Internazionale: Top e flop dal mondo. I protagonisti della settimana

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai
Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

TOP

JOHN BOLTON

Roba di sicurezza nazionale, roba che scotta, che potrebbe «mettere a rischio gli Stati Uniti d’America». Premessa: la storia è piena di memoriali sui potenti. Libri al curaro che al più dimostrano quanto il potere si accompagni alle gaffes.

Ed è piena in parallelo di potenti che cercano di evitare la diffusione di quei memoriali. Che il più delle volte mettono alla berlina quelli che Andreotti chiamava i “vizi minori”. Faccende come scaccolarsi il naso, cercare le alcove farcite di donnine o bisbocciare in cantina.

Questo perché, a scrivere quei memoriali, il più delle volte sono gli ex ciambellani dei potenti. Uomini che, silurati a metà cottura, decidono di vendicarsi scoprendo gli altarini dei loro ex mentori.

JOHN BOLTON

E di farci qualche danè, soprattutto se chi è preso di mira in quelle pagine si chiama Donald Trump, non esattamente un Jefferson insomma.

Tuttavia, nella sua ultima fatica letteraria, John Bolton ci ha obiettivamente messo qualcosina in più del semplice livore del tirapiedi messo in angolo. E lo ha chiarito blando:«Trump non è adatto a fare il presidente». Sostanziando però l’ovvietà di quella considerazione non certo da Pulitzer con info gagliarde. Slides prese dai dossier che, da ex adivisor della Casa Bianca per la sicurezza, lui ha maneggiato.

Pare che Trump abbia chiesto aiuto al suo omologo cinese Xi Jinping per essere rieletto. Come? Sollecitando un intervento sulle comunità di pynin, i cosiddetti ‘cinesi d’oltremare’. Cioè sui sino-americani che conservano un fortissimo legame con la Patria originaria. Perché hanno famigli in Cina sul cui collo alita il fiato di Pechino. In più, Trump avrebbe incoraggiato Xi a costruire campi di concentramento per rinchiudervi gli uiguri, la minoranza musulmana cinese.

Tutto questo nelle pagine di quel libro bomba, “A Withe House Memoir”, uscito in questi giorni con libidini da best seller. E che Trump ha chiesto di bloccare appellandosi ad un tribunale che gli ha dato torto.

Ovvio che il tycoon, che in pubblico non ha attribuito a colpe della Cina solo l’invasione della Polonia, ha paura di quelle impronte digitali a pochi mesi dal voto presidenziale. Ma se qualcuno riesce a mettere paura al più potente fra i potenti, tigna o ragione che abbia mosso la sua penna, costui merita un applauso.

Un guardone è per sempre.

LA FAMIGLIA CAMPBELL

«Stiamo bene, ci amiamo e siamo molto più fortunati di persone che soffrono perché hanno perso chi amavano». La filosofia basica delle cose essenziali in un mondo che si regge su fronzoli e piani bizantini. E che chiama banalità il genuino. E’ quella di Ben ed Harriet Campbell, una coppia di scozzesi che aveva un sogno. Sogno infranto contro la diga di panico sanitario eretta dalla pandemia. Ed era di quelli che, a volerli realizzare, dovevi sudare, letteralmente.

LA FAMIGLIA CAMPBELL

I Campbell infatti erano partiti ad inizio anno dalla loro cittadina, Kelso, per raggiungere il Giappone ed assistere ai Giochi Olimpici di Tokyo.

Lemme lemme, con i quattro figli, percorrendo 8000 chilometri ed attraversando 24 paesi, a partire con il giusto margine di anticipo. Roba che Kerouak scansati.

Con tanta tigna da itinerario che avrebbero dovuto festeggiare il compleanno dell’ultimogenito a Ulan Bator, in Mongolia; un mood svizzero, più che scozzese, il loro. Perché lo scopo non era solo arrivare alla meta, ma gustarsi il viaggio, assaggiare ogni cultura. E dare un senso a scelte radicali come aver sottratto la prole alle lezioni scolastiche.

O come il licenziamento volontario di Ben dalla compagnia per cui lavorava. Una cosa vagamente hippie, magari retrò, ma genuina e bella, come tutte quelle senza troppo raziocinio. Bella fin quando Covid e conseguenti lockdown assortiti non hanno inchiodato i Campbell in Francia, da amici a Grenoble, raggiunta dopo che la fase critica del virus li aveva sorpresi in Austria.

A sbriciolare baguettes nel tè la famiglia ci è rimasta 120 giorni. Tutti passati rimuginando sui sacrifici di una vita sparsi nell’aria infida di un mondo che aveva infettato e ucciso anche il loro sogno più grande.

Hanno detto che ci riproveranno, i Campbell: nel 2024 a Parigi, un isolato più in giù a paragone di Tokyo. E che nessun virus fermerà il loro sogno. Già, nessun virus ci dovrebbe fermare i sogni.

Spirito giusto.

FLOP

VLADIMIR PUTIN

Il primo luglio è alle porte e, contrariamente a quanto ipotizzato da molti media mondiali, non sarà una data così spartiacque per la Russia. Una di quelle cioè che segnano un prima fatto in un certo modo ed un dopo che prende abbrivio opposto.

Non lo sarà per un paradosso amaro quanto incontestabile. Quello per cui Vladimir Putin è un autocrate fatto e finito già da tempo. E per cui la consultazione che dovrebbe consegnargli le chiavi del potere fino al 2024, con estensione possibile fino al 2036, è solo l’amara ratifica di uno stato delle cose già sedimentato.

VLADIMIR PUTIN. FOTO © REMY STEINEGGER / SWISS-IMAGE.CH

Da sempre Putin è riuscito ad incarnare, agli occhi di mondo e Patria, il prototipo del leader puro e tellurico, forgiato con il ferro della necessità storica. Una necessità che con le regole della democrazia ci deve civettare, ma senza sposarle. In un Paese che dopo la caduta del muro di Berlino si era trovato senza identità la cosa è stata vista come il male minore già con Eltsin.

Ora tocca al referendum estivo, che ha tutti i numeri per reggere il copione del ‘bene del popolo’, traghettare Putin verso il potere arcigno dei capi ottuagenari. Capi che sopravvivono testardi perfino alle proprie intuizioni. E non sloggiano dalla sedia finché non sloggiano dall’esistenza. Quel voto è benedetto dalla Duma, che sotto Putin ha la stessa utilità delle tonsille.

In più cadrà a fagiolo in uno dei momenti telecomandati di massimo fulgore del conducator russo che caccia le tigri e boxa con gli orsi. Quello che a giorni vedrà Putin, in comparaggio con il turco Erdogan, appuntarsi sul petto la medaglia di un probabile ed evanescente cessate il fuoco nella martoriata Libia.

Restano solo le due incognite della Corte Costituzionale e della crisi Covid. Ma lui, l’ex spia Vladimiro, è talmente trucido in sella al potere da prendere le misure ad entrambe. Ignorando la prima e presentandosi come unica soluzione alla seconda.

Cose da Zar.

USMC

Chi con conosce i Marines? O meglio, lo United States Marines Corp? Nell’immaginario collettivo sono gli eroi per antonomasia, i buoni ma ruvidi, comunque un pezzo della storia a stelle e strisce. Nodo al fazzoletto: i fanti di marina si addestrano e specializzano quasi tutti negli stati Usa meridionali.

Ora, al di là della vulgata pop che con la storia vera trova aderenze meno nette, all’interno dei Marines è sorto un problema. E di problema politico si tratta. Dopo la barbara uccisione di George Floyd gli Usa stanno conoscendo, forse per la prima volta nella loro storia, una sorta di furia iconoclasta.

Foto © Lance Cpl. Jessica S. Gonzalez, U.S. Marine Corps.

Come a dire che, per lavare l’onta morale del razzismo organico a molte nicchie della società Usa, gli stessi stanno letteralmente facendo tabula rasa di tutti i simulacri affini ai luoghi dove il razzismo si sostanziò di più. Vale a dire il sud, Dixieland. Come ad esempio a Richmond, in Virginia, dove il governatore democratico Ralph Northam ha disposto la rimozione della statua del generale confederato Lee. Oppure a Minneapolis, dove ad essere abbattuta è stata addirittura la statua di Cristoforo Colombo. In arcione a un furor che ha già condannato oltre 1500 monumenti.

O come per i Marines, destinatari di una direttiva per rimuovere la bandiera confederata da tutti i luoghi afferenti al corpo. Incluse case, portici, giardini e lunotti delle auto. L’ukase riguarda un vessillo specifico, cioè lo stendardo da battaglia «portato dall’esercito della Virginia del Nord durante la guerra civile». Quello che poi si arrese alle truppe di Grant ad Appomatox, per intenderci. Si sta dunque vergando di lapis la lista di proscrizione del nuovo antirazzismo militante e di facciata di una società a volte davvero goffa.

Società che per essere monda e liberal deve abbattere i totem esterni invece di guarire i tabù interiori. E che non capisce che la storia non va cancellata, semmai ripassata. Viene in mente la sceneggiata del figlio tossicodipendente che, per convincere i genitori che ha messo la testa a posto, strappa platealmente in salotto la sua ‘ultima’ bustina di droga. Per poi correre a comprane un’altra appena mammà sorride sollevata.

Polvere di stellette.