Giannitti, l’uomo ed il Ds. Come crescere col Frosinone, ma senza far rumore (di F. Cortina)

Marco Giannitti, il Direttore Sportivo e l'uomo. Storia di uno che ha conquistato la promozione in tutte i campionati in cui ha militato: dai Dilettanti alla Serie A. Sogni, traguardi, miti e aneddoti di un vincente. Nel giorno del suo compleanno.

Fabio Cortina

Alto, biondo, robusto, sOgni particolari: molti

Marco Giannitti, 47 anni di Nettuno, professione Direttore Sportivo del Frosinone Calcio. Una carriera da calciatore passata a difendere i pali come portiere, poi, una volta appesi scarpini e guanti al chiodo, ha deciso che il suo ruolo doveva essere un altro.

Ha imboccato la strada tortuosa che porta ad essere Direttore Sportivo, facendo la classica gavetta ed arrivando in alto, dove ogni persona che coltiva un sogno vorrebbe arrivare. Nel corso della sua carriera da DS vanta un piccolo grande record: quello della promozione in tutti i campionati affrontati, dal dilettantismo fino alla Serie A. Con il Celano ha centrato la promozione in C2; col San Marino quella in C1; con il Frosinone la B e l’olimpo del calcio italiano: la Serie A.

Oggi, giorno del suo compleanno, Marco Giannitti si racconta: l’uomo ed il professionista a 360 gradi.

 

Giannitti, da calciatore a Direttore Sportivo si attraversa una dimensione di proporzioni a volte inimmaginabili. Lei non si è mai posto il problema della categoria, ma quello del progetto. Cosa vuol dire per un manager seguire un progetto?
Il progetto è l’input che ti dà la società, in linea con le esigenze tecniche e con le risorse che vengono messe a disposizione. Un buon direttore sportivo deve credere in quel progetto più che in ogni altra cosa e non tralasciarlo mai. Bisogna essere fedeli alla linea ed operare con intelligenza sul mercato, prendendo giocatori che siano di categoria. Io quando acquisto un giocatore penso sempre di aver preso il migliore, non ho mai ripensamenti se dopo due o tre mesi il ragazzo non rende come vorrei. Se lo prendo è perché aderisce a quel progetto, a livello tecnico e tattico, ma soprattutto dal punto di vista umano e ambientale.

 

Questa scelta presuppone un grande lavoro a monte, il cosiddetto scouting e poi ci vuole soprattutto occhio. Quanto tempo si lavora per pianificare un acquisto?
Lo scouting è un processo che non si ferma mai. Io personalmente ho una rete di collaboratori che mi danno una mano in Italia e non solo. Poi la parte importante che mi riguarda in prima persona è soprattutto televisiva. Alla fine di ogni sessione di allenamento mi dedico allo studio dei vari campionati mondiali, osservando e prendendo appunti. Personalmente lavoro su cinque tipi di giocatore, che possono essere poi confacenti alle esigenze tattiche della squadra. Il Frosinone gioca con il 3-5-2 ed io dall’inizio dell’anno lavoro su quelle cinque tipologie di giocatori che possono sposare quel progetto, arrivando a fine stagione con una scrematura ben precisa. E’ lì che con il Presidente e con Salvini facciamo le scelte sugli acquisti. Il mercato non si ferma solo alle finestre estive ed invernali.

 

Sono tanti i giocatori che lei ha incontrato nella sua vita, poi ci sono anche quelli che ha ritrovato, ad esempio Dionisi e Ciofani che aveva a Celano in C2 e che oggi sono due pilastri del Frosinone. Scommesse vinte abbondantemente.
Potrei parlare di tantissimi giocatori e sono fortunato perché ho sempre lavorato con ragazzi straordinari. Certo Daniel e Federico rappresentano in pieno quel discorso che riguarda le caratteristiche umane prima ancora che quelle calcistiche. Ho lavorato con loro in C2, poi sono andati giustamente per altri lidi, ma li ho voluti con forza a Frosinone proprio perché avevo toccato con mano che tipo di ragazzi sono. Il tempo mi ha dato ragione. Ma ripeto, se per un giocatore valuti solo le caratteristiche tecnico-tattiche e non quelle umane non vai molto lontano.

 

In Serie A il Frosinone fece un mercato particolare, giocatori che ai più erano sconosciuti e che alla fine si stanno dimostrando elementi di spessore. Anche lì c’erano esigenze da rispettare, anche lì un progetto da seguire.
La linea era stata già tracciata dal Presidente: priorità alle infrastrutture. Io ho lavorato su profili che potessero conciliare le esigenze di tutti, non potevamo certo andare a trattare giocatori dal cartellino milionario e dovevamo fare un mercato oculato. Così è stato ed il fatto che gran parte di quei ragazzi ora giochino ancora in Serie A è una soddisfazione. Quella stagione, mantenendo l’ossatura della Serie C e lavorando con gli innesti ci siamo comportati dignitosamente. E questo lo riconoscono tutti, non solo noi dall’interno del mondo Frosinone.

 

Da quella stagione in Serie A è cambiata e di molto la percezione del Frosinone all’interno del movimento calcistico italiano. Lei si è seduto a tavoli importanti con i grandi club di Serie A e continua a farlo con grande disinvoltura. Quanto è difficile?
Io sono molto fortunato, perché la garanzia del Frosinone è il suo Presidente. Stirpe è stimato da tutti e quindi per me non ci sono mai stati grossi problemi nel portare il nome della società a questi tavoli. Il percorso intrapreso dal Frosinone per volere del Presidente è stato proprio questo: creare per crescere a livello di squadra, mai a livello di singoli. Lui gestisce l’azienda e noi siamo i suoi manager. Faccio un esempio su tutti, quello di Bardi. Francesco è un ragazzo eccezionale, lui ha messo sempre e solo il Frosinone al primo posto ed ha detto a Stirpe “Fin quando potrò io giocherò qui”, è chiaro che per noi dirigenti diventa semplice anche confrontarci con un club come l’Inter in questo caso.

 

E all’estero? Ha avuto modo di toccare con mano se questo percorso abbia avuto ripercussione anche oltre i confini?
Un mese e mezzo fa sono stato in Inghilterra, a Leeds per visionare alcuni giocatori e guardare alcune partite del campionato inglese. Nel mio albergo, una volta che si venne a sapere della mia presenza, venni accerchiato da molti tifosi ed appassionati di calcio che mi chiedevano del Frosinone. Ecco, dall’interno a volte non apprezziamo quanto sia cresciuta questa società.

 

Ora le faccio due nomi, di due illustri suoi colleghi che hanno qualcosa a che fare con lei. Walter Sabatini…
Con Walter ho un rapporto umano splendido. Quando giocavo ad Arezzo lui è stato il mio direttore per quattro anni. Il mio rapporto con lui lo definirei speciale, c’è grande sintonia a livello umano. Dopo la promozione in Serie A mi telefonò: è stata una delle più belle soddisfazioni della mia carriera.

 

E Monchi?
Di Monchi ho una grande stima a livello professionale, credo che sia tra i migliori al mondo nel nostro ruolo e se vuoi crescere devi sempre imparare da chi è più bravo di te. Lui col Siviglia dal nulla è arrivato sul tetto d’Europa ed il suo metodo di lavoro lo reputo tra i migliori. L’ho incontrato a Trigoria e mi ha autografato il suo libro. Da uno come lui, che ha fatto del suo lavoro un capolavoro è stato il massimo.

 

Marco Giannitti e gli allenatori. Per non parlare degli assenti, facciamo l’esempio del suo rapporto con Mister Longo, dall’inizio ad oggi.
Per l’allenatore il discorso è sempre lo stesso: credere nel progetto. Il mio rapporto con i tecnici è leale, non entro nel loro lavoro, non voglio sapere la formazione o l’aspetto tattico: l’allenatore deve essere libero. Se poi posso dare una mano ben venga, altrimenti resto al mio posto. Con Moreno abbiamo messo in campo una scelta condivisa con il Presidente e con il direttore Salvini. Giocammo con la Pro Vercelli il 30 dicembre e perdemmo contro una squadra che giocava un 3-5-2, il nostro stesso modulo, impostato divinamente. Quando all’inizio dell’anno, sempre in condivisione col Presidente e Salvini decidemmo di puntare ancora sulla difesa a tre, con un allenatore giovane, lui era nella rosa dei papabili. Una volta conosciuto l’uomo non abbiamo più avuto dubbi sul fatto che Longo fosse la persona giusta al momento giusto.

 

Marco Giannitti ed il Presidente Stirpe.
Se parliamo di lui a livello umano, allora dico che ci vorrebbe un anno, ma credo che non abbiamo il tempo materiale. La chiudo in due parole: Maurizio Stirpe è uno stile di vita. Se sono cresciuto a livello professionale la gran parte dei meriti sono i suoi, mi dà tantissimi consigli. C’è un rapporto schietto e sincero. A livello professionale parla la sua storia: lo stadio, il centro sportivo, la sua attività di imprenditore. Bisogna uscire da Frosinone per capire ciò che ha fatto Stirpe, lo ripeto. Lui è l’orgoglio della Ciociaria.

 

Qualche aneddoto carino sul Presidente?

Nel 2015 vidi Alisson (il portiere della Roma N.d.i.) giocare nell’Internacional di Porto Alegre, era già nell’orbita Roma e ne parlai anche con Sabatini. Quando in pochi lo conoscevano ne parlai al Presidente che come al solito mi ascoltò. Il giorno dopo, o meglio la notte dopo, intorno all’1:40 mi arrivò una telefonata, era il Presidente che disse: “Sto vedendo una partita brasiliana e gioca quel portiere di cui mi hai parlato. E’ veramente bravo”. Peccato che lo avesse già preso la Roma. Ecco, questo è lo Stirpe che solo chi ha l’onore di lavorare con lui può conoscere.

 

Mancano 54 punti alla fine del campionato, la dico in punti perché sappiamo tutti, per esperienza, quanto pesa lasciarli per strada. Che cosa si sente di dire ai tifosi ad oltre metà campionato sull’obiettivo finale?

Dico che il calcio è un filo molto sottile e può spezzarsi da un momento all’altro. Tutti ci danno per favoriti, ma occhio perché lo fanno soprattutto per buttarci addosso croci e responsabilità. Dobbiamo guardare partita per partita, lottare con la stessa cattiveria che stiamo vedendo in queste ultime partite. Se non ci esaltiamo troppo nelle vittorie e non ci deprimiamo troppo nelle sconfitte allora faremo grandi cose.

 

Che rapporto ha Marco Giannitti con Frosinone?

Un rapporto bellissimo, questa è casa mia ormai. Se penso alla prima partita da direttore, in Coppa Italia con L’Aquila, posso dire che di strada ne abbiamo fatta davvero tanta, c’era da ricostruire e non poco. Oggi guardo l’affetto della città e della provincia verso questi ragazzi e mi sento orgoglioso di far parte di questa grande famiglia che è la Ciociaria.

 

Dal 2013 ad oggi cosa cancellerebbe e rifarebbe da capo?

La partita di Ascoli dello scorso anno. Tutti parlano di Carpi e Benevento, io invece dico che se non avessimo subito il pareggio al 95′ ora staremmo parlando di altro. Rigiocherei quella partita senza dubbio.

 

Esce ed incontra un ragazzino per strada che le chiede: “Cosa devo fare per diventare direttore sportivo?” Giannitti che risponde?

Gli dico con molta franchezza che è difficile, perché il mondo del calcio è complicato. Allo stesso modo però gli ricordo che i sogni vanno inseguiti e mai soffocati. Lotta per quel sogno e lavora sodo, in qualche modo ne uscirai vincitore.

 

Oggi è il suo compleanno, che regalo vorrebbe Marco Giannitti?

Di certo voglio tornare in quella categoria in cui ci siamo districati con grande dignità, nonostante tutte le difficoltà incontrate. Noi ci metteremo la passione ed il sudore per centrare questo obiettivo. A livello professionale voglio continuare a crescere, ma senza pensare di essere arrivato. Se credi di essere avanti, in questo mondo ti bruci.

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