Il delegato provinciale del CONI Emanuele De Vita racconta il “modello Frosinone” dopo la quarta promozione in Serie A: dalla visione di Maurizio Stirpe alla crescita dei giovani, passando per le storie di Federico Gatti e Massimiliano Alvini. «Un esempio virtuoso di calcio sostenibile, identità territoriale e cultura del lavoro».
Quando Maurizio Stirpe arrivò al Casaleno per la prima volta da presidente, l’erba era alta un metro e i calciatori si allenavano sull’asfalto. Quando Federico Gatti indossò la maglia gialloblù, fino ad un paio di anni prima montava porte e riparava tetti. Quando Massimiliano Alvini prese la panchina, veniva da due stagioni difficili che sembravano aver chiuso una carriera. A Frosinone hanno tutti una seconda storia — quella del riscatto. Emanuele De Vita, Delegato del CONI per la provincia di Frosinone mette l’accento su un aspetto spesso sottovalutato del Frosinone Calcio. La sua quarta promozione in Serie A rappresenta molto più di un semplice risultato sportivo. È il riconoscimento di un modello che affonda le sue radici nel tempo in cui il calcio italiano non era business. Era passione.
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Delegato De Vita, la nuova promozione del Frosinone in Serie A che significato ha per il territorio?

La promozione del Frosinone ha un valore enorme non soltanto sportivo, ma anche sociale e culturale. È la dimostrazione concreta che, anche in un calcio spesso dominato da logiche economiche esasperate, si può ancora costruire un modello virtuoso fondato sulla competenza, sulla sostenibilità e sul legame con il territorio. La Ciociaria oggi viene rappresentata in tutta Italia da una società seria, credibile e rispettata. Che ha avuto il coraggio di dire e di dimostrare che i sogni si possono realizzare: e non mi riferisco alla sola promozione.
A cosa si riferisce allora?
Frosinone, o meglio il Frosinone, è il luogo dove il riscatto è possibile e dove i sogni si realizzano. A condizione di metterci tigna e sudore oltre a tutto il resto che occorre. Faccio solo qualche rapidissimo esempio: Maurizio Stirpe mise piede la prima volta al Casaleno, da presidente, che l’erba era alta un metro ed i calciatori erano costretti ad allenarsi sul piazzale in asfalto; oggi al posto di quell’incompiuta c’è uno stadio tra i migliori in Italia. E nessuno ha regalato nulla.

A Frosinone realizza il suo sogno un certo Federico Gatti che fino ad un paio di anni prima di indossare la maglia canarina giocava in Promozione ed Eccellenza allenandosi la sera perché di giorno lavorava come montatore di porte e riparatore di tetti. Non devo certo ricordare il il percorso compiuto da quel ragazzo dopo avere calciato sull’erbetta del Frosinone.
Vogliamo poi parlare di mister Alvini? E del fatto che prima di ottenere a Frosinone il suo riscatto venisse da due stagioni poco fortunate sulla panchina di Spezia e Cosenza. Un uomo in cerca di rivincita, capace di centrare sei promozioni prima di quelle due annate: un altro che a livello di tigna ha poco da apprendere e tutto da insegnare. Ricordiamoci che poco più di dieci anni fa faceva l’allenatore come secondo mestiere.
Chi conosce il Frosinone potrà tirare fuori decine di aneddoti. Io mi limito a dire che Frosinone stessa, il Frosinone anzi, è un sogno e lo sta facendo vivere a tutto un territorio.
Quanto conta la figura del presidente Maurizio Stirpe in questo percorso?

Maurizio Stirpe rappresenta una delle migliori espressioni della dirigenza sportiva italiana. Ha saputo coniugare visione imprenditoriale, passione sportiva e senso di appartenenza. Il suo stile è sempre stato improntato all’equilibrio, al fair play e alla responsabilità. Anche nei momenti più difficili non ha mai cercato alibi, assumendosi sempre le responsabilità con grande eleganza istituzionale: trovatemi un altro presidente che meno di dieci minuti dopo avere subito la retrocessione dalla Serie A non per un punto di differenza ma solo per via dell’incrocio tra i risultati delle avversarie, si presenti davanti alle telecamere è ci metta la faccia dicendo “I nostri avversari si sono salvati perché lo hanno meritato. Se siamo retrocessi la responsabilità è solo mia“. Un esempio. E non solo nello sport.
In questi giorni si parla del “modello Frosinone”: per lei in cosa consiste?

Il modello Frosinone si basa su alcuni pilastri molto chiari: organizzazione, infrastrutture, valorizzazione dei giovani, sostenibilità economica e forte identità territoriale. Lo stadio di proprietà, la Cittadella dello Sport di Ferentino, il centro sportivo, il lavoro sul settore giovanile e il rapporto continuo con tifosi e famiglie rappresentano esempi concreti di una progettualità moderna. Non si vive soltanto il risultato della domenica ma si costruisce una cultura sportiva duratura. Invito a rileggere oggi le parole dette dal presidente in occasione del lancio della campagna abbonamenti. E sfido a trovare uno disposto ad ammettere che all’epoca non rimase perplesso.
In genere, un presidente promette la luna nel pozzo ai tifosi pur di vendere gli abbonamenti: il presidente spiazzò tutti dicendo che l’abbonamento è un atto di amore e non un obbligo. Invitò a pensarci bene prima di abbonarsi, ricordando a tutti che l’amore vero non chiede qualcosa in cambio: né la promozione né lo spettacolo. Aveva dannatamente ragione. E gli va riconosciuto”.
Quanto è importante la valorizzazione dei giovani italiani?

È fondamentale. Il lavoro svolto dal Frosinone negli ultimi anni dimostra che investire sui giovani italiani non è soltanto una scelta etica ma anche tecnica e strategica. Vedere tanti ragazzi convocati nelle nazionali giovanili è motivo di orgoglio per tutto il territorio. Significa creare opportunità, dare fiducia ai talenti e costruire un futuro sostenibile per il calcio italiano. Se ci fossero tanti Frosinone in Italia probabilmente non saremo così mestamente fuori dai Mondiali.

Inoltre, centrare la quarta promozione in Serie A con dei ragazzi che erano bambini che festeggiavano in strada la prima, significa creare un legame con il territorio. Ancora di più: significa dire che il calcio a Frosinone è scalabile: se sei un ragazzino di talento ed hai i piedi buoni non hai bisogno di un procuratore abile o di giocare sporco come purtroppo capita di sentire in altre parti d’Italia. Due dei protagonisti di questa promozione erano due tifosi bambini che erano in strada a festeggiare la prima Serie A. A proposito dei sogni che dicevamo prima aggiungiamo anche questo.
Anche la scelta di Massimiliano Alvini sembra aver dato risultati importanti.
Assolutamente sì. Massimiliano Alvini ha dimostrato grande competenza e capacità di lavorare sui giovani. Ha dato identità alla squadra, valorizzando calciatori italiani e creando un gruppo competitivo nonostante un’età media molto bassa. Questo conferma ancora una volta quanto sia importante avere idee, metodo e programmazione.

Ma soprattutto ha portato quella tigna che solo i grandi allenatori hanno saputo trasmettere allo spogliatoio: Alvini ricorda la genia dei Carletto Mazzone, degli Edmondo Bersellini, dei Gigi Radice. Uno che prende una pagina di giornale pubblicata all’inizio del Campionato in cui si prevede il Frosinone in fondo alla classifica e la strappa davanti a tutti ringhiando e dicendo che lui andrà a prendersi la vetta è una scelta degna della tradizione del grande calcio italiano.
Quale messaggio può lasciare oggi il Frosinone al calcio italiano?
Che un altro calcio è possibile. Un calcio fatto di rispetto, investimenti intelligenti, programmazione e senso di comunità. Il Frosinone oggi è un esempio virtuoso non solo per i risultati ottenuti, ma per il modo in cui li ha raggiunti. Ed è proprio questo che rende questa promozione ancora più bella e significativa.
Da Delegato CONI, quanto è importante avere esempi di questo tipo sul territorio?

È importantissimo. Lo sport ha una funzione educativa e sociale enorme. Quando una società riesce a trasmettere valori positivi, senso di appartenenza e cultura del lavoro, diventa un patrimonio per tutta la comunità. Il Frosinone rappresenta oggi un’eccellenza sportiva e organizzativa che rende orgogliosa l’intera provincia.



