Santoruvo, all’orizzonte l’alba di un nuovo giorno (di G.Lanzi)

Giovanni Lanzi

Se lo chiamano 'Il Maestro' non è un caso

 

di GIOVANNI LANZI
Giornalista temporaneamente senza carta

 

 

L’’ex attaccante del Frosinone aspetta la mezzanotte del 16 gennaio prossimo quando terminerà la squalifica a 3 anni e mezzo. Nel futuro, una panchina
Santoruvo, all’orizzonte l’alba di un nuovo giorno
Per la Giustizia Sportiva pilotò da… solo Bari-Treviso del maggio 2008. “Ce l’’ho fatta da solo. Grazie alla mia famiglia. E a qualche amico vero”

 

Milleduecentosettantanove giorni di penitenza. Un tunnel buio. Pensate al Gran Sasso da percorrere a piedi nudi, di inverno, senza aeratori e illuminazione ed è acqua zuccherata. E se immaginate la galleria ferroviaria del San Gottardo forse nemmeno avviciniamo la realtà. Vincenzo Santoruvo – ex attaccante di Viterbese, Bari e Frosinone, gol a grappoli e cicatrici ovunque – il bomber dal volto un po’ cupo ma dal cuore grande, forse anche troppo, il 17 gennaio prossimo a mezzanotte e 1 minuto uscirà da quel tunnel. All’orizzonte, tra 10 giorni, c’è ‘’alba di un nuovo giorno per lui. Sarà un uomo libero di tornare a vivere di calcio dopo 3 anni e mezzo di squalifica. Il calcio. La sua passione da bambino, la sua professione da grande. La sua penitenza da quel maledetto mese di luglio del 2013 quando sulla sua testa cadde la scure del processo sportivo di secondo grado sul filone denominato Bari-bis. La sua ultima  partita fu in Paganese-Frosinone del 28 aprile 2013 (1-1).

“Sono sincero – ha detto Vincenzo Santoruvo, il cuore che batte sempre per il Frosinone dove ha lasciato amici veri che non lo hanno mai abbandonato – la sto vivendo con grande serenità. Ma permettetemi di dire che una sentenza così sbagliata non c’è mai stata. Ho pagato il mio e quello degli altri”.

Non ha mai chiesto la grazia, come dirà. Avrebbe potuto farlo come hanno fatto altri di quel filone. Ad esempio il perugino Guberti, un esterno offensivo avviato ad una grande carriera con la maglia della Roma, graziato dal presidente della Figc, Tavecchio. Bastava probabilmente far dichiarare, magari attraverso il parroco della Chiesa del quartiere, di svolgere attività di volontariato. Santoruvo non ha voluto prendere in giro quegli stessi che gli avevano mandato di traverso milleduecentosettantanove giorni della sua vita.

“Il volontariato? E’’ la mia famiglia –- dice -: splendida. Il mio ritiro spirituale. Mia moglie Serena, le mie bambine Alessia e Veronica di 10 e 7 anni. I primi due anni sono stati difficilissimi. Non nego che le bambine i primi tempi non avevano compreso bene e io cercavo di non far capire. Ma oggi i bambini sono intelligentissimi. Hanno capito, sono felice che lo abbiano fatto. Ma soprattutto debbo dire grazie a mia moglie. Tanti calciatori rimasti invischiati in vicende simili, si sono separati. Io ho avuto la conferma di avere accanto una donna vera. E quel giorno sarà anche la vittoria, la loro vittoria”.

Santoruvo – che per dovere di cronaca si era ritirato dal calcio giocato dopo l’ultima esperienza nel Frosinone e prima della sentenza di primo grado –- era rimasto impigliato nei brogliacci dell’Autorità di Polizia Giudiziaria, nelle dichiarazioni controverse dei testimoni, di ex compagni, di amici degli amici, di qualche brillante signora che aveva agito in prima persona. Nessuno lo aveva indicato come protagonista di quella presunta combine in Bari-Treviso dell’11 maggio del 2008. Ma alla fine per i giudici Vincenzo Santuruvo avrebbe pilotato da solo quella partita, senza giocarla da titolare. Nessuno dei protagonisti di quella partita ha avuto le sentenze di primo grado confermate. “Su 22 giocatori più quelli che entrarono, solo 1 squalificato ha veramente del clamoroso!”.

Sulla panchina di quel Bari c’era Antonio Conte, oggi tecnico del Chelsea cannibale in Premier League nonostante il passo falso con il Tottenham in un derby fatale. E laddove l’appello non aveva reso la giustizia richiesta e attesa dai tesserati e dai loro legali, subentrò il famoso ‘tagliasentenze’, il Tnas. Per tutti. Tranne per lui, Vincenzo Santoruvo. E per Daniele De Vezze, altro ex giocatore del Bari, per l’altra partita del famoso filone Bari-bis, vale a dire Salernitana-Bari del 23 maggio 2009. Santoruvo però già giocava nel Frosinone.

La sua colpa? Sicuramente la eccessiva sincerità. L’aver dichiarato, di fronte agli inquirenti della Procura Federale, nell’inverno del 2013, le testuali parole: “Dissi che nello spogliatoio durante la settimana che precedette la partita si parlava di una squadra che voleva vincere. E aggiunsi che quei tipi di necessità si verificano in tutti i campionati”. Qualche anno prima un certo Gigi Buffon disse più o meno le stesse cose (“In certi finali di campionato meglio due feriti che un morto…”) prima del mondiale vinto in Germania. Ma non accadde nulla di particolare, a parte qualche raglio dell’asino di turno che non aveva mai dato un calcio ad un pallone nemmeno sulla sabbia.

Santoruvo oggi conta i minuti, i secondi. Nella sua testa c’è un futuro da allenatore. “Sarà dura – prosegue l’ex attaccante del Frosinone -, so che nessuno mi regalerà niente ma mi vedo su una panchina. Ho qualche amico che in questi anni mi è stato vicino come nessuno mai nella mia vita di calciatore. Gente vera. Dovrò aspettare ancora un paio di mesi per partecipare al corso allenatori perché le normative federali impongono questo ulteriore stop per i reduci da squalifica ma ormai ci sono. Aspetto la mia occasione”.

Continua a pigiare il tasto dell’amicizia. Quella vera. E i soggetti si contano sulle dite di una mano: “Qualcuno per me ha fatto tanto. E il 17 gennaio il mio primo pensiero andrà a queste persone. Altri amici? Sai, quando giocavo non ne avevo tanti. Forse colpa del mio carattere che in campo non faceva sconti a nessuno. Ma sento con grande piacere sempre Cristian Cesaretti e Leonardo Blanchard, sento miei ex compagni della Viterbese. Ecco, pochi ma buonissimi”.

Qualche giorno fa ad un suo post su Facebook rispose con un afflato particolare un certo Ivan Rajcic, ex del Frosinone anche lui. Era con Santoruvo in quel Bari. Fu squalificato. Ma al Tnas ebbe riconsegnata la vita da calciatore, oggi gioca nella Casertana in Lega Pro. “Mi fa piacere che anche lui si ricordi di me…” prova a sorridere Santoruvo.

Storia di questi tre anni e mezzo? Li sintetizza così: “Sono sembrati lunghissimi ma anche brevi, paradossalmente. Perché non sono mai stato con le mani in mano. La squalifica mi ha permesso di avere anche una visione ampia del calcio. Perché ho seguito tutto: dalla serie A ai campionati stranieri per arrivare ai campionati giovanili, ai tornei dei bambini. Esperienze bellissime”. E in questo periodo ha avuto attestati di stima che non aspettava: “Girando per i campi ho notato grande rispetto per l’uomo e per il professionista. Hanno capito che tipo di persona sono. Finalmente ho trovato gente che mi ha giudicato come uomo e non solo come calciatore”.

Prova a guardarsi alle spalle. E va giù di botto: “Se tornassi indietro non regalerei soldi all’avvocato. E non ho chiesto la grazia. A me non hanno mai regalato niente, lo ripeterò all’infinito. Anzi, mi hanno peggiorato la condizione quando c’è stata l’occasione per farlo”.

Alle spalle c’è una carriera che si è chiusa con un record affatto invidiabile: “Otto infortuni ed altrettanti interventi chirurgici. Questo lungo stop l’ho preso come un altro infortunio con un recupero lunghissimo. Prendo a prestito, e spero non me ne vorranno, le parole di papa Bergoglio quando ha dichiarato che le ferite guariscono, le cicatrici rimangono…. Io da questa storia ne esco più forte. Perché me la sono vista da me”.

Il buio è finito. La luce è laggiù. Mai dire mai.

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