Top e Flop, i protagonisti del giorno: 3 giugno 2021

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

SANDRO BARTOLOMEO

Il delitto perfetto non è quello nel quale non si lasciano tracce e si ha un alibi inattaccabile. Di più ancora. Il delitto perfetto è quello che non viene compiuto: ma si dispongono gli eventi in modo che tutto avvenga in modo naturale. E Sandro Bartolomeo, monumento vivente del Centrosinistra nel Golfo e nel Sud Lazio nelle ore scorse ha compiuto un delitto politicamente perfetto.

Senza avere formalmente mosso un dito, il Partito Democratico del Lazio ha fatto notare al Pd di Formia che avendo democraticamente deciso la sua linea per le prossime elezioni comunali senza una maggioranza superiore al 60% non potrà usare il simbolo, non potrà schierare il Partito, non potrà partecipare a trattative, non potrà prendere parte ad iniziative elettorali. In pratica li ha tolti di mezzo. (Leggi qui La scomunica di Astorre: niente simbolo al Pd)

Il circolo Pd di Formia aveva deciso di creare un campo largo con le forze che avevano sostenuto l’ex sindaco civico Paola Villa: nonostante proprio il Pd ne avesse determinato la caduta lo scorso dicembre. Mentre Sandro Bartolomeo, quattro volte sindaco, bandiera di tutte le battaglie antifasciste, aveva detto che era tempo di un patto per la ricostruzione morale ed amministrativa della città: un’alleanza civica con gli ex avversari Dc, finiti nell’Udc, poi conflitti nella Lega. Ma alle sue condizioni: via i simboli, via i boss dei Partiti, avanti con il dottor Amato La Mura (responsabile delle vaccinazioni anti Covid nel Golfo) come candidato sindaco.

Quando il circolo, di fronte al 7 a 7, ha preferito la conta anziché il dibattito, lui ha lasciato fare ed ha ritirato i suoi. Il voto è stato 8-0 contro di lui. Poi però si è scoperto che occorreva almeno il 60% per poter usare il simbolo e che forse c’è qualche irregolarità nella composizione del Direttivo ora segnalata ai Probiviri.

Se una vecchia volpe come Bartolomeo ne incontra una al suo livello come il Segretario regionale Bruno Astorre, non c’è storia.

Le vecchie volpi non finiscono in pellicceria.

MARIA ELENA BOSCHI

Maria Elena Boschi (Foto: Stefano Carofei / Imagoeconomica)

La giornalista Myrta Merlino le ha chiesto se sarebbe contenta nell’eventualità che Giorgia Meloni fosse la prima donna premier della Repubblica Italiana. Maria Elena Boschi ha preferito non soltanto essere sincera ma dare una risposta politica.

Dicendo che non sarebbe contenta perché sono avversarie politiche, perché la Meloni è espressione di un Partito sovranista, che probabilmente non avrebbe dato all’Italia l’occasione delle risorse del Recovery Plan.

Ha distinto tra il sentimento di solidarietà tra donne e le scelte politiche, aggiungendo pure che donne e uomini devono competere ad armi pari nell’ambito di confini stabiliti. Insomma, non ha dato la rispostina buonista che le avrebbe fatto guadagnare tutte le prima pagine dei giornali. Ha ragionato di politica. Rispettando innanzitutto proprio Giorgia Meloni.

Autorevole.

ANTONIO TAJANI

Antonio Tajani

Il centrodestra deciderà martedì prossimo sulle candidature a sindaco nelle principali città italiane. A Roma Fratelli d’Italia adesso punta su Enrico Michetti. Antonio Tajani ha risposto che c’è anche Simonetta Matone.

Dimostra così che Forza Italia non scatta sull’attenti quando gli alleati decidono un nome dopo settimane di stallo o di fuoco amico nei confronti di altri possibili candidati. Primo fra tutti Guido Bertolaso.

Per gli “azzurri” c’è Simonetta Matone. E sempre Maurizio Gasparri. Mentre la Lega non è convinta di dover convergere su Michetti. In ogni caso il coordinatore nazionale di Forza Italia ha stoppato il “blitz”. Anche per lanciare un altro messaggio. Vale a dire che non esistono i parenti poveri delle coalizione che alzano la mano quando altri decidono.

Contropiede azzurro. Bruciante.

FLOP

VIRGINIA RAGGI

Via Carlo ‘Azelio’ Ciampi (Foto via Imagoeconomica)

La targa non era scheggiata. Era sbagliato il nome di un ex presidente della Repubblica, premier e tanto altro ancora. Carlo Azeglio era infatti diventato “Carlo Azelio”, cioè senza la “g”. Per questo motivo la targa è rimasta coperta, in attesa di una nuova e corretta, da un drappo giallorosso. Parliamo di una intitolazione a Carlo Azeglio Ciampi.

 Il presidente  della Repubblica Sergio Mattarella e tutte le autorità partecipanti sono stati costretti a lasciare il luogo della cerimonia senza poter di fatto scoprire la targa. Con un imbarazzo che si tagliava con un coltello. Virginia Raggi, sindaca di Roma convinta della riconferma, ha detto: “Sono stata avvisata questa mattina, ho dato subito l’ordine di procedere ad una nuova targa che infatti già adesso è collocata al suo posto”. Tutto a posto? Ma nemmeno per sogno.

L’Ansa scrive: “Sarebbe stato individuato, dopo una rapida indagine amministrativa interna, il responsabile materiale dell’errore sulla targa toponomastica dedicata a Carlo Azeglio Ciampi: si tratterebbe, secondo quanto si apprende, di un dipendente capitolino dell’Ufficio gestione appalti di installazione e manutenzione targhe toponomastiche. Il dipendente rischia una sanzione disciplinare e il trasferimento ad altro ufficio”.

Infatti la Raggi ha annunciato il trasferimento ad altro ufficio. Ma possibile che la sindaca non si assuma mai una responsabilità per le innumerevoli gaffe che hanno contraddistinto il suo mandato?

Figuraccia.

GIORGETTI-GARAVAGLIA

Massimo Garavaglia

Per quei misteri insondabili della politica è tornato di attualità l’episodio di qualche settimana fa, quando cioè i ministri leghisti si astennero sul decreto delle riaperture “controllate” deciso da Mario Draghi. Provocando l’ira di quest’ultimo.

L’episodio è noto: Giancarlo Giorgetti (ministro dello sviluppo economico) e Massimo Garavaglia (turismo) ricevono sul telefonino l’ordine del Capitano. Il quale in un primo momento voleva un voto contro. Si adeguano, loro malgrado. Ma si adeguano. Adesso la situazione è profondamente cambiata e il Carroccio sostiene con convinzione e fiducia Mario Draghi. Ma allora perché far riemergere quell’episodio?

Probabilmente per ricordare che la linea nella Lega la detta Matteo Salvini. Non Giancarlo Giorgetti. Non Luca Zaia. Nemmeno Massimo Garavaglia. Non nessun altro. E che se oggi la situazione è mutata lo si deve all’input di Matteo Salvini. E di nessun altro.

I ministri, nel Carroccio, sono soldati. E i soldati ricevono degli ordini.

Ridimensionati.

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