Internazionale: i protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

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JOE MACARON

La home page di Al Jazeera lo indica un po’ laconicamente come «un collega presso l’Arab Center di Washington DC». E in polpa è così. Ma Joe Macaron è senza ombra di dubbio altro. E’ stato il primo inviato del panorama giornalistico a trazione islamica che non ha avuto paura. Di far cosa? Di additare a chiare lettere i reali colpevoli dell’esplosione che ad agosto ha distrutto porto, robusta fetta di Beirut e credibilità del governo nazionale. E che ha fatto morti a centinaia, feriti a migliaia e danni per miliardi. Diciamocela tutta: nelle settimane successive al botto la stampa internazionale non si è mai chiusa alle spalle la porta della chiave complottarda del fatto.

L’esplosione al porto di Beirut. Foto: Al Jazeera

In questo non ha sbagliato, a tener conto del fatto che il Libano è target di una geopolitica al tritolo che ne ha fatto teatro per ogni tipo di rivendicazione armata. Stretto fra Siria ed Israele, nella ganascia fra Geova e Maometto, il paese dei cedri è il luogo in cui ogni tragedia ha il suo missile o la sua bomba. E con somma perizia tutti i media si sono messi in stand by. Aspettando quasi speranzosi che arrivasse la conferma empirica di ciò che loro lasciavano intravedere fra le righe di pezzi che sembravano implorare la sugosa tesi dell’attentato.

Perché tutto il mondo è ormai vittima della ‘sindrome di Brumotti’, ovviamente senza sapere chi cacchio sia il medesimo. Di quel mood cioè che non studia i fenomeni criminogeni o distruttivi per risolverli, ma per confezionarli ad uso del fruitore finale. Con un voyerismo giornalistico che poi ti porta in mezzo ai pusher per far vedere che se ti hanno fatto un occhio nero sei l’eroe che combatte la droga. Insomma, stare sul pezzo equivale ormai ad incentivarne gli aspetti più clamorosi, ancorché ipotetici. Perché la realtà è banale e un botto di quella portata chiama Hezbollah o i guappi di Tel Aviv come il pane chiama la corallina.

Joe Macaron

E invece Macaron ha tenuto fede alla mission più bella del mondo ed lo ha ribadito in queste ore, con le dimissioni dell’esecutivo già cassate. «Non c’è dubbio che quanto accaduto non sia stato solo un incidente. È stata l’ultima mortale conseguenza della radicata cultura di corruzione, incompetenza e negligenza nell’apparato statale libanese. Il porto di Beirut funziona senza una reale supervisione governativa. È gestito congiuntamente dall’Autorità doganale e dall’Autorità portuale di Beirut».

«Mentre la prima era sotto il controllo dei lealisti del presidente Michel Aoun, la seconda è gestita da burocrati fedeli all’ex primo ministro Saad Hariri. Entrambe queste autorità pubbliche sono sotto la supervisione tecnica del governo. Tuttavia in pratica non soccombono a nessuna gerarchia ufficiale o controllo parlamentare».

Ergo, millemila tonnellate di nitrato di ammonio erano lì, pronte a squarciare l’universo perché a nessuno è mai fregato nulla di toglierle. E il fatto che i governi si dimettano non risolve il problema. Come a dire che a Beirut stavolta a fare danni non è stata la guerra, ma quello che la guerra porta quando i cannoni vanno in pausa. Cioè la sconfitta assoluta della legalità, la morte dello stato come apparato efficiente. E l’agonia dei luoghi dove la sua azione si sostanzia.

Clap, clap, clap.

DEPINDER GOYAL

È Ceo di Zomato da meno di 8 anni ed ha fatto più macelli lui di un tifone. Macelli buoni. Nel 2008 Depinder Goyal e il suo amico-socio Pankaj Chaddah fondano la start up alimentare più importante d’Oriente. È Zomato, un motore di ricerca per food porn e ristoranti arrivato a toccare 40 Paesi ed oltre 15mila città. Il suo sito web è una Babele di lingue, tante quante sono le nazioni che hanno ceduto alle lusinghe di questo manuale di abboffate. Un manuale tanto efficace da essere riuscito a sbarcare perfino lì dove cibo speed e hi tech hanno ricevuto battesimo e consacrazione: negli Usa.

Depinder Goyal

Lì l’anno scorso Zomato aveva acquisito Urbanspoon, con sede a Seattle. L’arrivo di Covid aveva però innescato una spirale perversa di retromarce. Che avevano avuto esordio con il licenziamento del 10% della sua forza lavoro del segmento back end. La riscossa si era poi concretizzata con il lancio di Zomato Market, un servizio di consegna a domicilio di pietanze e generi alimentari che aveva rimesso l’azienda in arcione in barba al lockdown.

E veniamo al fatto. In India, dove Zomato è leader indiscusso del settore, la maggior parte delle maestranze è composta da donne. Perché in un Paese che non ne tiene in gran conto i bisogni la loro flessibilità è non solo dato proverbiale, ma anche garanzia di fatturati stellari.

L’India è un Paese che all’altra metà del cielo ha sempre guardato con sufficienza. Tanto con sufficienza che fino a pochi decenni fa in alcune caste le mogli erano obbligate a uccidersi sulle pire dove il loro mariti venivano abbruciati se morte li coglieva, per capirci. Ecco perché il segnale lanciato da Goyal è segnale fortissimo.

Il Ceo ha deciso che le sue dipendenti dovranno avere 10 giorni di ferie all’anno per affrontare il periodo mestruale. In pratica le donne che lavorano per Zomato avranno diritto ad un giorno al mese, o a più giorni assieme, per stare a casa nelle 24 ore cruciali in cui il ciclo fa sentire di più i suoi effetti psicofisici.

Un rider di Zomato

CNN non sbaglia a definire questa decisione una «pietra miliare significativa in un paese in cui le mestruazioni rimangono un argomento tabù». E Goyal ha fatto di più. Ha chiaramente detto che il bonus toccherà sia alle donne che alle dipendenti transgender e di identità non binaria, che abbiano o no preso ormoni.

Perché sentirsi donna è un atto totale. Ed approcciarsi al totem psicologico del ciclo nel modo giusto è importante quasi come viverlo una volta perfezionato il percorso.

Inutile dire che mezza India bramina, maharatta e bigottegiante è insorta contro il giovane manager. L’altra metà che è musulmana semplicemente lo vuole o morto o pezzente. Ma lui non ha battuto ciglio e ha liquidato la faccenda con l’eleganza dei grandi.

E con un email a tutto il personale. «A Zomato vogliamo promuovere una cultura di fiducia, verità e accettazione». Piccolo meme: in Italia il dibattito sul congedo mestruale è arenato in Parlamento dal 2016. L’anno scorso la comunità internazionale ci aveva incoronati pionieri dei diritti civili. E a noi era bastato che ci dessero la medaglia per interrompere la guerra.

Progresso take away.

FLOP

SHINZO ABE

Se in Giappone ti prendi una pausa dal lavoro sei molto più di uno sfigato e poco meno di un traditore. Cose che accadono lì, in quello strano arcipelago più ad est dell’est dove il concetto di dedizione è roba da Libri Sapienziali. Figuriamoci quindi cosa succede nell’opinione mainstream se la pausa se la prende il premier in carica.

E Shinzo Abe è caduto nel trappolone. Ci è caduto suo malgrado, dato che gli servivano tre giorni tre, dopo 147 di ininterrotta attività, per una visita medica.

Shinzo Abe

Ma per quelli con lo skyline del monte Fuji in finestra tre giorni di assenza del premier sono orrore puro. Una via di mezzo fra l’alto tradimento e un ‘batti cinque’ ad una cena diplomatica. Ergo, Abe non ha retto la pressione ed ha annunciato le sue dimissioni.

In realtà le cose non stanno proprio così. Lui è il premier più longevo del Giappone, è in carica consecutiva da otto anni. Ed è il più recidivo in quanto a ‘marcare visita’. Nel 2007 si era già dimesso una volta. Tutta colpa della sua colite ulcerosa di origine nervosa, uno spleen implacabile che per un giapponese equivale ad una condanna a morte. Questo perché impedisce di perseguire il mantra talebano del ‘karoshi’.

Prego? Niente, è solo il verbo nipponico che qualifica l’onorevolissimo concetto di ‘morire di troppo lavoro’. Una cosa cioè che in occidente e in Italia in particolare è buona solo per le barzellette in taverna. Perché non è che dove il sole cala non hai voglia di lavorare, è solo che dove il sole nasce l’idea di morire lavorando non è una metafora, è un dogma sociale. E Abe, in piena acuzie di gastrite, ha mollato. Ora, se il premier fosse un inglese, portasse cappellini e avesse sposato un gaffeur patentato, diremmo che questo per lui è stato un ‘hannus horribilis’.

Shinzo Abe durante la recente visita a Londra. Foto: Foreign Office

Il 2020 del Giappone è stato disastroso al cubo. Covid e l’attendismo eccessivo di Abe nel fronteggiarlo e le Olimpiadi rinviate a causa del virus. Poi siccità biblica, agricoltura in ginocchio e fallimento delle trattative con la Russia per le isole Curil hanno fatto pappa dell’immagine del premier. Che oltretutto si è visto franare sotto i piedi la sua ‘Abenomics’. Sarebbe il new deal con gli occhi a mandorla con cui dal 2013 stava cercando di affrontare una depressione economica che pascola nei conti correnti dei giapponesi da 12 anni.

Roba da secchiate di Malox insomma. Roba da bandiera bianca issata sul cocuzzolo di una personalità forse troppo spaccona per potersi permettere lo stomaco debole.

Mi tocca l’harakiri.

BILL STEPIEN

Negli Usa i consulenti elettorali sono una via di mezzo fra l’Alto dei Cieli e un soggiorno a Guantanamo. Cioè, a seconda di come facciano il loro lavoro e dei punti in cassa ai candidati, sono croce o delizia degli stessi. E con loro dei comitati di raccolta fondi, che negli States sono bancomat assoluto per arrivare in vetta o quanto meno reggere l’ascesa. Perché oltreoceano ci abiterà pure la democrazia più collaudata del pianeta, ma è democrazia che alla benzina dei diritti ha sempre aggiunto il Nos dei dollari.

Bill Stepien

William Stepien, che nell’ambiente dei media è considerato una specie di Houdini, aveva quindi tutti i numeri per essere l’uomo della provvidenza. Per chi? Per Donald Trump, che lo aveva ingaggiato a metà corsa dopo il licenziamento a giugno del genio mancato Brad Parscale, un hipster di 2 metri con il cassetto pieno di sogni da Nba. Quella stessa Nba che in questi giorni è sulle barricate contro violenze di polizia e trumpismo spinto. Quando Biden aveva preso l’ascensore nei sondaggi e dopo un disastroso comizio in Oklahoma che sembrava una briscola alla bocciofila di Fano, il presidente aveva dato il benservito al suo primo guru.

E Stepien, belloccio e rampichino come un geco, in quel varco ci si era infilato prima col piede e poi tutto intero. Lo aveva fatto con la stessa verve arrivista affrescata da una pellicola immensa come ‘Le Idi di Marzo’. Ma negli Usa da uomo della riscossa a uomo dei cerotti il passo è brevissimo. Soprattutto se lo staff di Biden entra in possesso di documenti aggiuntivi sullo scandalo ‘Washington Bridge’. Di cosa parliamo? Di uno scivolone maiuscolo che vide protagonista proprio Stepien nel 2012. Allora il rampantissimo guru della comunicazione era a servizio del governatore repubblicano del New Jersey Chris Christie.

Donald Trump

Lo aveva benedetto lo stesso faraone dell’ultradestra conservatrice di Fox News Roger Ailes. Questo prima di essere seppellito dagli scandali sessuali ed essere ripudiato dai mecenati ricconi Murdoch.

Stepien quindi aveva brigato per chiudere un ponte dedicato a Washington che collegava Manhattan alla cittadina di Fort Lee. Perché? Per creare problemi al sindaco, che non voleva appoggiare il suo governatore nella rielezione. Ne era nato un casotto maiuscolo poi tracimato in blanda indagine. E in questi giorni sono spuntate dichiarazioni firmate da testi stanati dai segugi dem. Sono carte che attesterebbero come fu effettivamente Stepien ad incendiare i telefoni dello staff per far chiudere quel ponte. Il messaggio implicito è chiaro.

Se cioè Trump scalcia via il suo primo santone media per prendersene uno che per vincere blocca una cittadina allora Trump è alla frutta. Perché anche in America i volponi sono ammessi, ma solo se sanno nascondere le orecchie a punta sotto il cappello del perbenismo.

Vaffanguru.

MENZIONE SPECIALE

MELANIA TRUMP

Alla convention del Partito Repubblicano sembrava La Dottoressa del Distretto Militare, mancava solo Alvaro Vitali che si mordeva il labbro inferiore sotto il leggio. E quando sei la moglie del presidente Usa che aspira a fare ancora il presidente Usa i particolari non sono fuffa. Perché la questione non è nell’outfit in sé, ci mancherebbe, per chi scrive poteva vestirsi anche da spinterogeno. La questione è politica. Spieghiamola.

Melania Trump

Melania Trump è vista da sempre come la parte di Trump che a Trump non piace, cioè la parte buona.

È una che porta in tiepido ciò che il marito tiene a bollore, è quella che si tiene a due metri da lui e non gli dà la mano se è reduce da una cappellata mondiale. Soprattutto è quella che ha messo la pace in punta, se non di etica, almeno di estetica. Se lo crogiola e coccola come mantra assoluto, quel valore. E alla convention degli elefantini per le Presidenziali 2020 la First Lady aveva esordito con parole a tema, parole giuste.

Lo aveva fatto prendendo abbrivio dai casi Floyd e Blacke. «Basta violenze in nome della giustizia. Io non userò questo tempo per attaccare gli altri. Nessuna guerra». Una colomba insomma, con dalla sua un’immagine statuaria, anche se un po’ algidina, che negli Usa prende ancora bene.

Perché gli States sono prog ma bipolari, mormoni e piacioni al contempo. E se da un lato vogliono donne scortichine e tenaci, dall’altro non disdegnano le bellone da sognare mentre la moglie si arrotola i bigodini e inforna le torte di Sarah Lee. Sta di fatto che Melania per la bisogna ha scelto un vestito non proprio adatto a negare il concetto di guerra.

Con un dress code che subliminalmente sapeva di invasione a Panama. Una giacca con spalline a vista, bottoni alamareggianti e lunghette austera dal chiaro taglio militare. Un tono accentuato dall’uniforme (è il caso di dire) color kaki che la faceva sembrare Fidel Castro dopo un soggiorno a Casablanca. Il web ha colto il paradosso e non ha gradito, seppellendo la FL di critiche e lazzi di ironia.

E se l’obiettivo è curare ogni minimo dettaglio per far coincidere ciò che pensi con ciò che dici e ciò che indossi, Melania si è fermata a metà opera. Con novembre che incombe e con il voto a stelle e strisce che ha ancora un robusto zoccolo umorale e fru fru, è errore da lapis blu.

Abile arruolata.

MAISON GUCCI

Restando in tema di moda alla maison Gucci un angolo di podio flop va di diritto. Perché se lanci una modella con fattezze che innescano il mood dell’opinabilità poi non puoi cadere dal pero. Non puoi farlo se dall’opinabilità si scade nel body shaming e nel cafonismo lombrosiano da pollaio social. E non perché la grossolanità del masculo tamarro medio vada giustificata.

Armine Harutyunyan

Semplicemente perché a lanciare la fanciulla in pasto ai randagi del web sei stato tu. Tu lo sapevi che avresti scatenato un putiferio. E che tutti, ma proprio tutti, nel commentare, schierarsi, dire la loro, ribattere, strologare o condannare, avrebbero avuto in punta di lingua il tuo nome. In un loop che sa di giro largo per arrivare dritti al punto, che etico non è. Con i motori di ricerca in fiamme e il tuo brand che ha più clic di Youporn.

Perché fra il coraggio di dire che la ‘uagliona’ non è proprio un fiore e la retorica ciancicata del bello relativo spunta sempre e solo quel comune denominatore: Gucci, Gucci, Gucci.

Apriti Sesamo.

(Leggi qui le puntate delle settimane precedenti)

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