I protagonisti del giorno. Top e Flop del 23 giugno 2020

Top e Flop. I protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

GIORGIA MELONI

Lo schema delle candidature del centrodestra alle regionali certifica l’avanzata di Giorgia Meloni, che è riuscita a far rispettare a Matteo Salvini l’accordo raggiunto in occasione delle elezioni in Emilia Romagna.

GIORGIA MELONI

Fratelli d’Italia schiera Raffaele Fitto in Puglia e Francesco Acquaroli nelle Marche, mentre Forza Italia di Silvio Berlusconi la spunta su Stefano Caldoro in Campania. Il Carroccio piazza Susanna Ceccardi in Toscana. Per il resto due conferme, gli uscenti Luca Zaia (Lega) in Veneto e Giovanni Toti (Cambiamo) in Liguria. (Leggi qui La rotta di Astorre: alle Regionali intese con M5S per contrastare la Destra unita).

La grande vincitrice della partita nel centrodestra è lei, Giorgia Meloni, che fa capire come l’alleato leghista abbia ancora un notevole gap di classe dirigente nel sud del Paese. Da mesi, privato del tema dell’immigrazione e dei bagni di folla a ritmo di selfie, Salvini perde terreno. La Meloni lo guadagna, anche con la sponda di Forza Italia.

Cattivissima Giorgia.

BRUNO ASTORRE

È un pragmatico e lucido democristiano che fa il senatore e il segretario regionale del Pd. Ma nel suo dna resta impresso lo scudocrociato della Balena Bianca. Bruno Astorre è uno abituato a fare ragionamenti semplici. Siccome il centrodestra ha trovato l’unità sia per le regionali che per le comunali nei centri più importanti, il Partito Democratico deve cercare di fare la stessa cosa.

Bruno Astorre – Foto © Imagoeconomica

Da qui l’appello ad un’intesa con il Movimento Cinque Stelle, ipotesi però mai semplice o scontata per la riottosità dei pentastellati. (Leggi qui La rotta di Astorre: alle Regionali intese con M5S per contrastare la Destra unita).

Astorre però vede lontano. Il Governo nazionale non può reggere se dovessero registrarsi delle sconfitte a raffica, soprattutto alle Regionali, dove la linea del Piave del Pd è rappresentata dalla difesa di 4 regioni: Campania, Puglia, Toscana, Marche. Perdere soltanto una di queste caselle metterebbe il Partito di Nicola Zingaretti in difficoltà.

Inoltre, prima o poi alle urne si tornerà e il centrosinistra dove raggiungere alleanze. Altrimenti come farà a competere.

Bruno Astorre ha visto tutto questo prima e meglio. Occhio lungo.

MAURO BUSCHINI

Lo scorso fine settimana lo aveva promesso ai sindacalisti Fiom-Cgil che avevano lanciato un appello a tutti i politici eletti sul territorio della provincia di Frosinone affinché prendessero coscienza del baratro sull’orlo del quale si trova Fca in particolare nello stabiliment Cassino Plant. Il presidente del Consiglio regionale del Lazio Mauro Buschini era stato l’unico a presentarsi all’incontro con qualcosa in più delle parole di solidarietà vuote di contenuti.

MAURO BUSCHINI

Da qualche ora, al Registro Generale della Regione Lazio risulta depositata una mozione che impegna il Presidente Zingaretti a prendere provvedimenti urgenti con cui fronteggiare l’emergenza Automotive, istituire un Tavolo governativo con tutti i soggetti istituzionali in grado di indirizzare le azioni. Soprattutto di presentare istanza al Ministero dello Sviluppo economico per estendere l’area di Crisi Complessa al sud della Provincia di Frosinon; prorogare  il divieto di licenziamento ed all’estensione del sistema di ammortizzatori sociali sino a tutto l’anno 2020.

Quando si vuole essere cattivi si dice che “una mozione non si nega a nessuno”. In questo caso a presentarla è il Presidente del Consiglio Regionale al Governatore che è anche Segretario nazionale del Partito. Non dare seguito a quella mozione significa giocarsi la faccia con la Fiom. Cosa che il Pd non può permettersi.

Ma di tanti politici presenti quel giorno, perché nessuno si è presentato con un atto concreto, anche senza avere alle spalle un Segretario nazionale di Partito? La politica non è solo selfie e passerella.

Metalpolitico.

FLOP

FRANCESCO ZICCHIERI

Rispetto al recente passato le cose sono cambiate. La Lega si sta riorganizzando in provincia di Frosinone lungo quello che per anni è stato l’asse di Forza Italia. E cioè la predominanza del sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani nel nord della Ciociaria e del consigliere regionale Pasquale Ciacciarelli (con i suggerimenti anche di Mario Abbruzzese) nel sud.

FRANCESCO ZICCHIERI

In questi anni alla guida della Lega si sono alternati in tanti: Kristalia Rachele Papaevangeliu, Fabio Forte, Carmelo Palombo, Francesca Gerardi. In questo modo, attraverso il più classico dei “divide et impera”, Zicchieri ha fatto il bello e cattivo tempo.

Ora però Salvini ha imposto il cambio di passo: occorrono voti veri nei territori. Nicola Ottaviani è sindaco del capoluogo, Pasquale Ciacciarelli consigliere regionale. Nessuno dei due farà l’agnello sacrificale, nessuno dei due si farà mettere da parte. Entrambi, nel caso di contrasti con Zicchieri, andranno a riferire direttamente.

Ottaviani e Ciacciarelli politicamente si odiano già dai tempi di Forza Italia, ma tutti e due sono determinati a raggiungere risultati importanti nella “campagna acquisti” degli amministratori locali. Lo stanno già dimostrando. Per poi puntare alle candidature vere: regionali per Ciacciarelli, Camera per Ottaviani.

Francesco Zicchieri dovrà tenerne conto.

Democristiani in casa nostra.

FABIO FORTE

Non diventare parlamentare per via di un tubo del gabinetto rotto è da annali della Repubblica. Nelle ore scorse la Giunta per le elezioni di Montecitorio ha detto no al suo ingresso nella Camera dei Deputati. L’ex consigliere provinciale ed ex sindaco di Arpino Fabio Forte ci aveva sperato: intendeva innescare un effetto Domino.

FABIO FORTE

In pratica il ricorso lo aveva presentato Barbara Saltamartini (Lega) che chiedeva di ricontare le schede perché dai suoi calcoli era lei ad avere vinto il seggio a Tivoli e non il grillino Cubeddu. In quel caso la Saltamartini avrebbe liberato il suo seggio e sarebbe entrato Caludio Durigon. Che a sua volta avrebbe liberato il suo seggio per Fabio Forte.

Le prime verifiche su schede bianche, nulle e contestate avevano effettivamente portato i componenti della Giunta ad accertare che i conti erano sbagliati. Prima di disporre l’effetto Domino con l’ingresso di Forte a Montecitorio però la Giunta ha deciso all’unanimità di effettuare il riconteggio del 10 per cento delle schede. Riconteggio che non è stato possibile effettuare a causa della rottura di un tubo del gabinetto che ha determinato un allagamento e reso illeggibili le schede conservate presso il Tribunale di Tivoli. (leggi qui Un tubo della fogna blocca l’elezione di Fabio Forte a Montecitorio: udienza il 30 marzo).

Per la Giunta: fine delle aspirazioni di Fabio Forte. Ha deliberato di proporre all’Aula la conferma del risultato. Forte è riuscito in un’operazione politica gigantesca: ha messo d’accordo tutti dalla Lega al Pd al M5S per non farlo entrare in Parlamento. Su tutti la Lega che non ha mosso un dito per salvarlo quando, nei mesi scorsi, uscì la storia del tubo nel gabinetto.

Aggregatore di nemici

ALESSANDRO DI BATTISTA

O consuma lo “strappo” o davvero la sua carriera politica all’interno del Movimento Cinque Stelle rischia di terminare una volta per tutte. Ha avuto il coraggio di chiedere il congresso, ma appena lo ha fatto ha dovuto incassare un micidiale fuoco di sbarramento, fatto dell’ira di Beppe Grillo e dell’adeguamento (a Grillo) di Luigi Di Maio, Vito Crimi, Roberto Fico e tutti gli altri leader del Movimento.

Alessandro Di Battista © Foto Di Meo

I Cinque Stelle di Grillo sono stabilmente alleati del Pd. Non ci sono spazi diversi per le manovre di Alessandro Di Battista. Veramente non ha scelta: o strappa o muore (politicamente). Aveva ragione Gianluigi Paragone dall’inizio: Grillo punta su Giuseppe Conte, non su quelli che erano i suoi ex ragazzi terribili. “Dibba”, a differenza degli altri, non ha cariche e pennacchi.

Deve reagire.

Senza via di scampo.

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