Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 17 settembre 2026.
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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 17 settembre 2026.
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TOP
GIORGIA MELONI

Ebbene no. Non è la sospensione del Bollo Auto il vero successo centrato ieri da Giorgia Meloni. Ce n’è anche un altro e ben più efficace: il vero target della premier. La mossa compiuta ieri è una regola del consenso vecchia quanto la politica: chi toglie una tassa vince sempre il confronto con chi propone di metterne una. Non importa quanto la seconda sia giustificata, né quanto la prima sia solida nei conti. Vince la percezione, e la percezione, a un anno e mezzo dal voto, è tutto. Per conferme, rispolverare il mitico confronto tv tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, concentrati di evanescenza (nel primo) e sostanza (nel secondo): con un colpo da maestro terrificante assestato sulla sigla di coda da Cav “Italiani, toglieremo l’Ici sulla prima casa”, lasciando al Prof un imbarazzato “Ma non si può fare”. Punto, set, partita.
L’annuncio è arrivato mezz’ora prima del Consiglio dei ministri, tenuto coperto fino all’ultimo: via il bollo per auto fino a 80 kW, moto e scooter compresi. Quattordici milioni e mezzo di veicoli, oltre il 70% del parco circolante — Panda, Clio, Cinquecento, le auto del ceto medio, non i macchinoni. Un colpo da 2,3 miliardi che la premier ha strappato alle resistenze del Mef, e che porta un marchio dichiaratamente elettorale. La stessa Meloni lo ha rivendicato in conferenza stampa: «Altri propongono la patrimoniale, noi togliamo le tasse sulle proprietà».
La trappola in cui si cade da soli

Ed è qui il doppio trionfo della Presidente del Consiglio. Più ancora dell’abolizione in sé. L’opposizione avrebbe avuto un argomento tecnico solido: è una sospensione per il 2027, non un’abolizione strutturale e la copertura è tutta da verificare. Invece Elly Schlein e il Campo largo hanno scelto di esagerare invocando la tassazione degli extraprofitti bancari. Sul piano del merito, una proposta legittima. Sul piano della comunicazione, un autogol: perché consegna agli elettori un’immagine semplicissima e devastante, Meloni che toglie una tassa, la sinistra che ne vuole mettere una.
Ecco perché il capolavoro della premier non è il bollo cancellato ma la cornice in cui ha incastrato gli avversari. Alla grande massa degli elettori – quelli che non leggono i decreti, non distinguono una sospensione da un’abolizione, non seguono i conti pubblici – resterà negli occhi soltanto quella contrapposizione. E in politica, come insegna il precedente berlusconiano dell’Ici, l’immagine che resta pesa più della misura che passa. L’opposizione, per ora, ha recitato la parte che le era stata assegnata.
Doppio successo.
ROCCA e RIGHINI

Il sospetto è sempre legittimo di fronte ai Documenti di Programmazione Economica e Finanziaria: sono il genere letterario in cui la politica promette di più e mantiene di meno. Ma il Defr che la Regione Lazio ha licenziato ieri contiene una base ed una prospettiva diverse dal passato: poggia su una certificazione della Corte dei Conti che ne attesta in modo inequivocabile la solidità; guarda con fiducia ad un futuro che negli ultimi vent’anni il territorio ha solo potuto sognare.
Il Defr approvato ieri non vive di annunci, per una volta, ma di cifre. Rendiconto 2025 chiuso in avanzo per 322 milioni: il primo, dopo una processione infinita di disavanzi. Debito destinato a scendere in modo netto. Entrate correnti a libera destinazione per oltre dieci miliardi nel triennio e quasi 800 milioni di autofinanziamento regionale da mettere sugli investimenti. Soldi che andranno sul territorio, sui Comuni, tra i cittadini. Numeri che, tradotti, significano una cosa sola: la Regione torna a poter programmare invece di tamponare.
La lunga marcia nel debito

Conviene ricordarlo, da dove si partiva. Il cratere che iniziò ad aprirsi sotto Francesco Storace e si materializzò in tutta la sua ampiezza sotto Piero Marrazzo non nacque dagli sprechi. Derivò dalla fine di un’epoca in cui i Bilanci pubblici erano esercizi di fantasia contabile, congegni per nascondere la polvere sotto il tappeto con la complicità generale. I professori di Economia insegnavano che “Il primo Bilancio falso è quello dello Stato”. Chiudere quell’epoca e passare al Bilancio Armonizzato Europeo è stato lavoro ingrato, fatto da destra e sinistra.
La svolta di queste ore porta la firma di Francesco Rocca e del suo assessore Giancarlo Righini, che ieri ha detto la cosa più impegnativa: chiuso il risanamento, si potrà tornare ad allargare i margini fiscali e nella manovra 2028 valutare un taglio dell’addizionale Irpef, «con particolare attenzione ai redditi più deboli». Significa iniziare a restituire ai cittadini i sacrifici fatti negli anni scorsi per costruire il risanamento.
Avrebbero potuto guardare in qualsiasi altra direzione, progettare un’opera, un auditorium o una fontana monumentale, che avrebbe reso plastici e visibili agli occhi di chiunque quei conti tornati finalmente in ordine al punto da poter lasciare nel 2027 il Piano di Rientro dal debito sanitario. Hanno scelto di rimettere i soldi nelle tasche di una larga fetta di cittadini laziali, scrivendolo nel Defr. Per ora il Lazio ha smesso di rincorrere le emergenze ed ha ricominciato a guardare avanti. Che, dopo vent’anni di contabilità difensiva è un radicale cambio di prospettiva.
I conti che tornano.
UN PO’ TOP E UN PO’ FLOP
ACHILLE MIGLIORELLI

Il dato, preso da solo, meriterebbe l’applauso: Achille Migliorelli ha assegnato le deleghe della sua Segreteria provinciale in 45 giorni. Quarantacinque. In un Partito Democratico che ha impiegato un anno e mezzo per eleggerlo Segretario, e che in provincia trasforma ogni dibattito in una guerra dei trent’anni, un mese e mezzo è un battito di ciglia. (Leggi qui: La pace dei 30: Migliorelli chiude il Congresso e prova a governare il Pd).
Ma è proprio qui che il ragionamento si complica. Perché quei 45 giorni sono stati rapidi anche per una ragione precisa: Migliorelli non ha messo bocca sugli incarichi. Ha lasciato che fossero le componenti — Area Dem, Rete Democratica, I Riformisti — a spartirsi le caselle secondo le quote fissate il primo agosto. Trenta nomi, ventiquattro deleghe, tutte distribuite col bilancino delle correnti. Un capolavoro di equilibrio, certo. Ma un equilibrio disegnato da altri.
Il passo di lato che pesa

Ora, che un Segretario rinunci a costruire la propria squadra è una scelta che lascia perplessi. La Segreteria dovrebbe essere, almeno in teoria, lo strumento politico del leader: le persone su cui contare, la cui fedeltà si costruisce affidando ruoli. Migliorelli ci ha rinunciato in nome dell’unità, sacrificando perfino quel rinnovamento generazionale che aveva promesso a marzo. Un gesto generoso, forse troppo. Perché chi non sceglie i propri uomini rischia di ritrovarsi a governare con gli uomini degli altri.
Va detto, per onestà, che già la seconda Direzione ha fornito numeri migliori di qualunque previsione: 28 presenti su 30, altrettanti interventi politici, un documento con priorità vere come Stellantis, sanità, aree interne, lavoro. Segno che la macchina si muove e non è un baldacchino.
Ma la vera prova non è riempire le caselle: è dimostrare di governarle. E questo si vedrà oggi con la presentazione della relazione in Direzione. Lì c’è scritto cosa intende fare il Pd su scelte scomode come le Provinciali, le Comunali di Frosinone, i casi delle amministrazioni comunali di Pontecorvo, Isola del Liri, Ferentino, Veroli, Sora… cioè Comuni nei quali il Pd governa insieme al centrodestra e non in virtù di un inciucio ma di una felice scelta politica votata a mani basse dagli elettori. Ma che a molti nel Partito fa storcere il naso.
Come ne uscirà Migliorelli? Il documento di oggi in Direzione dirà se Migliorelli è il regista della pace o soltanto il suo ostaggio più cortese.
La Segreteria che si è fatta da sola.
FLOP
CLAUDIO LOTITO

Un dettaglio fondamentale, nel polverone di ogni vicenda giudiziaria, tende a smarrirsi: quello tra il piano dell’inchiesta ed il piano dei fatti che gli stanno intorno. Sull’indagine che ipotizza pressioni e minacce per indurre Claudio Lotito a cedere la Lazio, il governatore Francesco Rocca – intervistato dal Foglio – usa la cautela dovuta: «Bisogna aspettare la magistratura e le indagini». Su tutto il resto, invece, non arretra di un passo.
E il punto che Rocca fissa è difficile da smontare: il malcontento della tifoseria biancoceleste «arriva da lontano», ha radici autonome e profonde, e non può essere derubricato a manovra orchestrata da qualcuno. «Nessuno è in grado di manipolare 40-50 mila persone», dice, rivendicando la propria presenza alla protesta di Ponte Milvio con una formula netta: «Ci ritornerei, senza se e senza ma».
È un’affermazione che, al di là delle simpatie calcistiche, coglie una verità elementare della sociologia delle folle: una piazza di decine di migliaia di persone non si teleguida.
La responsabilità che resta a Lotito

Perché il nodo, come osserva il Governatore, non è tanto processuale quanto di metodo e di linguaggio. Un presidente di club che è anche senatore della Repubblica, e che in più occasioni si è rivolto ai propri tifosi con insulti («dando loro degli stronzi», ricorda Rocca) costruisce da sé le premesse del proprio isolamento. Non serve una regia occulta per spiegare una frattura che il diretto interessato ha alimentato con le proprie parole.
L’inchiesta seguirà il suo corso, e sarà la magistratura a stabilire se ci furono pressioni indebite. Ma la lezione che Rocca consegna prescinde dall’esito giudiziario: chi guida un club, un’istituzione, una comunità, non può poi stupirsi se quella comunità gli si rivolta contro dopo essere stata trattata con disprezzo. La piazza, appunto, non si manovra. Ma si può, con le proprie mani, allontanarla.
Autoisolato.



