I protagonisti del giorno. Top e Flop del 7 ottobre 2020

Top e Flop. I protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

NICOLA ZINGARETTI

Nel giro di un giorno ha prima detto che intende rimanere alla guida della Regione Lazio e poi ha aggiunto che il doppio ruolo (quello di Segretario e quello di Governatore) gli pesa. Ma siccome Nicola Zingaretti non è uno che getta le parole a caso è evidente che intendeva inviare un messaggio ad uso interno (leggi qui Il bersaglio di Zingaretti dietro alla frase sulla fatica per il doppio ruolo).

Nicola Zingaretti Foto © Livio Anticoli / Imagoeconomica

Lo scopo è quello di far capire al Partito Democratico che il Segretario è lui, artefice del destino personale ma anche del Partito, in virtù del ruolo che la base gli ha assegnato. Non in virtù di qualche oscuro colpo di Stato ma perché ha vinto ed ha continuato a vincere: Congresso, elezioni Regionali prima in Emilia Romagna poi in Toscana e Puglia ed anche il Referendum.

La verità è semplice e cioè che nel Pd l’ala poltronista è numerosa e forte. Ed è schiacciata sulle posizioni del premier Giuseppe Conte. Mentre Zingaretti ha fatto capire forte e chiaro che il Segretario è lui e che se vuole è in grado di ribaltare il tavolo.

La voce del Segretario.

ROBERTA LOMBARDI

Più passano i giorni e più Roberta Lombardi ricama l’operazione alleanza . Oggi ha sottolineato positivamente l’apertura di Luigi Di Maio ad un’intesa stabile con il Partito Democratico. Ed è proprio questo il terreno sul quale Roberta Lombardi può fare la differenza.

Roberta Lombardi

Ha capito prima e meglio degli altri che Nicola Zingaretti ha la necessità assoluta di doversi smarcare da una parte dei Democrat, da Matteo Renzi e anche da Giuseppe Conte. In questo quadro l’alleanza con i Cinque Stelle è fondamentale. E non può non passare da una candidatura unitaria in quello che è il cuore del potere amministrativo di Zingaretti: la presidenza della Regione Lazio.

Inoltre nel clima di tutti contro tutti all’interno dei Pentastellati, Roberta Lombardi sta diventando il punto di equilibrio tra l’ala governativa di Luigi Di Maio, quella istituzionale di Roberto Fico e quella ribelle di Alessandro Di Battista. Anzi, a volerla dire tutta, se Di Battista dovesse arrivare allo strappo, per Roberta Lombardi si aprirebbe un’autostrada a quattro corsie sul versante dell’intesa con i Dem.

La ciliegina sulla torta è che sul tema dell’alleanza alla Regione Lazio non ha neppure bisogno di avere fretta.

L’immaginazione al potere.

FLOP

CLAUDIO DURIGON

Nel momento in cui Nicola Zingaretti apre alla possibilità di elezioni anticipate alla Regione Lazio, il centrodestra si scopre non pronto. Da oltre un anno è Claudio Durigon il nome più gettonato come possibile candidato alla presidenza. Ma non ora. Non dopo la sconfitta della Lega alle Regionali, non dopo l’avanzata dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, non dopo la disfatta al Comune di Terracina, dove è solo una consolazione il fatto di essere il primo Partito: il sindaco lo ha eletto l’altro fronte del centrodestra. Quello di Giorgia Meloni.

Claudio Durigon, Foto: © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Nel Lazio la forza politica di Fratelli d’Italia è evidente. E Giorgia Meloni la farà pesare. La Lega non appare in grado in questo momento di poter imporre la candidatura a presidente della Regione.

Ecco per quale motivo le azioni di Claudio Durigon sono in picchiata.

Nel posto giusto ma al momento sbagliato.

CARLO MARIA D’ALESSANDRO

Esiste un concetto: la continuità amministrativa. Significa che un’amministrazione continua a portare avanti gli atti avviati da quella che l’ha preceduta. Perché per la Costituzione della Repubblica Italiana esiste l’ente e non il presidente. E infatti il sindaco/ presidente viene sempre indicato pro tempore: a sottolienare che lui ci sta solo per il tempo stabilito dalla legge.

Carlo Maria D’Alessandro Foto © Stefano Carofei / Imagoeconomica

Un concetto che a Carlo Maria D’Alessandro è del tutto oscuro, forse per il fatto che è un tecnico prestato alla politica. Ma poi alla politica c’è rimasto sotto. Come dimostra la levata di scudi fatta nelle ore scorse quando ha attaccato ancora una volta il suo successore e sempre sullo stesso tema: si vanta di avere realizzato opere che però era stato lui a far finanziare. (Leggi qui Carlo Maria si intesta la leadership. Usando i lavori).

Ora, cerchiamo di capirci: cosa avrebbe dovuto fare Enzo Salera, non portare avanti i progetti solo perché li aveva fatti partire il suo predecessore? Sarebbe come se Piero Marrazzo avesse deciso di chiudere il nuovo ospedale di Cassino anziché andare ad inaugurarlo, dal momento che il progetto era stato avviato e quasi interamente completato, dal suo predecessore Francesco Storace.

Intestardirsi sul fatto di volersi far beatificre per avere ottenuto i finanziamenti singifica non avere ancora metabolizzato né la caduta (avvnuta ad opera dei suoi stessi alleati) nè la successiva mancata ricandidatura. Insomma, in una parola sola: la sconfitta.

Forse sarebbe il caso che Carlo Maria D’Alssandro ripercorresse tutte le tappe che hanno portato alla sfiducia. Senza più alibi o iniziative dal sapore “quando c’ero io”. Lui non c’è più perché non è riuscito a tenere unita la maggioranza. E non è stato ricandidato non perché Mario Abbruzzese sia brutto e cattivo ma perché il centrodestra non lo avrebbe votato.

Dopo di lui il diluvio (che lo ha sommerso).

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