Top e Flop, i protagonisti del giorno: 23 giugno 2021

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

MARIO DRAGHI

Mario Draghi

Era dai tempi di Camillo Benso, Conte di Cavour (“Libera Chiesa in libero Stato”), che un Capo di Stato non esprimeva un concetto del genere. Lo ha fatto oggi Mario Draghi, presidente del consiglio italiano. Il quale come spessore è a quei livelli.

Durante la replica in Senato Mario Draghi  ha sgombrato il campo dagli equivoci sul disegno di legge Zan.  Ha detto Draghi: “L’Italia è uno Stato laico.  Il Parlamento è certamente libero di discutere e non solo”.

La segreteria di Stato del Vaticano aveva rilevato che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa del ddl Zan, “particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere”, avrebbero l’effetto di “incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario”. Spiegando:  “Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina”.

Mario Draghi ha risposto: “Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per rispettare gli impegni internazionali tra cui il concordato. Ci sono controlli preventivi nelle commissioni parlamentari. Ci sono controlli successivi nella Corte costituzionale. Il governo non entra nel merito della discussione. Questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo”.

Una risposta che fa emergere il senso dello Stato di Mario Draghi. Il quale ha avuto il coraggio di ricordare alla Santa Sede che l’Italia non è uno stato confessionale. E meno male, altrimenti la storia non avrebbe avuto senso. Mai nessuno in precedenza aveva stabilito in modo così netto i confini.

Mario il mostro (di bravura).

OSCAR DE MONTIGNY

Coalizione divisa, non mi candido”. Il manager Mediolanum si è ritirato dalla corsa a sindaco di Milano. Dando una lezione di stile e di politica ai leader del centrodestra, in particolare a Giorgia Meloni e a Silvio Berlusconi.

Elegante e moderato nella forma, durissimo nella sostanza. Ha spiegato De Montigny: “In realtà non è che mi ritiri o mi sfili, non ero un candidato. Ero una persona che aveva dato disponibilità a considerare la cosa e avevo lavorato duramente. Dopo un po’ di tempo in cui ho chiesto di poter avere un confronto con i leader della coalizione per poter condividere idee e programmi, questo confronto non è avvenuto. Il tempo secondo me è maturato, non ci sono più a mio parere le condizioni”. Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e Silvio Berlusconi (Forza Italia) non lo hanno incontrato. Matteo Salvini (Lega) sì.

Ha aggiunto De Montigny: “La scelta in cuor mio l’avevo forse fatta, ma a queste condizioni non è possibile. Però ringrazio, sono stato onorato della considerazione riservatami. Ho guardato la mia città con occhi diversi, ho girato per quindici giorni immaginandomi quante cose si sarebbero potute fare, avevo il sogno di ripensare Milano lungo le direttrici dell’innovazione, la sostenibilità e la riaffermazione della centralità dell’essere umano. Lo faremo sicuramente in un altro modo, perché io interiormente ho fatto la scelta di mettermi a disposizione di qualunque programma avente ad oggetto l’interesse comune”.

Poi ha usato la metafora del mare, per dire che non sapeva se sarebbe partito con una zattera o con una nave da guerra. E ha tolto il disturbo. Non sbattendo la porta, ma lasciandola spalancata sul nulla.

L’orgoglio dell’uomo libero.

MAURIZIO STIRPE

Maurizio Stirpe

Ruvido come la carta vetrata, competente come pochi, innamorato del Frosinone come nessuno. Maurizio Stirpe ha tenuto oggi la conferenza stampa con la quale ha annunciato gli obiettivi della squadra che guida 19 anni. E con chiarezza ha detto che il prossimo anno la Champions League dei canarini sarà la stabilizzazione dei conti, devastati da un anno di pandemia, con gli stadi chiusi ed il calcio trasformato in modo radicale.

Non ha usato giri di parole: lo ha detto nel modo più diretto possibile. Brutale? Forse. Ma sincero e leale. E lo ha voluto dire in modo altrettanto netto ai tifosi: li ha voluto incontrare nei giorni scorsi, senza mediazioni. (Leggi qui Frosinone, Stirpe apre il nuovo nuovo ciclo).

La campagna acquisti sarà ponderata. Puntando su giovani garanzie di talento. Avrebbe potuto illudere la piazza: non è tipo da prese in giro. Così come è stato quasi crudele nell’annunciare che si prepara alla successione. “Nei prossimi 3 anni inizieremo però a guardare al futuro. Al mio successore. Che non saranno personaggi intenzionati a fare l’affaruccio ma dovranno essere migliori di me. Capaci di far compiere un progresso alla società e che riuscirà a proporsi per conseguire obiettivi più ambiziosi di quelli che noi siamo stati capaci di ottenere”.

C’è uno scudetto conquistato in questi mesi difficilissimi: non aver licenziato nessuno dei dipendenti della società. Una medaglia per chi fa l’imprenditore. “Un motivo di orgoglio non aver licenziato nessuno in questi anni – puntualizza il presidente – Gente meno nota, padri di famiglia. Siamo stati bravi a conservare tutti i posti di lavoro. E dove non potevamo per motivi organizzativi abbiamo creato la possibilità di avere un nuovo posto”. 

C’è un solo Presidente

FLOP

SALVINI-MELONI-BERLUSCONI

Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Foto: Benvegnu’ Guaitoli / Imagoeconomica

Il centrodestra è un gigante elettorale ma un nano politico. E quanto successo a Milano lo conferma. Perché il candidato sindaco da opporre a Beppe Sala non c’è. E non c’è per la scaramucce interne di leader che non guardano alla coalizione ma al proprio orticello.

Il leader della Lega Matteo Salvini è quello che voleva De Montigny. Ma non ha saputo imporlo e difenderlo nel momento clou. Ancora una volta il Capitano del Carroccio perde colpi e lucidità politica in una fase che fa la differenza. Gli era già capitato in passato. Un elemento sul quale riflettere.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, dà ogni giorno la sensazione di essersi montata la testa e di poter esercitare una sorta di diritto di veto ad ogni latitudine e longitudine. Sulla base di sondaggi molto favorevoli e trascinanti. Che però sono sondaggi, non ancora voti reali. Difficile in questo modo pensare di poter guidare un giorno la coalizione.

Infine Silvio Berlusconi: chiede il partito unico con la Lega, poi silura il candidato del Carroccio.

Sindrome da prima donna. Moltiplicata per tre.

ENRICO LETTA

Enrico Letta

Il segretario del Pd ha detto che Mario Draghi deve restare a Palazzo Chigi fino al 2023. Chiaro il motivo: evitarne l’elezione al Quirinale, dove Super Mario per sette anni detterebbe le regole.

Il ragionamento sul piano astratto ci sta. Su quello concreto no, perché in tal modo il Partito Democratico corre il serio rischio di “regalare” Draghi al centrodestra. Come in effetti sta accadendo.

Privo di una coalizione di centrosinistra e con un accordo che non esiste con il Movimento Cinque Stelle, quando il Pd deciderà di dedicarsi alla realpolitik piuttosto che alla filosofia da salotto? Magari sarebbe il caso di provare a “intestarsi” di più il Governo Draghi. E magari perfino favorirne l’ascesa al Quirinale. Per non lasciare ulteriori praterie al centrodestra. 

Troppa cattedra, poca strada.

GIANLUCA QUADRINI

Gianluca Quadrini. Foto: AG. IchnusaPapers

Il Tar del Lazio ha stabilito che la Regione aveva tutto il diritto di metterlo alla porta della XV Comunità Montana e nominare un altro commissario al suo posto. E che lui non aveva motivo per lamentarsi. In pratica ha respinto il ricorso presentato contro la sua sostituzione.

Quadrini ha avuto una soddisfazione: ha ottenuto la lettera con cui la Regione impartiva al dirigente l’ordine di sostituirlo. C’è scritto con chiarezza che in tutte le Comunità Montane del Lazio bisognava salvaguardare la continuità amministrativa. In pratica, i presidenti uscenti dovevano diventare Commissari. Tranne in tre casi per i quali si ravvisano motivi ostativi”. E uno di quei tre è proprio il caso della XV Comunità Montana. Per loro, l’Assessorato dice al Dirigente di provvedere alla nomina di un altro Commissario.

Il Tar ne ha preso atto. Ed al ricorso di Quadrini ha risposto, nella sostanza, con un Embeh? Spiegando che la Regione aveva tutto il potere discrezionale nel prendere la decisione. Cioè poteva agire come meglio riteneva. E che Quadrini non aveva alcun motivo per impugnare la decisione.

L’ex presidentissimo ha accolto la decisione dicendo di accettare ma non condividere. Ora per lui la corsa è tutta in salita. Nella Lega le porte sono ancora chiuse: i vertici vorrebbero aspettare l’autunno e le elezioni di Roma prima di dare l’annuncio. Tenendolo, nel frattempo, a bagnomaria. Magari con la copia della lettera di revoca che ha ottenuto al Tar.

Vittoria di Pirro

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