I protagonisti del giorno. Top e Flop del 5 settembre 2020

Top e Flop. I protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

LUCA ZAIA

Il Governatore del Veneto verrà riconfermato con percentuali che nell’Europa occidentale non si conoscono. Intorno al 70%, poco più o poco meno. Ma c’è un ulteriore dato che fa riflettere: la lista civica del presidente nei sondaggi è sopra la Lega.

LUCA ZAIA. FOTO © CANIO ROMANIELLO / IMAGOECONOMICA

Una rilevazione pubblicata in queste ore dal Gazzettino dà la lista che porta il nome di Zaia a un incredibile 44%, mentre la Lega è inchiodata al 14%.

Winpoll per il Sole24Ore ridimensiona le cifre, ma le posizioni non cambiano: lista del presidente al 33,6%, quasi sette punti sopra il Carroccio, inchiodato al 26,8%.

Matteo Salvini non potrà essere contento. D’altronde basta vedere quello che è successo nei mesi scorsi relativamente al Covid. Nessun elogio a Luca Zaia, che ha gestito alla perfezione l’emergenza, interventi su interventi a favore del presidente della Lombardia Attilio Fontana, che impeccabile non è stato.

Ma Luca Zaia se ne frega. Non esiste l’equazione Veneto uguale Italia, ma certamente il Veneto rappresenta il cuore di quella Liga che è stata sempre diversa dalla Lega Nord. In ogni caso Luca Zaia avrà carta bianca.

Impossibile fermarlo.

SILVIO BERLUSCONI

Il ricovero in ospedale del leader di Forza Italia ha costretto tutti a ripensare agli ultimi ventisei anni di politica italiana. Perché nessuno come Berlusconi ha cambiato la politica anche con il “corpo”.

Silvio Berlusconi

Il corpo del capo appunto. Dal famoso messaggio della “discesa in campo”. Fino ad allora la politica era impersonale, poi Sua Emittenza ha mutato tutto. Dopo di lui la politica è diventata leaderistica. Lui ha spesso combattuto (e vinto) parecchie malattie, anche gravi. Adesso è ricoverato per Covid e il suo medico di fiducia, il dottor Zangrillo, qualche mese fa aveva parlato di prossima fine del Coronavirus.

Silvio Berlusconi ha una polmonite, dovrà essere monitorato perché (lo ha detto Zangrillo) è un paziente a rischio per età e per malattie pregresse. Secondo autorevoli indiscrezioni l’umore di Silvio Berlusconi è pessimo. Il fondatore di Forza Italia era stato molto cauto nei mesi scorsi. La sua positività al virus, infine, mette in difficoltà l’ala negazionista (maggioritaria) della Lega e di Fratelli d’Italia. Ma forse un risultato meno brillante di Matteo Salvini e Giorgia Meloni non dispiacerebbe a Berlusconi.

E vedremo l’effetto su Forza Italia. Protagonista sempre e comunque.

GILBERTO MURGIA (alla memoria)

È stato comandante dei carabinieri in provincia di Frosinone negli Anni ’90. Un periodo che è coinciso con tantissimi successi per l’Arma e tanta sicurezza per i cittadini. Al punto che in alcuni centri si era creato un problema: tanta era la sicurezza percepita che le persone più anziane, uscendo, avevano ripreso a lasciare le chiavi infilate nel portone di casa. (Leggi qui Addio al generale Murgia, il carabiniere gentiluomo).

Il ‘colonnello’ Gilberto Murgia. Foto © Edoardo Palmesi / Archivio Alessioporcu

Il 112, le pattuglie a piedi, erano diventate una certezza per i cittadini. I grossi gruppi criminali avevano smesso di frequentare il territorio: giù il numero delle rapine, stop agli assalti nelle piazzole di sosta sull’autostrada.

Nessuna mirabolante strategia era stata sviluppata dal colonnello Gilberto Murgia: semplicemente aveva rimesso il Carabiniere al centro, restituendogli il ruolo legato da sempre alla sua figura. E quando qualche magistrato pensò di imporgli il modo di gestire il personale, Gilberto Murgia gli ricordò di che pasta sono fatti i carabinieri: “Si ricordi che noi siamo alle sue dipendenze funzionali, non suoi dipendenti, i miei carabinieri li comando io. Lei mi dica quale risultato investigativo vuole conseguire e io lo raggiungo: ma come lo decido io”.

Non era facile fargli scattare i tacchi. Dopotutto era uno che poteva esibire sulla divisa, volendo, una medaglia d’argento al valor militare: quella d’oro viene concessa solo ai morti. In Sardegna ed in Calabria era la bestia nera dei latitanti, alla Dia diede filo da torcere ai mafiosi.

Dopo Frosinone è stato in posti di altissimo rilievo: il comando del Senato, Salerno, la Legione Sardegna. Ora se n’è andato. Nessuno gli ha mai detto abbastanza grazie per ciò che ha lasciato.

A nòs biere, zenerale!

 FLOP

DARIO FRANCESCHINI

Ha una straordinaria capacità di annusare l’aria con mesi di anticipo. E’ in silenzio da tempo e nel Pd in tanti sospettano che sia pronto a sacrificare perfino la segreteria di Nicola Zingaretti se le cose dovessero mettersi male. Potrebbe perfino appoggiare una eventuale scalata di Stefano Bonaccini.

Dario Franceschini e Nicola Zingaretti. Foto © Paola Onofri / Imagoeconomica

Libero ha scritto: “Fedelissimo di Pierluigi Bersani, di Enrico Letta, renziano di ferro, poi zingarettiano di rito ultra-ortodosso e sempre primo sponsor di se stesso. Trasformista per definizione, l’ex dicci Dario Franceschini, oggi e da immemore tempo piddino, area cattolica. E prontissimo all’ultima trasformazione. All‘ultimo ribaltone nel nome di una poltrona che mai, mai, mai vorrebbe perdere né perderà. Troppo bravo a fiutare il cavallo su cui puntare, a saltare sul carro del futuro. E questo carro sarebbe quello trainato dal possente Stefano Bonaccini, astro nascente democratico (nascente in verità da parecchio tempo), il governatore dell’Emilia Romagna che è riuscito nella discreta impresa di tenere in piedi la roccaforte rossa per eccellenza alle ultime regionali, vinte contro la leghista Lucia Borgonzoni”.

Certo è che il suo silenzio davvero potrebbe essere un indicatore importante. Nicola Zingaretti fa bene a non dormire sonni tranquilli. C’è solo un fatto: Dario Franceschini non fa mai il leader, perché non lo è.

Eterno secondo.

LUIGI DI MAIO 

Alle 20 di ieri è stato a Bari, oggi alle è stato 10 a Foggia, alle 12.30 ad Andria, alle 17.30 a Maglie e alle 21 a Galatina. È una campagna elettorale serratissima quella per Luigi Di Maio in Puglia.

LUIGI DI MAIO. FOTO © PAOLO CERRONI / IMAGOECONOMICA

Iniziativa che non potrà passare inosservata tra le fila del Pd, visto che il partito di Zingaretti proprio in quella regione rischia di vedersi strappare la vittoria dal centrodestra, soprattutto se dovesse cader vittima del fuoco amico degli alleati di Governo, Cinque Stelle e Italia Viva.

In Parlamento Luigi Di Maio,  vero capo dei Cinque Stelle, continua a ripetere che è fondamentale l’alleanza tra Pd e Cinque Stelle. Poi però il tour de force in Puglia dimostra il contrario.

Lui ha scritto sui social: “Sarò in Puglia per trascorrere tre giorni insieme ad Antonella Laricchia. Non vedo l’ora di confrontarmi con voi e di pensare a come possiamo davvero cambiare e modernizzare la politica e il nostro Paese grazie anche al taglio di 345 parlamentari”. Con l’hashtag #votasì che campeggia nella grafica della sua foto dal titolo “Luigi Di Maio in Puglia”.

Racconta l’Huffington Post: “Uno storytelling che contiene un certo livello di complessità e appare contorto agli uomini di Emiliano. Nella sua regione, così come in Toscana (mentre nelle Marche la destra ha un distacco più netto sul centrosinistra), la mancata alleanza tra dem e pentastellati, come detto, potrebbe essere decisiva per la vittoria della destra, il tutto dopo che lo stesso Di Maio aveva tentato un avvicinamento ferragostano su questo tema con Zingaretti, anche alla luce della spinta venuta dagli iscritti alla piattaforma Rousseau che hanno dato voto favorevole alla proposta di schierarsi a livello locale con altre coalizioni (però per le amministrative)”. 

Un capo politico non può certo nascondersi dietro il referendum quando l’esito delle regionali può mandare a casa il Governo.

Tira il sasso e nasconde la mano.

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