Top e Flop, i protagonisti di giovedì 16 aprile 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 16 aprile 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 16 aprile 2026.

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TOP

PAPA LEONE XIV

(Foto: Fabio Frustaci © Ansa)

Il potere si può esercitare rispondendo colpo su colpo ad ogni attacco, replicando ad ogni provocazione, ostentando la propria forza. È un modo nel quale si riconoscono Donald Trump ed anche il suo vice J.D. Vance, che nelle ore scorse ha consigliato a Papa Leone di essere prudente quando parla di teologia. Ma c’è anche un altro modo di esercitarlo: quello che sta mettendo in campo Papa Leone XIV.

Il primo Papa americano vola da Algeri a Yaoundé, atterra in Camerun, incontra un presidente di 93 anni al potere dal 1982, parla di pace alle autorità di un Paese lacerato da conflitti interni, visita un orfanotrofio. E ignora completamente le critiche che Vance — cattolico praticante, vicepresidente degli Stati Uniti — gli ha rivolto in queste ore sul tema della «guerra giusta».

Non per debolezza. Per scelta. Che è una cosa completamente diversa.

La forza della Parola
Papa Leone XIV (Foto: Vatican News)

La pace che il Papa predica in Africa — in un continente che di guerre ne conosce troppe e di pace troppo poca — non è la pace degli slogan. È quella che lui stesso definisce «disarmata e disarmante»: non fondata sulla paura, non garantita dagli armamenti, ma capace di risolvere i conflitti aprendo i cuori. È una pace che richiede coraggio: molto più di quello che serve a lanciare un missile.

È esattamente questo il punto. Leone XIV non arretra. Non risponde alle provocazioni di Washington, non abbassa il tono per compiacere i potenti, non cerca la mediazione diplomatica quando la posta in gioco è morale. Parla di corruzione a un presidente che governa da quarantaquattro anni. Parla dei diritti delle donne in un contesto in cui sono «le prime vittime di pregiudizi e violenze». Parla di fondamentalismi religiosi senza nominare nessuno ma facendosi capire da tutti.

È un Papa che ha scelto l’Africa come seconda tappa del suo pontificato — dopo Roma, prima di tutto il resto. Non è un caso. È un messaggio. Il mondo che conta non è quello di Mar-a-Lago né quello dei palazzi di Bruxelles. È quello degli orfanotrofi di Yaoundé, dei bambini privati della scuola nel Nord-Ovest del Camerun, delle famiglie sfollate che non hanno nemmeno un volto sulle statistiche internazionali.

Leone XIV ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto senza alzare la voce.

Un Papa che non risponde ai potenti.

ACHILLE MIGLIORELLI

Achille Migliorelli

Senza esitazioni, senza dubbi. Con fermezza e subito: davanti al primo caso. Achille Migliorelli, alla guida del Pd provinciale di Frosinone da poche settimane, si ritrova già a fare i conti con il caso più spinoso che potesse capitargli: il sindaco di Isola del Liri Massimiliano Quadrini passa a Fratelli d’Italia, e nella sua maggioranza siedono due consiglieri dem — Stefano Vitale e Annapaola Faticoni — che a tutt’oggi fanno parte integrante di quell’esecutivo. (Leggi qui: Quadrini canta… Fratelli d’Italia ma può diventare il requiem dell’esecutivo).

La risposta di Migliorelli è arrivata da Bruxelles, dove era impegnato in una missione al Parlamento Europeo. Gelida, netta, senza margini di interpretazione: «se il sindaco va con Fratelli d’Italia, il posto del Pd è all’opposizione». Tre secondi per dire una cosa che molti segretari Pd avrebbero impiegato tre settimane a non dire.

Il merito della posizione è evidente. C’è una differenza sostanziale — che Migliorelli ha colto con precisione — tra un sindaco civico che guida un’amministrazione eterogenea ed un sindaco che si iscrive formalmente a Fratelli d’Italia portandosi dentro il Municipio la tessera di Giorgia Meloni. Il primo è il modello di VeroliFerentinoSora: amministrazioni trasversali costruite su un progetto civico, dove l’appartenenza politica resta fuori dalla porta del Comune. Il secondo è un’altra cosa. È chiedere al PD di governare sotto la bandiera dell’avversario.

Migliorelli lo ha capito e lo ha detto. Questo è già un merito, in un partito che troppo spesso ha scelto l’ambiguità come posizione di comodo.

Il difficile viene ora
Antonella Di Pucchio

Resta però la parte difficile. Perché le parole del segretario mettono Vitale e Faticoni davanti a una scelta che non è semplice: uscire dalla maggioranza significa rompere un equilibrio costruito negli anni, rinunciare a un ruolo, esporsi alla pressione di chi — come Antonella Di Pucchio, storica esponente Pd all’opposizione di Quadrini — chiedeva chiarezza da tempo. Ma significa anche obbedire a una linea di partito che, per una volta, ha il pregio della coerenza.

Il battesimo del fuoco di Migliorelli dice già qualcosa di preciso su come intende guidare il PD provinciale: con la schiena dritta, anche quando fa male. Ora bisogna vedere se la linea regge alla prova dei fatti. Le prossime ore lo diranno.

Il battesimo del fuoco per il Segretario.

FLOP

LA LEGA DELLA PROVINCIA DI FROSINONE

La Lega celebra il funerale dell’assessore Pasquale Ciacciarelli. Ma commette una svista. Scopre solo a cerimonia cominciata che il defunto è presente in chiesa. C’è qualcosa di involontariamente teatrale in ciò che è accaduto l’altra sera durante il Direttivo Provinciale leghista a Frosinone in questi giorni.

Il Partito nomina un nuovo vice coordinatore provinciale — Samuel Battaglini al posto di Luca Zaccari — e intanto avvia l’elaborazione del lutto per la perdita dell’assessorato regionale di Pasquale Ciacciarelli, sacrificato sull’altare delle strategie romane del Partito. Tutto ordinato, tutto composto, tutto nei ranghi. Salvo un dettaglio: Ciacciarelli non è ancora sparito. È ancora lì, in Giunta, con le sue deleghe, i suoi dossier e — soprattutto — i suoi 14.000 voti che continuano a pesare come pietre sul tavolo delle trattative.

Mario Abbruzzese e Pasquale Ciacciarelli

Nel Carroccio c’è chi ha rivendicato il contributo dato al risultato dell’assessore: quasi a ridimensionare la portata del successo personale che venne costruito con Mario Abbruzzese. Ma proprio durante la Messa del Direttivo c’è stato chi ha messo in chiaro che i voti leghisti sono stati oltre 22mila e di questi 14mila hanno portato il nome del futuro assessore. Evidenziando che sull’intestazione c’è poco da discutere. E che la base risponde No ad un Partito che non vuole tenere conto di quel consenso.

Rottura in atto

Le evidenze dicono che è in atto un raffreddamento dei rapporti tra i due storici alleati: tra Mario Abbruzzese quello che anni fa individuò come il suo delfino. Una temperatura che è scesa a ridosso dello zero assoluto. Non a caso il Segretario Regionale Organizzazione Mario Abbruzzese ha ribadito la linea con la chiarezza di chi non ama le ambiguità: quei voti ci sono, il Consigliere non è scattato, il posto in Giunta è stato un riconoscimento generoso durato quasi quattro anni, ora Roma chiama.

Gianluca Quadrini

Politicamente ineccepibile, territorialmente inaccettabile. È chiaro che ora la Lega deve lavorare con assoluta urgenza per rianimare la sintonia politica tra i due storici alleati. E non per dividersi tra l’uno o l’altro, se non vuole rischiare una scissione che in qualunque caso non sarebbe né a costo zero né senza conseguenze di prospettiva.

Che la situazione sia calda al punto di essere ad un passo dallo scatenare l’incendio, lo conferma lo scontro avvenuto durante il Direttivo. Tra chi sosteneva che la mancata elezione fosse responsabilità di chi non aveva voluto accettare la candidatura del vicesindaco di Alatri e chi ribatteva che la colpa era stata quella di avere messo fuori dal Partito Gianluca Quadrini che invece avrebbe fatto scattare ad occhi chiusi il seggio e garantito anche un resto consistente.

Il risultato è una di quelle situazioni tipicamente italiane in cui tutti hanno ragione e nessuno si muove. Tra ragioni strategiche e ragioni politiche, Ciacciarelli ed Abbruzzese sono al tempo stesso il problema e la soluzione.

I funerali, evidentemente, erano prematuri.

ROBERTO CALIGIORE

Roberto Caligiore (Foto © Stefano Strani)

Voltare pagina: era scritto nel libro del suo destino. Alla città che anni addietro lo aveva accolto, Roberto Caligiore fece voltare pagina sul piano politico: a Ceccano mise fine a decenni di sinistra e di operaismo, radicato con il sangue tra quelle vie e quelle piazze, quando nel 1962 alcuni operai del saponificio Annunziata in sciopero vennero colpiti dalle forze dell’ordine uccidendone uno e ferendone altri. (Leggi qui: Gli spari sugli operai di Ceccano e sulle lotte di oggi).

Roberto Caligiore voltò pagina ed a quell’epopea fece subentrare un’amministrazione di destra: schiaffo in pieno volto per la Stalingrado di Ciociaria, per una sinistra incapace di rigenerarsi ed abile soltanto a parlarsi addosso e dividersi.

Ma non fu l’unico cambio radicale. Caligiore mise fine anche alla lunga serie di sindaci che, più o meno bravi, più o meno abili, avevano mantenuto alto il nome di Ceccano. Dopo nove anni di governo cittadino, nel 2024 finì agli arresti per avere brigato sui fondi Pnrr per gli appalti. Fine della sua amministrazione e fine del centrodestra: anche se le indagini appurarono solo una sua personale posizione e non un coinvolgimento né della Giunta né del Consiglio.

La nuova pagina
Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

Nelle ore scorse, dopo un anno e mezzo di silenzio, l’ex sindaco Roberto Caligiore ha di nuovo voltato pagina. Lo ha fatto nel Tribunale di Frosinone, chiamato a giudicare lui e gli altri imputati. Ha scelto di voltare pagina, senza combattere fino in fondo, con tutti i rischi che questo comporta, meglio chiudere in fretta, accettare una pena concordata e provare a voltare pagina. 

Roberto Caligiore e quello che viene indicato come il suo uomo di fiducia Stefano Anniballi hanno scelto di patteggiare e così chiudere in fretta i loro conti con l’inchiesta The Good Lobby. Una scelta legittima, anzi è una scelta razionale, condivisibile sul piano strettamente giuridico. Il patteggiamento non è un’ammissione di colpa nel senso pieno del termine — lo dice il Codice, lo ribadiscono i difensori, lo sanno tutti i giuristi. Ma è qui che entra in gioco un altro aspetto.

Nella percezione pubblica, nel senso comune di chi ha votato un sindaco e si ritrova a leggerne le vicende processuali sul giornale, il confine tra «non è un’ammissione di colpa» e «però qualcosa è successo» è sottile quanto un foglio di carta.

La fine di un’epoca

Il quadro processuale che emerge dall’udienza davanti al GUP Fiammetta Palmieri racconta una vicenda che si sta rapidamente sgretolando nelle sue componenti: 28 posizioni processuali che si avviano verso definizioni anticipate, patteggiamenti a cascata, pene sospese, conversioni in lavori di pubblica utilità. È la fotografia di un sistema che, pezzo dopo pezzo, si smonta davanti a un giudice. Non con fragore — le Aule dei tribunali raramente fanno rumore — ma con la silenziosa regolarità di chi ha già calcolato che resistere costa più di cedere.

Caligiore non ha fatto quella scommessa. Ma chi ha governato una città — chi ha chiesto ai cittadini di fidarsi, chi ha preso decisioni in nome della collettività — ha un debito di chiarezza che va oltre il codice di procedura penale. Il patteggiamento chiude il capitolo giudiziario. Non chiude quello politico e morale.

Quando scegliere come finire è già una scelta.