I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 22 aprile 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 22 aprile 2026.
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GIANCARLO RIGHINI

Per molti, fare politica consiste nel conquistare elettoralmente un territorio e poi presidiarlo, difenderlo, impedire che altri ci mettano piede. È il modello del fortino — solido, rassicurante, destinato prima o poi però a diventare una prigione. Per decenni abbiamo pensato che fosse l’unico modello possibile: al punto di sovrapporlo con la stessa definizione di Politica. L’operazione che ieri ha portato ufficialmente il sindaco di Isola del Liri Massimiliano Quadrini in Fratelli d’Italia insegna che esiste una strada alternativa: aprire le porte, portare dentro chi sta fuori, costruire senza demolire quello che c’era prima. Crescere senza rottamare ciò che c’era.
L’adesione di Massimiliano Quadrini a FdI non è caduto dal cielo. Dietro c’è un lavoro paziente, fatto di relazioni costruite nel tempo, di fiducia reciproca, di quella «conoscenza diretta» che lo stesso Quadrini ha citato come elemento determinante nella sua scelta. (Leggi qui: Trancassini incorona Quadrini: abbiamo portato in squadra un bomber di razza).
Righini è stato lo sponsor di questa operazione — non per interesse personale ma per una visione precisa di cosa deve essere un Partito che vuole governare davvero: non una tribù di fondatori gelosi delle proprie rendite di posizione ma una comunità capace di attrarre, includere, crescere.
Allargare senza rottamare

Il risultato è politicamente significativo. Quadrini porta con sé un consenso radicato e strutturato, costruito in anni di amministrazione ad Isola del Liri con uno stile pragmatico e territoriale. Porta anche una storia — quella dell’Udeur, della «destra della sinistra e sinistra della destra» — che rappresenta un pezzo di elettorato ciociaro che FdI non aveva mai intercettato direttamente. Portarlo dentro significa allargare il perimetro del Partito verso quella fascia di centro moderato che in provincia di Frosinone ha sempre avuto un peso elettorale reale.
Tutto questo, però, Righini lo ha fatto senza calpestare niente e nessuno. Il video di Massimo Ruspandini — fondatore e custode storico della destra ciociara — che esprime stima per Quadrini e definisce Isola del Liri «uno dei centri più importanti della provincia» non è un dettaglio folkloristico. È la certificazione che l’operazione è stata condotta nel rispetto delle radici, senza strappi, senza il gusto della rottamazione che tanto danno ha fatto in altri partiti e in altre stagioni politiche.
È esattamente questo che distingue un dirigente di partito da un semplice tatticista: la capacità di innovare restando nel solco, di superare i confini storici senza rinnegare chi quei confini li ha disegnati. Righini sta contribuendo a costruire un FdI ciociaro più largo, più plurale, più capace di competere nelle elezioni che contano — le provinciali di dicembre, le regionali del 2028 — senza perdere l’identità che lo ha reso credibile.
I fortini resistono alle battaglie. Ma sono le città aperte che fanno la storia.
L’arte di allargare senza rottamare.
GABRIELE BENEDETTO (ACQUA FIUGGI)

Non è stato un miraggio. Prima della semifinale di Coppa Italia su Mediaset, milioni di italiani ieri sera hanno visto uno spot. Acqua di sorgente ciociara, design premium, posizionamento inequivocabile. Acqua Fiuggi in prima serata nazionale, nel momento di maggiore ascolto sportivo dell’anno. Non è solo pubblicità: è soprattutto una dichiarazione d’intenti.
Per capire il peso di quel passaggio televisivo bisogna leggere i tasselli che lo precedono. Acqua Fiuggi è l’acqua ufficiale dell’Olimpia Milano — la squadra più titolata d’Italia, quella che gioca l’Eurolega e che può scegliere i suoi partner tra centinaia di proposte. È l’acqua che Vogue ha deciso di raccontare nelle sue pagine, nel tempio mondiale della moda e del lusso. È il brand che in passato aveva trovato posto sulle tavole di Leonardo DiCaprio, Johnny Depp e Justin Timberlake — tre nomi che, messi insieme intorno a una bottiglia, raccontano un posizionamento globale che poche acque italiane hanno mai raggiunto. (Leggi qui: Eravamo Di Caprio, Depp e Timberlake intorno ad una bottiglia di Fiuggi).
Questo è il contesto in cui va letto lo spot di ieri sera. Non una comparsata pubblicitaria ma il tassello più recente di una strategia precisa e coerente: Acqua Fiuggi non vuole essere l’acqua di tutti. Vuole essere l’acqua di chi sceglie con cura: lo sportivo d’élite, il lettore di Vogue, il consumatore di lusso diffuso che riconosce la qualità e la paga.
Il rilancio

È la linea che LMDV Capital di Leonardo Maria Del Vecchio ha tracciato fin dal suo ingresso nella gestione: tre referenze distinte — Luxury, Premium, Everyday — per presidiare segmenti diversi senza mai perdere l’identità alta del marchio. La prima serata Mediaset serve l’Everyday e il Premium. L’Olimpia Milano e Vogue servono il Luxury. Tutto coerente, tutto costruito con una logica che raramente si vede nel rilancio di un brand italiano, affidato ora alla razionalità di un manager di caratura nazionale come Gabriele Benedetto.
Fiuggi stava per scomparire nel Tribunale Fallimentare di Frosinone. Oggi compare sugli schermi di milioni di italiani prima di una semifinale di Coppa Italia. La distanza tra questi due punti si chiama visione industriale. E qualcuno ha avuto il coraggio di percorrerla.
Acqua Fiuggi in prima serata.
FLOP
GIOVANNI TRIA

C’è una categoria particolare di rivelazioni politiche: quelle che chi le fa ritiene clamorose e che invece, a guardarle bene, raccontano esattamente il contrario di quello che si vorrebbe dimostrare. L’ex ministro Giorgio Tria — titolare del MEF nel governo Conte I e coniugato con una gentile signora di Roccasecca che lo porta spesso sul territorio — ha svelato in un’intervista a Ciociaria Oggi che durante il Covid Moderna aveva individuato l’area industriale del nord della Ciociaria per realizzare un hub produttivo europeo. I tecnici erano venuti, avevano visitato, erano rimasti positivamente colpiti. E poi se n’erano andati. Perché? «La complessità degli aspetti regolamentari delle norme italiane», dice Tria. Traduzione: la burocrazia. I regolamenti. I ritardi.
Fin qui, tutto vero. Ma c’è un dettaglio che l’ex ministro dimentica di aggiungere: quella burocrazia era responsabilità del governo di cui lui faceva parte. Moderna non è andata via per cause di forza maggiore. È andata via perché il governo Conte non è stato capace di rimuovere gli ostacoli che essa stessa riconosce come determinanti. È come lamentarsi che il treno è partito senza di te dopo aver perso mezz’ora a cercare le chiavi di casa.
Il confronto con ciò che è accaduto dopo è impietoso. Novo Nordisk — altro colosso mondiale del farmaceutico — ha annunciato un investimento da 2,3 miliardi di euro per un hub produttivo ad Anagni. Ridimensionato poi a 1,5 miliardi per effetto della strategia protezionistica di Trump sul mercato degli anti-obesità — fattore imprevedibile e incontrollabile, che nulla ha a che fare con la qualità del territorio. Quell’investimento è stato fatto. Le opere sono in corso. La differenza rispetto al caso Moderna? Il governo Meloni ha nominato subito un Commissario di Governo per azzerare le difficoltà burocratiche. Lo stesso strumento che il governo Conte — con Tria al MEF — non ha saputo o voluto proporre per snellire le procedure.
Questione di visione

C’è poi il capitolo fibra ottica, sul quale Tria ha ragione nel segnalare il ritardo della copertura capillare. Ma anche qui, la memoria corta produce affermazioni incomplete. Lungo l’area industriale della provincia di Frosinone, dagli anni Novanta, scorre una fibra ottica di primissimo livello — tra le prime in Italia — realizzata dall’Università di Cassino grazie alla visione di un politico che aveva capito prima degli altri cosa stesse arrivando: Angelo Picano. Un nome che Tria, evidentemente, non ha nei suoi archivi. Ma che il territorio non ha dimenticato.
La morale è semplice. La Ciociaria non ha mancato l’occasione Moderna per mancanza di attrattività industriale: i tecnici erano rimasti colpiti, lo dice lo stesso Tria. L’ha mancata per incapacità politica di chi governava allora. Che oggi trasforma quella sconfitta in una rivelazione, senza rendersi conto che sta firmando la propria autocritica.
Novo Nordisk è ad Anagni. Moderna è altrove. La differenza sta tutta in chi era a Roma quando bisognava decidere.
Caro Tria, Moderna non è venuta per colpa sua.
FABRIZIO GHERA

Un principio antico nella gestione dei rifiuti dice: chi li produce, se li smaltisce. Non è ecologismo da salotto: è responsabilità territoriale, incentivo a ridurre la produzione, garanzia che nessun territorio diventi la pattumiera di un altro. Il piano messo a punto negli anni scorsi da Nicola Zingaretti era zeppo di limiti ma aveva questa logica: ogni provincia chiude il ciclo entro i propri confini, solo in casi eccezionali i rifiuti si spostano.
Fabrizio Ghera, assessore regionale, presenta oggi un piano che capovolge questa logica. Un ambito unico per tutto il Lazio al di fuori di Roma: libera circolazione dei rifiuti tra le province, senza più obbligo di autorizzazione. I rifiuti vanno dove ci sono gli impianti. Punto.
In apparenza è semplificazione. Nella sostanza è una redistribuzione del problema — e del costo — che non avvantaggia tutti allo stesso modo. Chi ha già gli impianti (Come Saf di Colfelice) sarà avvantaggiato sul piano economico ma al tempo stesso sarà penalizzato sul piano ambientale. Chi gli impianti non li ha spenderà di più e dal punto di vista ambientale avrà meno preoccupazioni.
Dove finiranno i rifiuti

E siccome gli impianti non sono distribuiti uniformemente sul territorio laziale, è facile prevedere dove finiranno i rifiuti delle province meno attrezzate come Roma: nelle province più attrezzate, che si trasformeranno progressivamente in hub regionali di smaltimento senza aver scelto di diventarlo.
Il che autorizza a sospettare un’altra cosa. La corsa ad azzerare gli EGATO provinciali — gli Enti di Governo degli Ambiti Territoriali Ottimali — e lo smontaggio della struttura che aveva Mauro Buschini a capo non erano atti burocratici neutri. È legittimo pensare che fossero la premessa necessaria di questo piano. Con gli ambiti provinciali funzionanti, ogni territorio avrebbe avuto l’obbligo di chiudere il proprio ciclo. Eliminarli significa eliminare quell’obbligo. E aprire la strada alla circolazione libera che oggi viene presentata come innovazione.
Lecito domandarsi perché non si volesse che ogni provincia pensasse a sé. La risposta che emerge dal piano è che si preferiva un sistema in cui qualcuno pensa per tutti — e qualcun altro paga. Le province che non hanno impianti sufficienti pagheranno tariffe più alte per mandare i propri rifiuti altrove. Le province che li riceveranno incasseranno, ma a un prezzo ambientale e sociale che nessun piano regionale potrà compensare del tutto.
La libera circolazione dei rifiuti nel Lazio è una scelta politica. Come tale, merita un dibattito politico vero — nei consigli provinciali, nelle assemblee comunali, davanti ai cittadini che vivono vicino agli impianti esistenti e a quelli che verranno. Non una presentazione in conferenza stampa.
Libera circolazione significa che i rifiuti romani finiranno a casa di qualcun altro.



