Il harakiri di Marino, come Santececca 32 anni fa ( di G.Lanzi)

Giovanni Lanzi

Se lo chiamano 'Il Maestro' non è un caso

 

di GIOVANNI LANZI
Giornalista epurato

 

 

Il gesto del presidente Stirpe ai dirigenti che lo attorniavano in campo mentre la curva lo applaudiva: è parso voler dire “lasciatemi solo”
Il harakiri di Marino, come Santececca 32 anni fa
Imbrigliato e poi ingabbiato da Castori. Incapace di gestire i momenti. Lettura inesistente. Troppa frenesia. E Sammarco in panchina

 

 

Ha giocato alla rovescia la partita più importante della stagione, ha perso dritto per dritto. Consegnandosi mani e piedi all’avversario, un ‘minestraro’ di prima fascia che pure lo ha ingabbiato, illudendolo di fargli balenare degli spazi per poi sbattergli la porta in faccia. Pasquale Marino si intesta la sconfitta del Frosinone nella partita che avrebbe dovuto spianare la strada verso la finale dopo un campionato bellissimo ma incompiuto e pieno di ‘buchi’. Marino si dimette in diretta Sky. Probabilmente prima di averlo detto, guardandolo negli occhi, al presidente Maurizio Stirpe. Che, più o meno in quei frangenti, con lo sguardo rivolto alla Curva Nord, chiedeva a quei dirigenti che lo avevano attorniato (il ds Giannitti, il segretario Pellegrini, i vice presidenti Ficchi e Zoino), di lasciarlo solo sul campo, davanti all’ingresso del sottopassaggio.

Con un gesto eloquente delle braccia, che cercavano spazio quasi liberatorio attorno a lui. Gli unici applausi di una serata triste e drammatica sono stati per lui, per il presidente. Anche perché è davvero complicato, pur non sapendo nulla del futuro di questa società, immaginare un Frosinone in mani diverse dalle sue. Un futuro sul quale aleggia anche la situazione del nuovo stadio che presenta delle incertezze indipendenti dalle volontà del Frosinone.

<  strong>IL HARAKIRI CALCISTICO, COME 32 ANNI FA – Il tecnico siciliano non è stato fortunato. Va detto anche questo. Diciamo che il suo Frosinone ha giocato bene, perdendo però meglio. Ha giocato alla garibaldina senza saper gestire i momenti. Esattamente come per tutta la stagione. Perdendo una partita giocata con troppa frenesia, perdendo una partita giocata con troppa imprecisione (Daniel Ciofani e Dionisi senza ricambi perché di Mokulu sui campi della serie D ce ne sono a bizzeffe), perdendo una partita che mai avrebbe dovuto perdere perché sono quelle che contano. Perdendo senza far giocare Sammarco, che non risulta stesse male ma era solo ammonito.

Perdendo soprattutto contro un avversario ridotto un nove uomini, con trequarti di squadra avversaria colorata di cartellini gialli e senza allenatore in panchina. Si è anche parlato di beffa. Ma è un’affermazione impropria e benevola. Si tratta di non saper leggere la partita da parte dell’allenatore. Si tratta di non saper percepire il pericolo, Benevento docet, la vera mamma di tutte le partite sanguinose.

Perché è impossibile prendere una punizione in uscita e con la palla tra i piedi, contro un avversario che aveva perso due giocatori ma non la trebisonda. Si vede che Marino e il suo staff (tutti a casa con lui, ndr) non hanno visto nemmeno una partita del Carpi in questa stagione o se l’hanno vista erano distratti: a Brescia gli emiliani, sotto per 3-1 e con due uomini in meno, raggiunse il 3-3. Significa che si doveva sapere chi si aveva di fronte. Il buon Pasquale Marino si è suicidato calcisticamente.

Non c’ha capito niente dall’inizio. Come accadde ad un certo Mario Santececca, 32 anni fa. Il suo Frosinone, era il 6 giugno del 1985, in lotta per vincere il campionato di serie C2 perse la penultima di campionato in casa contro la Frattese ridotta in nove uomini. Qualche similitudine c’è, categoria e scenari a parte. Ma Pasquale Marino l’ha combinata davvero grossa. D’altronde il suo rapporto con i playoff non era positivo, l’esperienza al Vicenza due anni fa finì allo stesso modo.

 

LA FORTUNA DI AVERE UN DIRIGENTE… DILIGENTE – Dice un proverbio che l’abito fa il monaco. Appunto. L’abito del Carpi è avere un team manager con le sfere quadrate, tale Matteo Scala. Non è da tutti averlo anche in una piccola-grande della serie B. Non è da tutti percepire l’arrivo di un’onda nera – sotto le vesti di Jerry Mbakogu – che esce dal campo al momento della seconda espulsione, quella di Gagliolo al 36′ della ripresa.

Era un momento di confusione generale, il team manager è stato l’unico a non perdere la testa. Non ci ha pensato due volte: lavagna luminosa in alto senza che il vice di Castori se ne accorgesse, un tasto pigiato a caso, esce fuori quello di Fedato. E così il Carpi resta in 9 ma soprattutto non rischia di perdere anche Mbakogu che il diligentissimo dirigente biancorosso – che si era messo in mostra anche nel finale del primo tempo, parando gli accenni di rissa dei suoi – aveva cercato di respingere in campo prendendo spinte e calcioni dal nigeriano infuriato contro tutti. Non è da da tutti, dicevamo, avere una panchina sveglia e con i fili del cervello attaccati.

Non è da  Frosinone ad esempio, al netto di Pasquale Marino che di per sé è fuori concorso in questo ad essere sveglio. Quella panchina, dal preparatore al team manager passando per tutti gli altri dello staff tecnico, che a Benevento non riuscì a dare una spallata al ‘sonno dei giusti’ di Pasquale Marino, sussurrargli all’orecchio che un punto era meglio che niente. E no, la prima regola è non svegliare il conducente. E invece i campionati si vincono anche grazie ad un onesto attore di terza fascia, un team manager che forse passerà alla storia del Carpi. Capace di sostenere l’urto dell’onda nera, capace anche di pensare per il suo allenatore ormai in tranche agonistica.

 

CHE SUCCEDE ADESSO – Marino è andato via. E con lui lo seguiranno in tanti. Big e meno big. Adesso si dirà della formula, sbagliata. Si dirà che il Frosinone è arrivato terzo a pari punti con il Verona. E’ tutto vero. Ma ha perso la partita senza ritorno nel modo peggiore. E allora si dovrà cambiare nell’organico. Tanto, molto. Se non tutto nell’ossatura della squadra. Bisognerà essere bravissimi ad ammortizzare il peso dei tanti contratti pesanti, bravissimi a sterzare nei programmi. Perché il prossimo anno non ci sarà nessun paracadute a sostenere l’impegno già fortissimo del presidente Stirpe e soprattutto ci saranno Empoli e Palermo che si divideranno in maniera equa i 60 milioni di paracadute. Impossibile non pensare a loro come predestinate. Anche se il calcio è bello perché imponderabile. Pasquale Marino ne sa qualcosa. Ha giocato alla rovescia la partita più importante della stagione, perdendo dritto per dritto. Ma soprattutto hanno perso il Frosinone e i suoi tifosi che alla fine non le hanno mandate a dire a nessuno. Tranne che a Maurizio Stirpe.

 

Foto: copyright Mario Salati, tutti i diritti riservati

 

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