Top e Flop, i protagonisti di giovedì 18 dicembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 18 dicembre 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 18 dicembre 2025.

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TOP

NICOLA CALANDRINI

Nicola Calandrini (Foto: Stefano Contili © Imagoeconomica)

La Zona Franca Doganale nel Lazio approvata ieri sera attraverso un emendamento alla legge di Bilancio appartiene senza esitazioni alla categoria delle cose concrete capaci di cambiare gli assetti economici di un territorio. Porta una firma chiara: quella del senatore Nicola Calandrini (FdI) di Latina. (Leggi qui: Zona Franca Doganale, svolta per il Lazio: l’ok nella legge di Bilancio).

È un provvedimento che non nasce per caso né all’ultimo momento. È il frutto di un lavoro avviato mesi fa, costruito nei dettagli, difeso nei passaggi parlamentari, inserito in un contesto nazionale complesso come quello della manovra finanziaria. Un risultato tutt’altro che scontato, soprattutto per un territorio che per anni ha chiesto attenzione senza ottenerla. Con capacità di riflessi enormi: su tutto il Lazio Sud.  (Leggi qui: La mossa del senatore: emendamento per la Zona Franca Doganale).

No bonus ma strumenti

C’è una visione precisa dietro questa scelta: usare la leva fiscale non come bonus episodico ma come strumento strutturale di politica industriale. Rendere il basso Lazio competitivo, attrattivo, capace di parlare agli investitori con regole chiare e stabili. È una scommessa sul lavoro e sull’impresa, non sull’assistenzialismo.

Ma c’è anche concretezza. Perché senza una norma nazionale, la Zona Franca sarebbe rimasta un’ipotesi, una promessa buona per i convegni. Con questa approvazione invece diventa un fatto. Il Lazio è la prima regione a dotarsi di una Zfd per legge dello Stato. Un primato che pesa.

Calandrini dimostra così che la politica migliore è quella che conosce i dossier, frequenta i ministeri, tiene insieme territorio e Parlamento. Senza clamore ma con risultati. Ed è forse questo, oggi, il segnale più forte: lo sviluppo non arriva per inerzia, ma per scelta. E qualcuno, finalmente, quella scelta l’ha fatta.

Quando la visione diventa legge.

CORRADO SAVORITI

Corrado Savoriti

C’è una parola che torna con insistenza nelle dichiarazioni fatte ieri da Corrado Savoriti: territorio. Non come slogan buono per ogni stagione ma come campo concreto di battaglia economica, sociale e istituzionale.

Difendere il territorio oggi non significa chiudersi o alzare muri. Significa, al contrario, conoscere fino in fondo le proprie fragilità e trasformarle in leve. Savoriti prova a ribaltare una narrazione comoda, quella secondo cui lo sviluppo arriva sempre da altrove e il locale deve solo adattarsi. Qui l’idea è opposta: il territorio non è un problema da gestire ma una risorsa da governare. (Leggi qui: La sfida di Savoriti: “Difendiamo il territorio”).

La scelta che impegna ed espone

Il punto politico sta tutto nella parola “sfida”. Perché difendere il territorio è una scelta che espone, che crea attriti, che obbliga a prendere posizione. Vuol dire dire qualche no ma soprattutto costruire alternative credibili. Senza questa seconda parte, la difesa diventa conservazione sterile.

C’è poi un tema di metodo. La proposta che emerge non è quella dell’uomo solo al comando ma di un sistema che tiene insieme imprese, istituzioni e comunità locali. È una visione che richiede tempo, competenze e una dose non comune di pazienza. Tutte qualità poco premiate nel dibattito pubblico ma decisive nella realtà.

In filigrana si legge anche una critica implicita ad un modello di sviluppo basato sull’assistenza, che ignora l’impegno, l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo. Nessuno sa se la sfida sarà vinta. Ma è posta nei termini giusti. Perché il territorio non si difende a parole: si difende assumendosi la responsabilità delle scelte.

Difendiamo il territorio.

MAX RENDINA

Max Rendina ritira il Casco Italia

Un successo costruito curva dopo curva: il Rally di Roma Capitale non è soltanto una gara vinta. È una dichiarazione di metodo. Un evento che mette insieme organizzazione, visione sportiva e capacità di stare dentro i regolamenti internazionali senza perdere identità. C’è questo dietro al Casco Italia ritirato l’altra sera ad Imola da Max Rendina. Non è il pesciolino rosso assegnato durante la sagra di paese: è lo storico premio organizzato dalla prestigiosa rivista sportiva Autosprint, dal Corriere dello Sport e dall’Aci per celebrare i protagonisti della stagione sportiva appena conclusa. (Leggi qui: Rendina indossa il… Casco Italia per i successi del Rally di Roma Capitale)

Il lavoro di Rendina che ha portato al Casco d’Oro racconta una storia di programmazione, credibilità, rispetto delle regole. Il Rally di Roma Capitale è diventato negli anni una prova di livello mondiale perché qualcuno ha deciso che non bastava partecipare. Bisognava competere.

Il ritorno dell’Italia al vertice, certificato dal successo e dal simbolo azzurro sul casco, è anche una risposta a chi pensa che l’eccellenza sportiva sia solo questione di budget. Qui c’è molto di più: c’è competenza, c’è territorio, c’è una capitale che smette di essere cornice e diventa protagonista.

Il peso della competenza

Rendina, ex pilota, oggi costruttore di eventi e risultati, incarna una figura sempre più rara: quella del dirigente che conosce la strada perché l’ha percorsa davvero. Sa cosa serve a un equipaggio ma anche a una federazione, a un pubblico, a uno sport che vuole crescere.

Il casco Italia, in fondo, non è un simbolo retorico. È una responsabilità. Vuol dire rappresentare un movimento, non solo se stessi. Vuol dire dimostrare che si può vincere senza scorciatoie, restando credibili anche quando i riflettori si spengono.

Questo successo vale doppio. Perché parla di rally, certo. Ma soprattutto parla di un’Italia che quando smette di lamentarsi e inizia a lavorare, sa ancora arrivare prima. Anche su quattro ruote, anche in mezzo alla polvere.

Rendina, l’Italia che vince lavorando.

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini (Foto: Paola Onofri © Imagoeconomica)

Che le cose per lui si stavano mettendo proceduralmente bene lo si era capito fin dalla scorsa settimana, quando l’udienza a suo carico era stata rinviata a ieri mattina. Per il Processo Open Arms infatti si era deciso di spostare l’udienza finale dopo che l’avvocato dell’attuale vicepremier e ministro Matteo Salvini, segretario della Lega, aveva chiesto un legittimo impedimento per una indisposizione. La corte della Suprema aveva accolto quel rinvio e si era arrivati alla giornata di ieri, quella cruciale. Cruciale ma con scarsissima suspense, a considerare che qualcosa era già trapelato.

Che cosa, e per mezzo di quale atto? Galeotta era stata una memoria, quella della Procura che aveva impugnato “per saltum“, cioè senza andare in Appello dal primo grado, l’assoluzione di Salvini.

La memoria di impugnazione

Non c’era stato pronunciamento (ovviamente) ma delle considerazioni accluse al sub-fascicolo secondo le quali la memoria per eccepire quel pronunciamento secondo cui “il fatto non sussiste” non avrebbe sanato le tare accusatorie del primo grado. E l’indizio due lo si è avuto a traino nella tarda mattinata.

Cioè quando è trapelata la new per cui davanti alla Quinta Sezione Penale, presieduta da Maria Vessichelli, i sostituti procuratori generali Antonietta Picardi e Luigi Giordano hanno chiuso la loro requisitorie finali chiedendo di rigettare il ricorso dei Pm di Palermo.

Insomma, perfino l’accusa ha chiesto di confermare l’assoluzione di Salvini nel processo Open Arms. Procedimento nato a seguito della decisione del leader leghista, nel 2019 titolare del Viminale, di bloccare lo sbarco della nave Diciotti, “impedendo a 147 persone migranti di scendere a Catania per 19 giorni”.

Bongiorno: “Ricorso inammissibile”
Giulia Bongiorno (Foto: Carlo Lannuti / Imagoeconomica)

L’arringa dell’avvocato Bongiorno, in forma smagliante, ha cesellato e suggellato quel che già la parte requirente di massimo grado aveva chiesto. Il legale aveva già esordito molossa al suo arrivo presso le aule della Suprema. E con queste parole: “Per noi il ricorso per saltum della Procura di Palermo è totalmente inammisibile”. E le 46 pagine di memoria? A margine della stessa campeggiava un parere preliminare decisamente pro reo, cioè pro Salvini. Perché il suo contenuto “non dimostra, nella prospettiva di censura della sentenza impugnata, la sussistenza di tutti gli elementi dei reati contestati, al fine di poter dimostrarne la tenuta della posizione accusatoria”.

Con questi presupposti gli “Ermellini”, che ovviamente non sono tenuti al vicolo automatico alle richieste delle parti, hanno detto la loro per tabulas. Sono entrati in camera di consiglio intorno alle 15.00 e alle 18.15 esatte sono usciti con il dispositivo di conferma dell’assoluzione.

Matteo Salvini, che a tempo di record ha pubblicato una card sui social con la dicitura “Assolto, difendere i confini non è reato” è definitivamente innocente per i fatti del 2019.

Innocente, e già in versione Dreyfuss social.

FLOP

ANDREA TURRIZIANI

Andrea Turriziani (Foto: Massimo Scaccia)

C’è una parola che in politica viene evocata spesso e praticata raramente: mandato. L’ex sindaco di Frosinone Michele Marini la usa senza giri di parole, parlando di tradimento. Lo ha fatto nelle ore scorse, riunendo la sua lista civica per commentare il caso Turriziani, cioè la scelta del consigliere Andrea Turriziani di uscire dalla lista per aderire al Polo Civico e passare dall’opposizione a sostenere la maggioranza. (Leggi qui: Il Consiglio non si apre: Fratelli d’Italia mostra al sindaco chi comanda).

Al netto delle convenienze di parte, il caso Turriziani pone una questione che va ben oltre un cambio di casacca in Consiglio comunale.

Il consigliere è libero, ci mancherebbe. Il vincolo di mandato non esiste e non a caso: serve a tutelare l’autonomia di chi è eletto. Ma esiste un altro vincolo, più sottile e più impegnativo, che non sta scritto nelle leggi ma nella politica: quello con gli elettori. E qui la faccenda si complica.

Il salto della quaglia
Michele Marini

Andrea Turriziani non era stato votato per sostenere Mastrangeli. Anzi. Era stato eletto esattamente per fare il contrario. Questo è il punto che Marini mette sul tavolo, ed è un punto difficile da liquidare come polemica d’occasione. Perché quando il cambio di schieramento avviene senza spiegazioni pubbliche, senza un confronto con la lista, senza nemmeno una telefonata di cortesia, il problema non è solo politico. È di stile. O, come dice Marini, di bon ton istituzionale.

Lo strappo, del resto, non arriva all’improvviso. I segnali c’erano: astensioni strategiche, voti favorevoli mascherati, una progressiva convergenza con la maggioranza. La politica, come la cronaca, raramente sorprende davvero: di solito annuncia. E quando poi accade, ci si limita a prendere atto.

Il sospetto che dietro non ci sia una folgorazione ideologica ma qualcosa di più concreto aleggia senza bisogno di essere esplicitato. La voce di un assessorato, il nome di un parente, la solita liturgia del potere locale. Nulla di nuovo sotto il sole, ma ogni volta un po’ più corrosivo per la credibilità delle istituzioni.

Il caso che diventa sintomo
(Foto © Massimo Scaccia)

Il dato politico vero, però, è un altro: la lista Marini, 1.200 voti, sparisce dall’aula consiliare. Un pezzo di rappresentanza evapora. Formalmente tutto regolare, sostanzialmente no. Ed è qui che il caso diventa sintomo. Perché a Frosinone il ribaltone non è un’eccezione, è diventato metodo. Oltre metà dei consiglieri ha cambiato schieramento. Le geometrie variabili non sono più una fase, sono il sistema. E quando tutto diventa mobile, nulla regge davvero. Neppure chi governa.

Marini, da ex sindaco, lo dice con una punta di amara ironia: non vorrebbe stare nei panni di Mastrangeli. Governare così è possibile, certo. Ma è come farlo su una passerella sospesa, dove ogni passo è un negoziato e ogni voto un’incognita.

La riflessione finale è forse la più scomoda: si è pensato a vincere, non a governare. Le liste come contenitori elettorali, le coalizioni come sommatorie aritmetiche, la politica ridotta a gestione dell’immediato. Funziona alle urne, molto meno dopo.

E allora la domanda di Marini non è retorica: esiste ancora un centrosinistra a Frosinone? Ma se vogliamo essere onesti, dovremmo allargarla: esiste ancora un’idea di mandato elettorale come patto, e non come optional?

Il mandato tradito.