Top e Flop, i protagonisti del giorno: venerdì 1 ottobre 2021

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti di venerdì 1 ottobre 2021. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

Top e Flop. I fatti ed i protagonisti di venerdì 1 ottobre 2021. Per capire cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore.

TOP

NICOLA ZINGARETTI

Roberto Gualtieri e Nicola Zingaretti (Foto: Andrea Giannetti / Imagoeconomica)

Ha citato il leggendario film di Massimo Troisi e Roberto Benigni, Non ci resta che piangere. Poi dal palco ha detto ai romani di non rassegnarsi. E che quindi non esiste alternativa che quella di votare per Roberto Gualtieri. Nella giornata di chiusura della campagna elettorale Nicola Zingaretti si è fatto sentire.

Ha detto che la città eterna è sommersa da problemi enormi: buche, rifiuti, assenza di lavoro, solitudine delle persone, erba alta. Dicendo: “Un elenco di problemi immensi, c’è il rischio che si affermi la rassegnazione”. E l’antidoto? Il modello Regione Lazio. Otto anni fa versava in condizioni che definire critiche è poco. Poi è arrivato Nicola Zingaretti e oggi il Lazio è uscito dal commissariamento sulla sanità e rappresenta un modello europeo nella gestione del Covid.

Nicola Zingaretti ha fatto un comizio asciutto e ricco di concretezza. Nessun festeggiamento anticipato, ma la consapevolezza che a Roma il Pd può fare la differenza. Con Roberto Gualtieri sindaco.

Leader sul campo.

CARLO CALENDA

Carlo Calenda (Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica)

Se cado mi rialzo finché non vinco”. Questo il tema di Carlo Calenda nel comizio di chiusura per le elezioni di Roma. In realtà, comunque vada a finire, il leader di Azione la sua campagna elettorale l’ha vinta.

Intanto perché a Roma si andrà al ballottaggio. Se ci arrivasse lui direttamente, allora il risultato avrebbe il crisma del miracolo. E potrebbe vincere. Ma se anche lui non dovesse arrivarci, sarebbe in ogni caso decisivo.

L’endorsement di Giancarlo Giorgetti sul piano politico dice che Carlo Calenda si è collocato al Centro nello schieramento politico italiano. Con l’obiettivo non tanto di scalzare Renzi (sa che senza, non ce la fa) ma di essere il frontman del centro. Alla fine il tema è soprattutto questo. Certamente però Carlo Calenda dovrà guardare oltre e cercare di radicare Azione anche nei piccoli centri. Roma o lo lancia o lo affossa come frontman. Ma per il momento però ha centrato il risultato.

Carlo il Grande.

FLOP


FIDANZA – MELONI

Carlo Fidanza e Giorgia Meloni (Foto: Sergio Oliverio / Imagoeconomica)

Carlo Fidanza non è l’ultimo arrivato e neppure una figura marginale di Fratelli d’Italia. È uno degli elementi di spicco del Partito e Alessandro De Angelis sull’Huffington Post ha ricordato come Gianfranco Fini pensasse a lui per la guida di Azione Giovani.

L’inchiesta giornalistica di Fanpage ha messo in evidenza non soltanto il fascismo e il nazismo da operetta. Ha messo in evidenza i legami che politici importanti di Fratelli d’Italia (Carlo Fidanza in testa) hanno con questo mondo. Ha messo in evidenza che le frasi pro Hitler, i saluti romani e la risposta “presente” non sono stati pronunciati e fatti da pochi nostalgici, ma da molti militanti. Insomma, non è un fenomeno isolato.

Il fatto che tutto questo sia emerso a pochi giorni dal voto fa evocare a qualcuno le solite teorie del complotto. Ma in ogni caso le immagini parlano chiaro. Su altri aspetti dovranno essere i magistrati ad approfondire.

Fatto sta che in questo modo Carlo Fidanza ha creato un problema immenso a Giorgia Meloni, impegnata da anni nello sdoganamento del Partito. E la Meloni (donna, cristiana, mamma) guida un Partito che si candida a governare l’Italia, rappresentandola nel mondo. Per fare questo non può esserci spazio per il nazismo e il fascismo da operetta. Il fatto però è che la Destra sa bene che esiste quel mondo, al quale in tanti guardano e dal quale prendono voti. Ed è difficile rinunciare a quei voti.

Giorgia Meloni però quei legami (che conosce) doveva tagliarli prima.

Scivolone grottesco e politicamente tragico.

GRILLO – RAGGI – CONTE

Virginia Raggi e Giuseppe Conte (Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica)

Nel comizio finale Beppe Grillo ha prima detto che è importante che lui torni a farsi sentire. Poi il lapsus freudiano che mette fine ad una fase politica. Grillo ha detto alla Raggi che anche se perde non sparirà, che lui stesso ha insistito per farla nominare nel collegio dei Garanti. L’ammissione preventiva della sconfitta elettorale.

Al punto che Virginia Raggi ha risposto che però in quella piazza c’erano persone che credono di vincere. Una scena che descrive la sconfitta politica e perfino storica dei Cinque Stelle.

Nel 2016 la vittoria di Virginia Raggi fu salutata come l’inizio della scalata. E infatti fu così: due anni dopo i Cinque Stelle entrarono in Parlamento come primo Partito. Un Partito di governo. Ora, sempre a Roma, si chiude tutto. Ma il fatto che Grillo lo abbia detto sul palco nel comizio di chiusura dà il senso del “rompete le righe”.

Giuseppe Conte, consapevole del flop elettorale, sta cercando di spostare il turno sui Comuni dove i Cinque Stelle sono alleati con il Pd. Ma il paradosso è che a Roma i Cinque Stelle dovranno dire se sosterranno il candidato del Pd al ballottaggio. E non lo fanno. Conte non lo fa.

(Non) ricomincio da tre.

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