Top e Flop, i protagonisti di giovedì 17 luglio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 17 luglio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 17 luglio 2025.

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TOP

SIMONE COSTANZO

Simone Costanzo

Quando si parla di beni confiscati alla criminalità organizzata si finisce per evocare simboli, leggi, decreti. A Cassino è successa una cosa diversa: quei muri, strappati all’illegalità, diventano braccia che si tendono a chi non ha più niente. E tutto questo accade grazie ad un progetto ambizioso e soprattutto già finanziato. Il motore? Il Consorzio dei Servizi Sociali del Cassinate guidato in questa fase dal presidente Simone Costanzo.

Poche carta e poche chiacchiere. Qui si mettono in campo 1 milione e 80mila euro di fondi PNRR per realizzare una Stazione di Posta: un centro capace di accogliere, ascoltare, accompagnare. Non un dormitorio, ma un progetto sociale ad alta densità umana. Nella casa a tre piani di via Casilina Nord non si dormirà soltanto al riparo. Si potrà parlare con un’assistente sociale, sbrigare una pratica con un mediatore, o addirittura ricevere patrocinio legale. Roba da Welfare d’avanguardia, non da beneficenza paternalista.

Operazione di rete

La regia è del Consorzio ma attorno si muove una rete: il Comune di Cassino, il Terzo Settore, i CAF, le unità di strada. La povertà non si combatte da soli e questo progetto lo dimostra. C’è visione politica. Ma anche gestione tecnica, determinazione istituzionale e soprattutto capacità di passare dalle parole ai fatti.

Costanzo, con il direttore Emilio Tartaglia ed il sostegno del vicepresidente Edilio Terranova, ha usato la legalità come leva per restituire dignità. Ha trasformato il simbolo di un sopruso in una casa. Letteralmente.

È questo il segno più forte: mentre altrove si moltiplicano i tavoli che non portano soluzioni, nel cassinate si costruisce qualcosa di tangibile, a partire da un gesto altamente politico: riappropriarsi del bene pubblico per farne un bene comune.

E alla fine, a vincere, è l’idea che la vera risposta all’illegalità non sia solo la repressione. È l’inclusione. È dare strumenti, opportunità, voce a chi è finito ai margini. E magari, nel frattempo, ricordare che la malavita perde davvero solo quando le sue case diventano case di tutti.

L’antimafia che cura

ATAC

Un bus della flotta Atac

Da azienda eternamente in ritardo ad azienda che paga in caso di ritardo. Il passo è stato lungo ma sta per essere compiuto. Atac, l’azienda dei trasporti di Roma, rimborserà gli abbonati annuali per ogni loro corsa che dovesse risultare in ritardo. Certo, si parte con ritardi di almeno 20 minuti – praticamente un fuso orario metropolitano – ma è comunque una rivoluzione gentile che merita attenzione (e applausi cauti).

Si chiamerà Unica, l’app che l’Atac lancerà in autunno. Non solo per comprare biglietti o pianificare viaggi integrati tra bus, metro, taxi, bici e monopattini, ma anche per ricevere rimborsi quando i mezzi pubblici fanno tardi. Un “cashback del disagio”, per dirla con ironia, che finalmente riconosce ai pendolari il tempo perduto nella giungla urbana romana.

La bacchettata

Dietro questa trovata non c’è un’improvvisa conversione zen dell’azienda, ma una bacchettata dell’Antitrust: servizio scadente, obiettivi mancati, minaccia di multa da 10 milioni. Atac ha fatto di necessità virtù: anziché pagare la sanzione, ha promesso miglioramenti e compensazioni. Il risultato? Una app all’europea, uno spiraglio di civiltà nei ritardi da tardo impero.

Naturalmente non si rimborsa tutto: niente soldi se il ritardo è causato da scioperi o auto in sosta creativa sui binari del tram. Ma è comunque un passo avanti. Una svolta culturale. E poi, diciamolo: per diventare come i giapponesi abbiamo tutto il tempo… magari anche più di 20 minuti.

Per ora, guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Perché, a Roma, anche la puntualità promessa ha bisogno del suo Giubileo.

Il cashback del bus.

DANIELA FUMAROLA

Daniela Fumarola con Enrico Coppotelli

C’è chi parla e chi prova a ricucire. Al XX Congresso della Cisl, la segretaria generale Daniela Fumarola ha scelto la seconda via: ha lanciato un messaggio tanto chiaro quanto ambizioso – un “Patto per la responsabilità. E poco conta che, per ora, non abbia trovato casa né tra le fila della Cgil né in quelle della Uil. Ma qualcosa, nella temperatura sindacale di questo Congresso, si è mosso.

La Fumarola ha messo sul piatto temi concreti: una riforma fiscale che restituisca il fiscal drag ai lavoratori, il rilancio della contrattazione di secondo livello per distribuire produttività, l’applicazione effettiva della legge sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali (almeno nelle grandi aziende pubbliche), lo ius scholae per 800.000 bambini italiani di fatto ma non di diritto. Una piattaforma che parla di giustizia sociale senza alzare la voce, ma mettendo ordine tra le priorità.

La carta più difficile
Daniela Fumarola

In un clima non privo di mugugni, con applausi a singhiozzo e qualche fischio sottotraccia, Fumarola ha giocato la carta più difficile: quella del dialogo, anche con chi – come Maurizio Landini – resta diffidente verso ogni accordo che non passi dal clamore referendario. Eppure, mentre il segretario della Cgil rispondeva col consueto vigore, Pierpaolo Bombardieri della Uil ha lasciato filtrare qualche spiraglio. Non un sì, ma un “forse” che, in tempi di muri alzati, ha già il sapore di un avvicinamento.

La Cisl di Fumarola non si rinchiude nel fortino del proprio pragmatismo. Anzi, sfida gli altri sindacati e il governo sul terreno delle proposte operative. E lo fa senza scomodare slogan, ma chiedendo tavoli, numeri, strumenti. Un approccio forse meno scenografico, ma più aderente alla realtà di un Paese in cui l’inflazione morde, i salari arrancano e i lavoratori chiedono soluzioni, non solo manifestazioni.

La sua leadership, ancora giovane, mostra già di voler segnare un cambio di passo. A partire dal metodo: meno ideologia, più concretezza. È la via più impervia, certo. Ma forse anche l’unica in grado di riportare il sindacato al centro del campo, tra governo, imprese e cittadini.

In attesa della replica della premier Giorgia Meloni – che oggi interverrà al Congresso – l’apertura di Fumarola resta sul tavolo. Le altre sigle accetteranno l’invito? Oppure, ancora una volta, prevarranno i distinguo? La sensazione è che, almeno stavolta, un punto fermo lo abbia messo proprio lei: la stagione del muro contro muro ha già mostrato tutti i suoi limiti. Ora tocca decidere se si vuole davvero cambiare spartito.

La sfida della responsabilità sindacale.

FLOP

BEPPE SALA

Beppe Sala

Il sindaco Beppe Sala ieri si è svegliato con una buona notizia e si è addormentato – forse – con un peso sul petto e un silenzio intorno. Il Tar aveva appena spianato la strada alla vendita dello stadio di San Siro, e a Palazzo Marino si cominciava a tirare un sospiro di sollievo. Ma il sollievo è durato quanto un caffè freddo. Il tempo che le agenzie battessero le prime righe sull’inchiesta che scuote l’urbanistica milanese e con essa l’intera giunta.

Il nome che agita le acque è quello di Giancarlo Tancredi, assessore all’Urbanistica, ma soprattutto uomo di fiducia di Sala dai tempi di Letizia Moratti. Non un assessore qualsiasi: il custode della Milano che sale. Ed è proprio la presunta “sintonia con il sindaco“, citata in alcuni passaggi delle carte giudiziarie, a gettare l’intera vicenda in un cono d’ombra che nemmeno il cielo plumbeo di luglio può eguagliare.

Sotto assedio
Beppe Sala (Foto: Clemente Marmorino © Imagoeconomica)

Beppe Sala non è indagato, ma è assediato. Politicamente, mediaticamente, emotivamente. Per un attimo ha pensato di mollare – lo ha confidato –, ma poi si è ricomposto. «Si va avanti», ha detto. Anche se intorno a lui nessuno ha alzato la mano per dire: “Ci siamo“. Nessuna nota ufficiale, nessuna difesa pubblica, neppure dai vertici del partito che lo sostiene. Più che prudenza, un gelo che sa di distanza politica.

A Palazzo Marino regna l’attesa. C’è chi suggerisce un rimpasto, chi chiede chiarezza in Aula, chi osserva in silenzio. Ma mentre l’amministrazione si interroga su Tancredi, sul tavolo restano due partite pesantissime: il futuro di San Siro e il nuovo Piano di Governo del Territorio. Due dossier che richiedono visione, solidità e fiducia. E che oggi sembrano appesi non ai rendering futuristici, ma a un fascicolo giudiziario.

Per Sala questa è più di una grana. È la tempesta perfetta: giudiziaria, politica, personale. E anche un test di resistenza. Milano ha imparato a camminare sui tetti. Ma adesso tocca capire se sa stare anche con i piedi per terra.

Grattacieli e grattacapi

FABRIZIO PIGNALBERI

La copertina del video de Le Iene

Fabrizio Pignalberi ci riprova. Ancora una volta. E, ancora una volta, finisce male. L’Aula della Camera ha votato all’unanimità – 277 sì, zero contrari – confermando il parere della Giunta per le autorizzazioni che, già a gennaio, aveva detto chiaro e tondo che Giorgia Meloni non poteva essere processata per le parole pronunciate (anzi, twittate) nel giugno del 2021.

Il tweet della presidente del Consiglio – all’epoca deputata – diceva: “Fabrizio Pignalberi non ha più nulla a che fare con FdI da alcuni anni. Ciononostante non avremmo potuto immaginare che fosse un truffatore. Siamo pronti a costituirci parte civile nel processo contro di lui perché siamo parte lesa”. Parole figlie di un servizio televisivo andato in onda su Le Iene il giorno prima. Parole che Pignalberi ha provato a portare davanti a un giudice con l’accusa di diffamazione. La Camera ha risposto: no. Anzi, un altro no. L’ennesimo.

Ancora un no
Giorgia Meloni

Perché l’uomo dei mille tentativi e delle nulle riuscite ha già fatto parecchie volte i conti con la realtà. La sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio fu respinta dai giudici per mancanza di firme valide. Una figuraccia. Prima ancora, nel 2023, era arrivata una condanna per esercizio abusivo della professione forense: otto mesi e 11 mila euro di multa. In mezzo, servizi giornalistici nazionali pesanti come macigni e accuse da ex clienti, truffati – secondo le cronache – anche sul dolore, sul bisogno, sulla disperazione.

Ma nonostante tutto, Pignalberi non ha mai rinunciato a giocarsi l’unica carta che gli sembra restare: il clamore. I processi contro i nomi noti. Le querele a effetto. Il tentativo – piuttosto maldestro – di farsi spazio a spallate, nel fango se serve. Stavolta però non ha sbattuto solo contro la Giunta, ma contro tutto il Parlamento. Unanime.

C’è una differenza tra chi lotta per un’idea e chi arranca per tenersi a galla. Fabrizio Pignalberi, nel frattempo, continua a collezionare “no” come fossero medaglie. Il problema è che non se ne accorge. O, peggio, fa finta di nulla.

Un altro No.