35 giornate alla fine. Come se fossimo alle prime bracciate di una lunga traversata a nuoto. Bisognerà essere pronti e temprati a tutto per restare a galla al gong che fungerà da vero spartiacque sul futuro del club giallazzurro. Temprati alla bonaccia, al mare mosso e alle onde alte. Alvini e il suo staff hanno il compito di avvicinare i nuovi allo standard ideale. A Reggio Emilia in Coppa Italia la risposta è stata eccellente, oltre il risultato.

E il tecnico gongola perché la competizione non può che innalzare il livello e la qualità dell’organico. A fine stagione vorrebbe sorridere anche la Società perché, con una Serie A in tasca vedrebbe aumentato il patrimonio tecnico in modo strutturale.
Quella Serie A che deve essere sentita come patrimonio di una provincia intera e non solo di una enclave. I personaggi citati nel “Taglia e cuci prima di Frosinone-Venezia” (leggi qui: Il “taglia e cuci” prima di Frosinone-Venezia) rappresentano il volano in grado di assorbire attorno al club giallazzurro le migliori risorse del tessuto economico-finanziario. E non solo per 90’ di partita.
Comandano le tv alla faccia del caldo tropicale

Il tecnico di Fucecchio nella conferenza stampa post-partita ha parlato di 60’-70’ di gran calcio, sottolineando poi la ‘pausa’ che aveva portato il Venezia al provvisorio pareggio: “… la squadra ha smesso di fare le cose che sa fare bene e il Venezia ci ha ripreso…”. Quella pausa ha probabilmente nome e cognome: caldo africano. Ed è lo stesso nome e cognome che aveva bloccato le gambe a Schmid & Co. a metà della prima frazione di gioco contro la Juventus.
Il caldo africano, la coda dell’estate, il calor bianco. Chiamatelo come volete. I calciatori sono uomini, alcuni di loro giovanissimi, che hanno la fortuna di giocare lo sport più bello e seguito al mondo. Non sono Superman. Si gioca a 40-45 gradi alle 15? Tutto normale? Niente affatto. Le Tv a pagamento hanno tra le mani le fortune della terza industria del Paese perché, inevitabilmente, la tengono in piedi.
Ma serve maggiore attenzione sia nei confronti degli attori protagonisti (calciatori, tecnici e addetti ai lavori) che dei maggiori finanziatori di questo spettacolo, i tifosi. I 40-45 gradi e ‘fratello sole’ a perpendicolo non fanno bene a nessuno. Degli Stadi refrigerati in estate o riscaldati in inverno non ve n’è l’ombra nel Paese che rimanda a scuola nel fine settimana bollente milioni di ragazzi. Sarebbero bastati 700 milioni di euro per mettere a norma le classi, anche solo con pale refrigeranti. Niente di niente.
E poi se sotto la canicola va male, c’è qualcuno che finisce all’ospedale come Bozhinov del Pisa a Castellammare di Stabia. E se va bene succede che in campo non ci sono solo i cooling-break (a Frosinone nel primo tempo ne sono stati fatti 2) ma anche i black-out e che una squadra all’improvviso smetta di giocare. Il rovescio della medaglia è che, sempre immolati sull’altare della programmazione Tv, in Italia si gioca anche a gennaio alle 20.45 a -8 gradi a Milano.

Tutto normale? Non ne siamo certi. Ma se si rompono i tendini o i legamenti delle ginocchia in serie, pagano i Club. Comandano solo le TV. Comanda la loro programmazione. Comandano gli incastri nelle frequenze. Le Leghe non contano più niente. Le Società meno di niente. La Figc sta nel guado, comprese tutte le componenti. I calciatori e gli allenatori sono numeri che debbono passare all’incasso a comando, nel loro costo del lavoro è anche compreso quello ‘scomodo’, ovvero l’imprevisto, l’infortunio, il malore.
La grande alleanza delle proprietà straniere
E allora il mondo del calcio italiano deve tornare ad avere voce in capitolo. E ben venga, magari, il maggiore peso specifico dello ‘straniero’. La Serie A è ormai nelle mani di Proprietà americane (9 Club: Roma, Inter, Milan, Fiorentina, Parma, Atalanta, Monza, Venezia e Frosinone), canadese (1, il Bologna) indonesiana (1, il Como), rumena (1, il Genoa) e un’altra è sulla rampa di ingresso (Cagliari, closing previsto a fine anno).
In Serie B lo ‘straniero’ è già passato in 6 Società su 20. In Lega Pro sono entrati capitali d’Oltralpe. L’italianità dei capitali corre inevitabilmente verso la minoranza. E chissà se le nuove Proprietà non possano fare cartello, coalizzarsi e pensare, in sede di discussione dei Diritti tv tra 3 anni, di muovere in altra direzione. In un Canale proprio, ad esempio. Un vecchio pallino della Lega di Serie A.
Le recriminazioni ingiustificate di Stroppa
Nel post-partita con il Venezia, il tecnico dei lagunari Giovanni Stroppa si è lamentato per la decisione arbitrale di non concedere il rigore per presunto tocco di Palmisani su Adams. Le immagini sono chiare, attorno al 15’ della ripresa: Adams tocca il pallone di testa in velocità, Palmisani in uscita lo sfiora con la mano destra, l’attaccante rimane in piedi e solo quando vede che il pallone destinato a terminare fuori viene spazzato via da Bracaglia si getta per terra con le mani sul volto.

Non è mai rigore, non lo sarebbe stato ieri e non lo è oggi. Lascia invece parecchi dubbi il calcio che in certi momenti diventa rugby, il signor Perri di Roma (esordiente nello scorso maggio nella massima serie) al ‘Benito Stirpe’ ha dato questa vaga impressione. Piuttosto l’applicazione di un regolamento campo-Var a maglie larghe, espone il fianco ad un quesito: e tutti i campionati decisi da una superiorità numerica a seguito di un mischione proibito, da un calcione in area, da un tocco di mano in appoggio a terra, da una simulazione? Alla continuazione della stagione l’ardua risposta.
Esonerato Grosso, campione di signorilità
Salta intanto la prima panchina della stagione. E dopo 3 giornate a farne le spese è un amico del Frosinone, Fabio Grosso, tecnico della promozione dei giallazzurri nel 2022-2023. Un campione del Mondo (anche) di signorilità oltre che indimenticato protagonista dell’ultimo Mondiale di successo per l’Italia. Tre sconfitte di fila gli sono fatali, come accadde al Brescia con Cellino presidente.

Il Club Viola non gli ha dato tempo di mettere insieme un gruppo completamente rinnovato e con ben 6 giocatori arrivati negli ultimi giorni di mercato. Il Direttore dell’area tecnica Paratici e il ds Goretti hanno richiamato nella notte Vanoli che dopo la salvezza non era stato confermato in vista del cambiamento radicale da affrontare.
La dura vita del campione del Mondo è anche quella di Daniele De Rossi, tecnico del Genoa che ha festeggiato domenica i 133 anni di storia. De Rossi che era sulla panchina della Roma quel funesto 26 maggio 2024, quando i giallorossi perdendo nel finale ad Empoli dettero l’ultimo colpo di grazia verso la retrocessione dei giallazzurri. A volte corsi e ricorsi storici arrivano a pennello.



