I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 14 maggio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 14 maggio 2026.
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PASQUALE CIACCIARELLI

Nelle fiabe le storie finiscono così. Nella politica laziale, ogni tanto, pure. Pasquale Ciacciarelli tiene l’assessorato. Simona Baldassarre tiene l’assessorato. Francesco Rocca tiene la Giunta che voleva e con gli assessori che preferiva. Claudio Durigon tiene le redini del Partito nel Lazio senza spaccature interne. Tutti governarono felici e contenti.
La storia del rimpasto che non ci fu è in realtà la storia di come si gestisce una crisi interna senza farla diventare una catastrofe pubblica. Tre protagonisti, tre obiettivi diversi, un risultato che accontenta tutti — almeno per ora. (Leggi qui: Il cerchio si chiude: Ciacciarelli e Baldassarre restano. Ma decide la Lega).
Ad ognuno il suo

Rocca ha giocato la partita più fine. Non ha detto no al rimpasto — ha detto che se qualcuno lo voleva fare, se ne assumesse la responsabilità politica davanti al territorio, davanti ai sindaci, davanti agli oltre 14.000 elettori che avevano scritto il nome di Ciacciarelli sulla lista. Nessuno ha voluto firmare quella cambiale. E chiamare «punta di diamante» il proprio assessore davanti al ministro Salvini in persona — al Ministero dei Trasporti, durante la presentazione della stazione TAV di Frosinone — non era un complimento. Era una dichiarazione di campo.
Durigon ha gestito la partita con la prudenza del giocatore di scacchi che sa tenere i pezzi sulla scacchiera senza bruciare le pedine. La cartuccia del rimpasto non è stata sparata — è tornata nel cassetto, disponibile per quando — e se — servisse davvero. Nel Direttivo Regionale si è parlato di rilancio politico, di temi per i cittadini. Del rimpasto nemmeno una parola.
Ciacciarelli e Baldassarre hanno risposto con la lealtà di chi sa che il Partito decide, anche quando decide cose che non piacciono. E hanno ringraziato Rocca con il tono misurato di chi ha vinto senza volerlo mostrare. La crisi si è smorzata. Il cerchio si è chiuso. Le fiabe, ogni tanto, finiscono bene anche in Politica.
Tutti governarono felici e contenti.
ENZO SALERA

Nei Partiti si governa con il consenso. E il consenso si conta con le tessere — non con i voti alle elezioni, non con i sondaggi, non con la popolarità sui social. Con le tessere. Enzo Salera lo sa benissimo. E la vicenda della segreteria del PD di Cassino — apparentemente una questione organizzativa interna — gli ha ricordato che anche lui, sindaco forte e figura di riferimento del centrosinistra locale, può trovarsi in una posizione che richiede interlocuzione invece di comando. (Leggi qui: Cassino, Pd sempre più spaccato: braccio di ferro tra Barbara ed Enzo).
Barbara Di Rollo, presidente del Consiglio comunale, ha gettato acqua sul fuoco con la precisione di chi sa che il fuoco non è ancora spento — ma che conviene fingere di sì. Nessuna faida, nessuna spaccatura, solo un fisiologico dibattito interno: è la versione ufficiale. Quella che serve quando il segretario regionale Daniele Leodori ha già mandato il segnale di abbassare i toni — e sia lei che Salera lo hanno recepito «con spirito costruttivo». (Leggi qui: Di Rollo smorza le tensioni nel Pd: “Nessuna faida, la priorità è governare”).
La pacificazione

Il punto politico è tutto qui. Prima dell’intervento di Leodori, il PD di Cassino era ai ferri corti: al punto che il Segretario provinciale Achille Migliorelli aveva valutato di inviare un mediatore plenipotenziario. Non è una crisi da poco, se richiede un intervento dall’esterno. E non è una crisi che si risolve con un’intervista rassicurante, per quanto ben calibrata.
Salera incassa la tregua sulla nomina del prossimo Segretario. Ma il segnale che ha ricevuto in questi giorni vale più della tregua stessa: in un Partito, nessuno è al riparo dal meccanismo delle tessere. Nemmeno i sindaci forti. Nemmeno chi ha vinto le elezioni. Il consenso interno si costruisce, si coltiva, si negozia. Non si da per scontato. Mai.
Meno male che c’è Leodori.
BAGNATO e DI DONNA

C’è un lavoro silenzioso che si fa nelle corsie degli ospedali e che i pazienti non posso vedere. Si fa tra turni, pazienti tutti gravi, cartelle cliniche da aggiornare e terapie da bilanciare, nei ritagli di tempo. Quel lavoro si chiama ricerca ed è grazie a lui che la Medicina va avanti nonostante finisca molto di rado sui giornali e non abbia la spettacolarità di un’operazione straordinaria né la visibilità di un annuncio. È è quel lavoro ad avere portato due giovani neurologhe dello Spaziani di Frosinone sul palco dell’European Stroke Organization Conference di Maastricht: premiate tra i quattro migliori progetti under 35 d’Europa.
Le dottoresse Maria Rosaria Bagnato e Martina Gaia Di Donna, specialiste in Neurologia alla Stroke Unit dell’ospedale Fabrizio Spaziani, hanno ricevuto lo Young Stroke Physicians and Researchers Award 2026 per una ricerca che apre prospettive concrete nella diagnosi precoce e nel monitoraggio dell’Alzheimer.
Nuove strade per capire la malattia

Lo studio — condotto in collaborazione con Tor Vergata — indaga la relazione tra la salute dei vasi sanguigni cerebrali e l’evoluzione della malattia, cercando un biomarcatore affidabile e non invasivo per individuare precocemente quali pazienti rispondono alle terapie anti-amiloide e quali rischiano invece di sviluppare effetti avversi. Uno strumento semplice come il Doppler transcranico — un esame ecografico — diventa così una finestra sulla biologia di una malattia dalla quale ancora non si guarisce.
È un risultato nato nella Stroke Unit di Frosinone, nell’attività clinica quotidiana, nella collaborazione tra competenze diverse integrate da due ricercatrici che hanno scelto di restare e di investire a Frosinone le proprie energie scientifiche.
Il messaggio che Bagnato e Di Donna rivolgono ai giovani medici vale più di qualsiasi premio: «condivisione, impegno e visione comune possono favorire la crescita professionale e la realizzazione di progetti significativi in ogni contesto». Anche in un ospedale di provincia. Anche a Frosinone.
Da Frosinone a Maastricht con lode.
FLOP
FRANCESCO ROCCA
di ROBERTA DI DOMENICO

SWG è una delle principali società italiane di ricerche demoscopiche, attiva dal 1981. Realizza sondaggi politici, analisi sociali, ricerche di mercato e monitoraggi dell’opinione pubblica per media nazionali, istituzioni e imprese. I suoi rilevamenti per ANSA sono considerati tra i più stabili e metodologicamente trasparenti del panorama italiano. Il sondaggio pubblicato ieri sul gradimento dei presidenti di Regione, ridisegna la mappa del consenso territoriale.
In cima alla classifica svetta Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia) con il 65%, seguito dal collega veneto Alberto Stefani al 58%. In coda, invece, si collocano Francesco Rocca nel Lazio (29%) e Renato Schifani in Sicilia (25%).
Il sondaggio conferma anche le flessioni più marcate: Stefania Proietti (Umbria) perde 8 punti, mentre Vito Bardi (Basilicata) ne lascia sul terreno 6. Nella top five, accanto ai due governatori leghisti, entrano tre presidenti del Sud: – Roberto Occhiuto (Calabria, FI) con il 53%; – Antonio Decaro (Puglia, PD) al 51% nel suo primo anno di mandato; – Roberto Fico (Campania, M5S) con il 47%.
Il dato di Rocca

Il dato che colpisce maggiormente è evidentemente il 29% attribuito da SWG al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, ultimo insieme a Schifani. Un numero che, preso isolatamente, potrebbe suggerire un quadro politico complicato. Eppure, la realtà degli ultimi 3 anni racconta una storia diversa.
Rocca non ha attraversato crisi politiche significative, non ha subito scossoni di maggioranza e ha portato a casa diversi risultati amministrativi: dalla riorganizzazione della sanità regionale al risanamento dei conti, dai primi interventi infrastrutturali finanziati con fondi PNRR, fino al consolidamento dei rapporti istituzionali con il Governo.
Il confronto con il voto del 2023 è comunque inevitabile: Rocca vinse le regionali con il 53,8% dei consensi. Oggi il sondaggio SWG lo accredita al 29% di gradimento. Una forbice ampia, un salto quantico, che non va letto come un crollo politico, sarebbe un errore di valutazione ma come la distanza — fisiologica — tra il voto di coalizione e la percezione dell’azione di governo a metà mandato. È un fenomeno ricorrente in molte Regioni, soprattutto quando l’amministrazione affronta dossier complessi come sanità, trasporti e rifiuti.
I nomi e le conseguenze

C’è poi un elemento strettamente politico. “Nomina sunt consequentia rerum“. I nomi sono conseguenza delle cose. Rocca, rispetto ad altri governatori, non ha mai costruito una leadership “muscolare” o fortemente identitaria. Il suo profilo istituzionale e moderato — eredità anche dell’esperienza alla guida della Croce Rossa — gli ha garantito una forte credibilità amministrativa ma forse meno capacità di polarizzazione mediatica, rispetto ad altri presidenti di Regione, capaci di trasformare ogni iniziativa in consenso immediato. Titoli da portare subito all’incasso. O visibilità sullo scenario nazionale.
In sintesi, il dato del 29% non segnala un’emergenza politica per Rocca, ma piuttosto un tema di percezione pubblica. Il governatore ha mantenuto una maggioranza compatta, non ha affrontato fratture interne e ha impostato una gestione amministrativa, più tecnica che comunicativa. In un momento storico dominato da figure, politiche ma non solo, ad alta esposizione mediatica, questo stile può risultare meno immediato ed impattante per l’opinione pubblica.
Il Lazio resta una Regione particolarmente complessa, con criticità strutturali che richiedono tempi lunghi per produrre risultati visibili. La sfida per Rocca, più che politica, forse è comunicativa: trasformare il lavoro amministrativo in percezione positiva.
Si vede poco. Si coglie meno.



