Nel calcio dei… fondi, la favola italiana del Frosinone made in Ciociaria

[L'INCHIESTA] La volata promozione sta mettendo in campo due modelli diversi di business legato al calcio. Da una parte Venezia, Monza e Palermo, club controllati da colossi stranieri; dall'altra il club giallazzurro di proprietà di Maurizio Stirpe e della sua famiglia da 23 anni. Sulla carta una sfida impari ma la società di viale Olimpia ha sempre dimostrato con i suoi principi di poter competere ai massimi livelli. E quest'anno è l'ennesima conferma

Giovanni Lanzi

Se lo chiamano 'Il Maestro' non è un caso

Quattro ‘elette’ così vicine e una battaglia lunga 270’ da ‘combattere’ a distanza, con il solo incrocio in quota tra Palermo e Venezia al ‘Penzo’ all’ultimo giro della stagione regolare quando i veneti potrebbero essere già promossi e i siciliani già proiettati nei playoff. Oltre le questioni di campo che appassionano i tifosi, andiamo alla scoperta quanto questa quattro società che si contenderanno due posti in Serie A dalla porta principale e il terzo da quella secondaria degli spareggi sono così ‘uguali’ (nel punteggio) e così diverse (nella struttura).

Da una parte tre giganti, indiscutibilmente: il Venezia, il Monza e il Palermo. Tutte e tre parlano americano e la lingua dei fondi d’investimento. Che a loro volta si sono affidati a manager italiani, di primissimo piano. Dall’altra il Frosinone che fa riferimento dal 16 giugno 2003 alla famiglia Stirpe che compone per intero l’asset del club e che ha nel presidente Maurizio Stirpe il patron e garante di riferimento.

L’uomo-simbolo di crescita, exploit e stabilità. La favola di casa nostra, la favola della piccola provincia italiana ma anche la favola di tutta l’Italia calciofila che, al momento, resiste all’invasione dello straniero, che sgomita, si aggrappa a competenza, radicamento, unicità e genuinità per tentare la quarta volta il salto dall’altra parte del guado.

La mappa straniera e la leva dei ricavi

Un brevissimo excursus che fa comprendere come si stia ridefinendo la geografia finanziaria del calcio italiano. In Serie B, Juve Stabia, Cesena, Sampdoria e Spezia (solo i liguri hanno fatto un restyling dello stadio, per inciso) – un capoluogo di regione e tre città di provincia – hanno messo le loro fortune calcistiche nelle mani di proprietà straniere. Il risultato, non esaltante in verità, basta leggerlo dalla classifica e dai sobbalzi continui nelle stanze che contano dei club.

La Juve Stabia viaggia dentro i playoff ma tra gennaio e oggi è stata colpita prima da un’indagine per presunte infiltrazioni mafiose (per questo posta in amministrazione controllata) e poi dall’addio da parte della proprietà statunitense Solmate. A Castellammare si spera in un ritorno dell’ex patron Manniello ma al momento di concreto c’è la mossa dell’imprenditore di Torre Annunziata Francesco Agnello che ha in mano il closing con la Solmate.

Tra i Cadetti c’è anche il Sudtirol, più austriaco che italiano nell’ampio boarding dirigenziale e nel gruppone degli oltre 30 soci, ma i bolzanini restano un’isola felice al fresco delle montagne bolzanine al di là di qualche rovescio sul campo. In Serie A sono ben 12 le società in mano a proprietà o fondi riconducibili a capitali stranieri e in massima parte americani, perdipiù la AI ha preso il sopravvento (che Dio ci preservi dallo scempio di giocatori e allenatori scelti con l’algoritmo) ma, fatta eccezione per l’Inter guidato non a caso da un grande dirigente come Beppe Marotta, c’è ugualmente poco da stare… allegri.

Non è sempre 24 maggio

L’esterno Corazza del Cesena

Questo non vuol assolutamente significare che debba essere sempre “24 maggio” nel calcio italiano, disco rosso allo straniero come sul Piave nella Prima Guerra Mondiale. Lo straniero che generalmente ha uno scopo: acquisire, stabilizzare, valorizzare e arrivare a chiudere il giro con il ‘trading’ dopo aver costruito uno Stadio. Ma sovente non basta immettere capitali freschi volti solo a garantire la sopravvivenza di un club, non basta dettare il margine tra quota di investimento iniziale e ricavi (solitamente da 1 a 3) associandolo allo spazio temporale del risultato sportivo da ottenere (da 1 a 5 anni).

Serve guidare con le persone giuste ma anche senza spersonalizzare la storia, il background di una società. E’ vero, nel rovescio della medaglia, che il mondo del calcio sempre più globalizzato va in altra direzione. E forse la via d’uscita è riuscire a trovare un punto d’incontro tra i due percorsi. Ma non è facile. Oggi sempre più si va alla ricerca dei ricavi.

Molti presidenti si fanno abbindolare da progetti irrealizzabili, buoni solo sulla carta. Partiamo dalle cose facili: in Italia i ricavi da stadio sono tra i più bassi d’Europa. Due dati su tutti: il Bayern di Monaco genera 75 euro di ricavi extraticket per spettatore ed è il primo club in Europa; in Italia prima è la Juventus che genera 11 euro di ricavi ‘extraticket’.

Dal fallimento all’oro, incenso e… Mirri

Nel 2022, al ritorno tra i Cadetti, l’80% delle quote del Palermo vennero acquisite da un fondo arabo. Più precisamente qatariota. Il City Football Group, nelle mani dello sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan. Cugino dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani, proprietario del Paris Saint-Germain. Perché Palermo? Perché strategica non solo dal punto di vista calcistico.

A destra Dario Mirri, presidente del Palermo in tribuna al “Barbera” con Sergio Mattarella

La città è la grande porta estrema dell’Occidente. Ha tifosi in tutta Italia. Sfiora il milione di abitanti e, con Catania (in Lega Pro e in mano anch’essa ad un gruppo straniero), si divide riferimento calcistico di una Regione a Statuto Speciale. La proprietà araba, che detiene le quote di ben 11 squadre di calcio satelliti dell’ammiraglia Manchester City, trovò terreno fertile nella lungimiranza del presidente dei rosanero Dario Mirri, proprietario del club dall’ottobre 2019 quando il Comune gli assegnò le chiavi della Società rinata dal fallimento.

Mirri capì che quello era il momento di aprire a nuovi capitali, rimase con il 20% delle quote e presidente. Sul tavolo a Palermo c’era la costruzione del nuovo Centro sportivo – poi realizzato – e dello Stadio. Ma non solo perché gli arabi considerano il calcio come porta d’ingresso su un tessuto economico a 360 gradi.

Amministratore delegato e direttore generale è Giovanni Gardini che accorpa la duplice carica di vertice (nel 2022 l’ad era Ferran Soriano, ex vice presidente del Barcellona e tornato ad essere ad del City), un uomo di calcio per i suoi trascorsi con Inter, Lazio e Verona ma anche il manager che ha condotto il passaggio nelle mani del Fondo qatariota. Consiglieri d’amministrazione Simon Richard Cliff, Alberto Galassi, Theodore Macbeath, Brian Marwood. Tre stranieri e un italiano. Non a caso.

Dalla passione munifica di Berlusconi al colosso

Il compianto Silvio Berlusconi, ex patron del Monza

Da Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, quindi dalla Fininvest, alla BLV (Beckett Layne Ventures), società americana che entro il prossimo mese di giugno acquisirà l’ultimo 20% delle quote rimaste nella cassaforte del colosso milanese. Una formula, quella di lasciare il 20% delle quote nelle mani della precedente proprietà, utilizzata generalmente a garanzia degli acquirenti.

A monte c’è un patto di gentleman agreement tra le parti. Il Monza è così passato di mano lo scorso anno, nel settembre 2025. Il Ceo è Brandon Berger (fondatore della BLV, 900 milioni di dollari di fatturato, oltre 10 mila dipendenti) che, in coppia con Lauren Crampsie, managing director, gestirà per la prima volta una squadra di calcio. Ma i due, oltre ad essere appassionati di calcio, hanno già lavorato in un club. Ad altissimo livello. In Premier League, nel Chelsea, nella gestione del marketing.

Adriano Galliani, ex deus ex machina del Monza (Foto: Paolo Lo Debole / Imagoeconomica)

Ora c’è il Monza per il quale hanno individuato un manager di primissimo livello, il CEO Mauro Baldissoni, peraltro legato da una buona amicizia con il presidente del Frosinone, Maurizio Stirpe. Baldissoni è stato per anni l’ad della Roma con l’ex patron Pallotta e prima ancora l’uomo di Unicredit per il dopo-Sensi. Tornando al Monza, è stato un passaggio del testimone ineluttabile per il club brianzolo, preso in Lega Pro e riportato nella massima Serie A grazie ad una potente iniezione di capitali e competenze del Cavaliere e del suo braccio destro Galliani, soprannominato ‘il Condor’ nel calcio mondiale.

Il disimpegno della Fininvest

La scomparsa di Silvio Berlusconi aveva determinato il progressivo e annunciato disimpegno di Fininvest dall’asset-calcio e quindi dal Monza. La retrocessione dalla Serie A e la svalutazione del cespite aveva condotto verso il percorso obbligato, la cessione. Perché la BLV ha scelto proprio la città di Monza? Perché il club brianzolo era una società comunque sana pur in presenza di una esposizione debitoria fisiologica dovuta alla perdita della Serie A.

Lo stadio di Monza

Perché piazza vicina a Milano, che rappresenta il cuore finanziario dell’Italia. E perché permette di avere una visibilità extracalcistica per la presenza del Gran Premio di Formula 1. Durante l’ultima edizione, nella settimana di avvicinamento e di trattative tutti i manager della BLV furono ospiti a Monza ed ebbero modo di toccare con mano l’impatto di uno spettacolo automobilistico di livello planetario come un GP di Formula 1 per l’intero tessuto socio-economico della Brianza. C’è comunque da dire nella ‘pancia’ del Monza c’è il Centro Sportivo ‘Monzello’, una struttura all’avanguardia non solo per la prima squadra ma funzionale anche allo sviluppo del Settore Giovanile.

E la sostenibilità famosa nasce proprio dalla possibilità di poter avere un Settore Giovanile raccolto all’interno di una struttura dedicata. Il subentro di Blv (da Il Sole 24 Ore del 25 settembre 2025) segna l’ingresso nel calcio europeo di un operatore con un portafoglio diversificato da oltre 10 miliardi di dollari di asset, che spazia dall’intrattenimento digitale (Epic Games, Samba TV) alle bevande (Mijenta Tequila, Best Day Brewing). La scelta di puntare su Monza risponde a una logica che intreccia opportunità sportive e potenzialità di sviluppo del territorio, anche in virtù della vicinanza con Milano e della visibilità internazionale offerta dal Gran Premio di Formula.

Laguna americana dal 2017, svolta con Niederaurer

La gioia del Venezia

Il Venezia di oggi parte dal 2017, quando in sella al club arrivò l’avvocato newyorkese Joe Tacopina, noto anche per essere stato – col suo prestigioso studio nella Grande Mela – uno dei legali dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dal 2022 al 2024. Tacopina arriva in Laguna con due esperienze alle spalle, quella nella Roma in tandem con Dibenedetto (club dal quale uscì all’arrivo di James Pallotta non senza qualche frizione) e poi nel Bologna (rilevato dall’attuale patron italo-canadese Joe Saputo, allora il quinto uomo più ricco del Canada).

A Venezia l’avvocato d’affari costituisce un consorzio di investitori. E bene o male tracciò una strada che, nel corso degli ultimi 6 anni ha stabilizzato la Società, oggi nelle mani della VFC Newco 2020 LLC (un consorzio composto da 6 soci, 5 statunitensi e 1 colombiano nessuno dei quali ha più del 15% di quote), sotto la presidenza di Duncan Niederauer, dirigente d’azienda statunitense.

Tra questi il Director of Operation Andrea Rogg, ex Fiorentina e nel recente passato nei ranghi dirigenziali del Gruppo Marcolin e in Luxottica. Niederaurer riuscì a superare con grande maestria un momento complicato, prima dell’ultima promozione in Serie A, quando favorì l’ingresso nel capitale sociale di un 40 % di investitori privati che iniettarono 20 milioni fondamentali per la tenuta stagna del club.

Il dossier

Giovanni Stroppa, tecnico della capolista Venezia

Nel frattempo in questi anni è andato avanti il dossier riguardante la costruzione del nuovo stadio, sulla terraferma, nell’area del Bosco dello Sport (un polo multifunzionale progettato per coniugare sport, socialità, educazione e benessere) e potrà ospitare competizioni sportive (calcio e rugby) ed eventi live (concerti ecc). Sarà di 16.000 posti, estendibili a 19.000 (www.sporteimpianti.it). Costo totale 82 milioni di euro, dei quali circa 43 milioni in quota Pnnr e 39 milioni e 951 mila euro a carico del Comune.

A progettare la struttura sportiva gli studi Maffeis Engineering con Populous su incarico del raggruppamento di imprese che si è aggiudicato l’appalto nel marzo 2024. I lavori, già iniziati, dovrebbero durare circa 20 mesi. Inaugurazione nella prossima primavera. Tornando per un attimo alle cose di calcio, nel Venezia il direttore sportivo è una conoscenza del Frosinone, il terzino Cristian Molinaro, in giallazzurro nella stagione 2018-’19.

Davide contro tre Golia

Il presidente Maurizio Stirpe

Come nelle favole, c’è il Frosinone. Il Davide contro Golia, anzi tre Golia in fila. Il Frosinone del quale conosciamo praticamente tutto dalla nascita e che la gestione della famiglia Stirpepartendo dal grande sogno illuminato dal cavalier Benito Stirpe e alimentato nel solco della continuità generazionale dai figli, Maurizio, Patrizia, l’indimenticato Curzio scomparso nel 2023 e dai suoi eredi – ha condotto anche oltre dove era immaginabile potesse arrivare una Città che, se non avesse la squadra di calcio ai vertici del secondo campionato nazionale, non sarebbe nemmeno la parente povera di Venezia, Monza e Palermo.

Frosinone è una città che perde abitanti, che non solo non crea ma perde posti di lavoro, che non ha una Università, non rappresenta un Polo Sanitario di riferimento, che è attraversata da una TAV di… sfuggita, che ha una pessima qualità dell’aria e mettiamo un bel punto. Nel calcio abbiamo un Frosinone che lotta, sgomita, fa soffrire e gioire in un’altalena di emozioni. Il Frosinone che ha saputo darsi una nuova impronta quando è stato necessario.

Max Alvini

A voler trovare il classico pelo nell’uovo, anche il Frosinone che dovrà coniugare ancora in maniera più determinata i princìpi legati a sostenibilità, brand, infrastrutture e settore giovanile. E player trading. Ma questo è anche il Frosinone dei 14 campionati di serie B, dei 3 di serie A, il Frosinone dello Stadio come un gioiello, il Frosinone abituato a doversi sudare tutto fino in fondo perché così è più bello, il Frosinone lassù tra i giganti. Come nelle favole.