A Porte Aperte, Teleuniverso, giovedì sera. Giovanni Giuliani fa le domande giuste. Maurizio Stirpe risponde come sa fare — senza filtri, senza retorica, con quella rara qualità di chi ha imparato che le parole costano e le bugie nel calcio durano poco.
Ci sono stagioni che finiscono e ci sono stagioni che rimangono. Questa che si è appena conclusa appartiene a quelle che rimangono per sempre nella storia del Frosinone.
«Una bella fiaba con un finale inatteso», dice il presidente Maurizio Stirpe. E lo dice con quella voce di chi sa che le fiabe, nella vita vera, non cominciano mai con «c’era una volta». Cominciano con un campo di calcio dove l’erba è alta un metro, con un presidente che arriva allo stadio e non scappa — rimane, paga i debiti, costruisce. Cominciano con decenni di lavoro silenzioso, con scelte difficili, con la cocciutaggine di chi non si ferma quando tutti gli dicono che è finita.
Ventitré anni. Quattro promozioni in Serie A. Uno stadio che non c’era e ora è tra i più belli d’Italia. Un settore giovanile che produce campioni. E adesso Lorenzo Palmisani convocato in Under 21: «la soddisfazione più grande», dice il presidente, e lo dice con gli occhi che si accendono un secondo di più.
I ragazzi che erano tifosi bambini

Due dei protagonisti di questa promozione, da bambini, erano in strada a festeggiare la prima Serie A del Frosinone. Adesso quella Serie A l’hanno conquistata loro. Non è metafora. È la storia di Bracaglia e Palmisani — uno con la certezza già scritta addosso, l’altro un’incognita che si è rivelata «in un modo incredibile».
«Gabriele ha avuto un percorso di crescita importantissimo, soprattutto dal punto di vista morale», racconta Stirpe. E Lorenzo, invece, «con la sua tranquillità è riuscito a rimanere freddo in tante situazioni dove altri si sarebbero scomposti». Dominare le emozioni. Saper aspettare. Saper scegliere il momento giusto. Non è calcio — è vita. Il calcio è solo il palcoscenico su cui queste cose si rendono visibili.
L’empatia come ingrediente

In ventitré anni di calcio, Stirpe dice di aver visto raramente ciò che ha visto quest’anno. «Dirigenti e giocatori che non litigano tra di loro, presidenti che non devono intervenire per dire: guardate che la direzione deve essere questa». Quest’anno non c’è stato bisogno. Nessuno screzio. Nessuna spaccatura.
La chiama «empatia». È la parola giusta: ma è anche la parola più difficile da tradurre in pratica in un ambiente come il calcio professionistico, dove gli interessi sono diversi, le aspettative sono alte e la pressione è costante. Quando quell’empatia si crea, quando tutti remano nella stessa direzione non perché gliel’hanno ordinato ma perché lo hanno scelto, accade qualcosa che va oltre la tattica e oltre il talento. Accade la squadra, nel senso più profondo del termine.

L’allenatore Massimiliano Alvini ha avuto un ruolo centrale in questo. «Un allenatore che strappa davanti a tutti l’articolo di giornale che in estate che lo dava per spacciato» porta dentro lo spogliatoio una certezza che le lavagne tattiche non trasmettono: quella che il risultato si può cambiare, che la storia scritta dagli altri non è la tua storia. È la tigna che Stirpe riconosce e rispetta. «Alvini ha un contratto», dice il presidente. «Ma se lui decide di voler cambiare o fare un’altra esperienza, questa non è una prigione». È rispetto. Dello stesso tipo che ha ricevuto.
Le sliding doors
Ventitré anni hanno una forma precisa nella memoria di Stirpe. Li divide in fasi — «Frosinone 1.0, 2.0, 3.0, 4.0» — come se parlasse di versioni di un software. Ed è una metafora calzante, perché ogni versione ha richiesto un aggiornamento: di ambizioni, di strutture, di mentalità, di risorse.

Il momento più difficile? Il 2011. La retrocessione improvvisa dopo un periodo di stabilità. «Ripartire con le stesse motivazioni non era affatto semplice». Eppure ripartì. Con quello stesso sguardo che non guarda mai indietro — «guardo sempre il presente, andando avanti con l’età» — e che contestualizza ogni scelta nel momento in cui fu presa, senza il lusso crudele del senno di poi.
C’è una risposta di Maurizio Stirpe, nell’intervista a Giovanni Giuliani, che vale più di molti libri di management sportivo: «ogni decisione assunta va contestualizzata al momento e in base ai parametri che avevi allora. È un gioco che non serve, fa solo stare male». È la saggezza di chi ha perso abbastanza volte da capire che ruminare sul passato è un debito che non si ripaga mai.
Il mercato, il Celtic e Ghedjemis

C’è un episodio che racconta molto di come funziona il Frosinone. Nel racconto di Stirpe emerge con la naturalezza di chi non ci vede niente di straordinario, quando invece è straordinario eccome. A gennaio, sul tavolo c’era un’offerta vincolante del Celtic per Ghedjemis. Potevano venderlo. Lo hanno comunicato al ragazzo — perché «come si fa a non informare un calciatore?» — e il ragazzo ha scelto di restare, di giocarsi le sue chance, di rimandare. E il Frosinone ha rispettato quella scelta.
Non è normale. Nel calcio moderno, dove le valutazioni economiche sovrastano quasi tutto, rispettare la scelta del giocatore contro l’interesse immediato del bilancio è un gesto che dice qualcosa di preciso su chi sei e su cosa stai costruendo. Ghedjemis è rimasto. La promozione è arrivata. E adesso quella storia vale più di qualsiasi contratto con il Celtic.
I fondi, la professionalità e gli imbroglioni

Stirpe non ha paura delle parole difficili. Sui fondi nel calcio, ad esempio. Un Fondo d’Investimento è uno strumento finanziario che raccoglie il capitale di più risparmiatori per investirlo in un portafoglio nel quale ci sono azioni, obbligazioni o altre attività di più società. E molti fondi stanno investendo sulle società di calcio. Perché se indovini quella giusta to garantisce soldi cash ogni settimana. Stirpe è un presidente vecchia maniera ma sui fondi ha una posizione chiara e non ideologica: «non considero il fondo un’esperienza negativa». È chiaro che sta pensando al dopo a chi raccoglierà il timone dopo di lui.
La Premier League inglese e l’Atalanta sono i suoi esempi. Il problema non sono i fondi: il problema sono «gli imbroglioni», dice, con quella semplicità tagliente che lascia poco spazio alle interpretazioni.
E poi la svolta: «il calcio italiano deve uscire da una dimensione padronale e assumere una dimensione più professionale». È una critica al sistema detto da chi ne fa parte: il tipo di onestà intellettuale che si vede raramente. «Il calcio è dei tifosi. Noi siamo degli amministratori»: basterebbe questa frase per distinguere un presidente da tutti gli altri.
La TAV, la Ciociaria e il riscatto
E poi, verso la fine dell’intervista, arriva il momento in cui il calcio smette di essere il centro della conversazione. Arriva il territorio.

«Possiamo fare a meno di tante cose, anche del calcio. Ma della TAV no». È la frase più politica che Stirpe pronuncia. E la pronuncia con la stessa convinzione con cui parla di mercato e di settori giovanili, perché per lui la connessione tra le due cose è reale e strutturale. Lo stadio di proprietà ha reso possibile competere in Serie A. La TAV cambierebbe il paradigma dello sviluppo dell’intera provincia. La logica è la stessa: le infrastrutture non sono optional, sono la condizione che rende possibile tutto il resto.
«Se non si riesce a fare squadra, il territorio è destinato a un declino irreversibile»: è il monito più duro dell’intera intervista. Rivolto non agli avversari del Frosinone in campo ma a quella «cultura dove la complementarità e la solidarietà spesso latitano». Ce l’ha con la Ciociaria piena di «tantissimi bravi solisti» che faticano a suonare insieme come un’orchestra.
Il Frosinone Calcio — dice Stirpe — ha l’ambizione di indicare la strada. Ma quella strada porta a uno sviluppo importante solo se diventa esempio per altri.
Il pensiero al padre e al fratello.

Dicono che con il trascorrere degli anni Maurizio Stirpe sia diventato come gli ulivi: aspro ed asciutto. Con sempre meno spazio per i sentimentalismi, lucidissimo e ridosso del cinismo. Giovanni Giuliani ha il coraggio di andare a vedere se sia davvero così: piazza la domanda che è come un colpo di pistola esploso puntando direttamente al cuore. Chiede cosa direbbe se potesse rivederli per un attimo.
Non è vero che il cuore sia indurito. L’occhio per un secondo si allarga, diventa umido, fissa il vuoto. Ma si riprende subito: «Ti posso dire solamente che sarei felicissimo di rivederli». Ci sono risposte che non hanno bisogno di commento. È una di quelle.
La strada è aperta, la domanda è come segnare a porta sguarnita: Questo concetto presidente si inserisce nell’altro tema chiave: quello di garantire la stabilità anche per i prossimi anni al Frosinone Calcio. Modo cortese per domandare cosa accadrà se Stirpe non dovesse esserci più.
Dopo di lui

Non si nasconde, il presidente. Ha un’età nella quale l’unica certezza è quella di non essere eterni: sono illusioni che possono avere i ragazzini. «Naturalmente bisogna guardare anche al futuro: nessuno è immortale e nessuno può fare i patti con il Padreterno. Bisogna guardarsi intorno e incominciare a vedere se c’è qualcuno che possa prendere il testimone, che sia capace di mettere in campo un progetto valido. Io penso che sia mia grande responsabilità andare a trovare questi soggetti, ma in questo momento non sono loro che debbono venire da me, sono io che li debbo andare a trovare».
E ci sarebbe qualcuno adeguato? «Noi in questi anni. Abbiamo sempre guardato: ci siamo sempre guardati intorno, Ci sono stati dei momenti in cui ci sarebbero potute stare delle soluzioni.In questo momento ce ne sono di prospettive: bisogna vedere se possono essere considerate cantierabili o meno: ma non dovremmo tardare tanto tempo. Però è una ricerca costante, continua, non si può arrestare perché se si ha senso di responsabilità è un tema che deve affrontare con generosità».
Adesso
Sabato la festa organizzata dal Comune. Poi una settimana prima del «rompete le righe». Dal 25 maggio si inizia a pensare al futuro.

«I successi devono essere metabolizzati», dice Stirpe. Ed è vero. Ma questa promozione — la quarta, arrivata con una squadra giovanissima, in una stagione che sembrava già scritta male, con due ragazzi del territorio protagonisti, con un allenatore che aveva qualcosa da dimostrare — non è solo un successo sportivo. È la prova che un modello diverso esiste. Che la sostenibilità non è una scusa per non vincere. Che si può costruire senza rottamare. Che i sogni, se li tratti con la serietà che meritano, a volte diventano realtà. Frosinone in Serie A. Di nuovo. Ancora una volta.
«Adesso la sfida è: proviamo a rimanere quanto più tempo possibile».
Suona semplice. Come suonano semplici tutte le cose difficili, quando le dice chi sa davvero di cosa sta parlando.



