I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 18 settembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 18 settembre 2025.
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PIERGIANNI FIORLETTA

Ci sono sogni che svaniscono all’alba e sogni che si realizzano dopo 16 anni di lavoro: nulla rispetto all’eternità. Come quello di risvegliare l’antico teatro romano di Ferentino. Realizzato nel II Secolo, sparito nel nulla: inghiottito dal buio e da quattro metri di terra da riporto e sotto le fondamenta delle case in via Antiche Terme. Chiamata così proprio perché si pensava che lì ci fossero degli impianti termali e non un teatro.
Sedici anni. Tanto ci è voluto per restituire ai cittadini di Ferentino — e, più in generale, al patrimonio storico italiano — il teatro romano emerso da un lembo nascosto della città. Sedici anni che sembrano un’era geologica. Si sono condensati ieri nel sorriso di Piergianni Fiorletta, sindaco e ostinato tessitore di quest’impresa: un’opera pubblica che è anche e soprattutto un’opera morale.
Perché riportare alla luce i ruderi del teatro di epoca traianea non ha significato solo mettere mano a mattoni e capitelli. Ha voluto dire affrontare ostacoli amministrativi, resistenze burocratiche, espropri complicati, l’abbattimento (letterale e simbolico) di tre abitazioni costruite sopra la storia. Ha significato immaginare ciò che non si vedeva, convincere ministeri e Demanio a investire quasi due milioni di euro, inseguire un’idea di bellezza in tempi in cui tutto chiede velocità, profitto, ritorno immediato.
Archeologo della politica

Fiorletta, a modo suo, ha agito da archeologo della politica: ha scavato, ha ricostruito, ha studiato carte e pietre. È stato l’incubo delle ditte: lì sul cantiere tutti i giorni ed a tutte le ore. Ma soprattutto ha curato la memoria. E non solo quella dell’antichità classica. La cerimonia di inaugurazione del teatro — dodici metri di altezza, cinquantaquattro di diametro, una “pagina di storia” finalmente leggibile — è diventata anche un palcoscenico per una politica che sa riconoscere i meriti altrui, senza rancori né primedonne.
Sul palco del convegno che ha preceduto il taglio del nastro, il sindaco ad un certo punto ha chiamato gli ex primi cittadini Antonio Pompeo e Francesco Scalia, chiamati non per cortesia ma per convinzione. Ricordato Francesco Gargani, uno degli uomini che credeva in questo progetto prima ancora che fosse visibile. Un inchino commosso alla memoria del senatore Bruno Astorre, scomparso troppo presto ma che su Ferentino ha lasciato una traccia politica generosa. Al punto che la città ha voluto ricordarlo con una targa, consegnata nelle mani della moglie Francesca Sbardella.
Il teatro romano di Ferentino non è soltanto un monumento restituito. È il simbolo di un’idea di amministrazione capace di osare ma anche di unire. E se ora Ferentino può dirsi orgogliosa di aver sfogliato di nuovo la sua storia, lo deve a chi ha saputo tenerla aperta, anno dopo anno, pietra dopo pietra.
L’inaugurazione del sogno.
ANGELO PIZZUTELLI

Frosinone è una città dove le piste di atletica vengono soffocate dalle erbacce ed i palazzetti lasciati diventare cattedrali nel deserto. Tempi lunghi, procedure non sempre lineari: si alza in questo contesto il grido d’allarme che diventa una dichiarazione di intenti. È quello che ha fatto Angelo Pizzutelli — ex assessore allo Sport ai tempi delle giunte di Centrosinistra, oggi capogruppo Pd e, numeri alla mano, il più votato del centrosinistra frusinate ed il secondo in assoluta in tutta l’Aula.
Nelle ore scorse che con un sopralluogo davanti al Palasport di viale Michelangelo ha messo in fila quelle che indica come tutte le contraddizioni (e le negligenze) dell’amministrazione Mastrangeli.
Perché lo sport, a Frosinone, non è solo una questione di gestione tecnica. È una metafora, plastica e impietosa, di un’intera stagione amministrativa in cui il Campo Coni è diventato una landa spopolata, il Palasport ha perso il suo lustro nazionale e i fondi per le periferie sono svaniti senza nemmeno una riga di motivazione. E no, non è possibile incolpare il passato. Soprattutto se si è al governo da oltre tre anni e si è raccolta l’eredita di un centrodestra che ha guidato il capoluogo nei dieci anni precedenti.
Il dito nella piaga

Pizzutelli, da par suo, mette il dito nella piaga con chirurgica pazienza: ricorda i bandi deserti, i lavori mai partiti, le promesse impolverate. Ma non si ferma alla denuncia. Il suo è un appello dal duplice significato.
C’è un livello amministrativo e ce n’è uno politico. Perché la città ha bisogno di impianti funzionanti, eventi sportivi di rilievo e politiche giovanili degne di questo nome. Ma la città ha anche una scadenza elettorale. E qui viene il livello politico. I Socialisti lanciano la loro candidatura e provano a federare il campo progressista, lui che viene dal mondo del Garofano Rosso si fa trovare già in campo. Con le scarpe allacciate e la maglia sudata. (Leggi qui: I Socialisti rompono gli indugi: la ‘Frosinone di domani’ parte già oggi).
È difficile non cogliere il sottotesto: il Pd esiste, ha un volto, ha un consenso. Si sta organizzando: il presidente regionale Pd Francesco De Angelis ha ricucito i rapporti con lo storico sindaco Domenico Marzi, sta edificando un Campo largo. Ed i Socialisti – che per quasi vent’anni non si sono parlati con il Pd – hanno subito messo in campo la loro coalizione di tre liste ed il loro candidato Vincenzo Iacovissi. Angelo Pizzutelli ha ricordato ad entrambi che i suoi mille voti progressisti possono essere decisivi. Il centrosinistra è avvisato. Ignorarlo sarebbe un autogol.
Lo sport dimenticato e il centrosinistra in letargo.
ALESSANDRA TODDE

Malgrado le vicissitudini legate alle questioni di liceità della sua elezione come Presidente della Regione Sardegna ha avuto tempo e modo per mettere l’isola in scia con un palpito di civiltà. Palpito che certamente troverà ostacoli normativi nella legge nazionale, come già spiegato dalla premier Meloni sul caso Toscana. Ma che tale resta.
È notizia di ieri infatti che la Sardegna guidata da Alessandra Todde è diventata la seconda regione in Italia ad avere approvato una legge sul fine vita. La notizia arriva dopo la riunione del Consiglio regionale, che a provveduto a votare il testo della maggioranza di campo largo. Ed anche in questo caso la fonte normativa è di quelle di rango, visto che l testo base che ha prodotto quello normato è stato proposto dall’associazione Luca Coscioni.
Disco verde

Da quanto spiega AdnKronos si tratta di un vero format “presentato in tutta Italia”. Il Consiglio regionale sardo ha dato disco verde a quel testo con 32 voti favorevoli, 19 contrari e un’astensione.
Ovviamente, e come è giusto che sia in format di contraddittorio democratico, non sono mancate le divisioni, e su due piani. Quelle tra maggioranza ed opposizione consiliare e quelle tutte inside alla maggioranza stessa, tenendo conto che nella quota Pd ci sono anche le componenti cattoliche.
A Todde va il merito di averci creduto, in quel testo. Che ha prodotto una specifica norma che “punta ad applicare procedure sui tempi per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito per effetto della sentenza della Consulta del 2019”.
Sì, è quella famosa che precedette l’ingresso dell’Italia e del pianeta nell’incubo Covid. Incubo sanitario prolungato che, ovviamente, ha funzionato da scusante egregia per continuare a procrastinare le grandi questioni etiche e la loro forma di legiferato. Perché con quella sentenza i giudici costituzionali di fatto “cazziarono” la politica, spiegando che doveva essere il Parlamento a fare le leggi e non loro a fissarne genesi di indirizzo e validità caso su caso.
Dalla Consulta 2019 ad oggi
In Sardegna e per ora esiste comunque una legge che offre assistenza sanitaria gratuita a chi, affetto da patologia irreversibile e dipendente da trattamenti vitali, sceglie autonomamente e consapevolmente di accedere al suicidio medicalmente assistito. A stabilire le precise condizioni saranno una apposita commissione multidisciplinare ed un comitato etico territorialmente competente.
Ma il primo passo, secondo in Italia è fatto. E lo ha fatto Todde.
Guarda lontano.
FLOP
NICOLA ZINGARETTI

I conti erano il suo pallino: la Regione Lazio andava risanata ed al debito mostruoso sui conti della Sanità andavano messe le briglie. Nicola Zingaretti in dieci anni di lavoro alla Regione Lazio ci era riuscito. Alla fine del mandato aveva preso il cappello, salutato e si era trasferito prima a Montecitorio e poi a Bruxelles. A riportare sotto i riflettori quegli anni è un inchiesta della Corte dei Conti. Che non lo riguarda né direttamente né direttamente. Ma che mette in discussione proprio il viatico ai Conti Regionali dato dalla magistratura Contabile che glieli aveva approvati.
Il che solleva un’ombra sulla rassicurante etichetta dell’uscita dal commissariamento, centrata dal Lazio dopo dieci anni di sacrifici.
Questa volta il campo di battaglia non è una Asl o un reparto ospedaliero ma il cuore istituzionale della Corte dei Conti del Lazio, dove — secondo l’ipotesi dei Pm — si sarebbe consumato un atto di censura del dissenso. Il protagonista? il già presidente della Sezione di Controllo, oggi indagato per aver (si sostiene) delegittimato e spinto una collega al trasferimento per non aver voluto mettere la firma sotto quei Bilanci. Un “no” condiviso con un altro magistrato: un doppio no che, nella versione della Guardia di Finanza, non fu accolto con dialettica ma con ostracismo.
Scontro tra toghe

È uno scontro tutto interno alla magistratura contabile eppure con riflessi profondamente politici. Perché quei bilanci erano funzionali all’obiettivo strategico del centrosinistra laziale: certificare, prima della fine del mandato, la “guarigione” amministrativa della Sanità regionale. Un passaggio che avrebbe liberato la Regione da anni di commissariamento e offerto un fiore all’occhiello da esibire agli elettori. Ma a quale costo?
Le prime risposte — tecnicamente inquietanti — arrivano già da una precedente inchiesta archiviata sui presunti falsi contabili delle Asl. I pm avevano allora segnalato il “dato contenzioso” da capogiro: quasi un miliardo di euro di crediti vantati dai privati, frutto di meccanismi opachi di cessione, contenziosi e rivalse. Una montagna di denaro che la Regione potrebbe presto trovarsi a dover pagare. Tradotto: l’uscita dal commissariamento potrebbe essere stata un successo a tempo determinato: la cassa rischia di pagarla a lungo termine. Chiamiamolo pure debito mascherato.
L’interrogativo scomodo

E qui torna l’interrogativo più scomodo: perché mai screditare o spingere al margine chi, all’interno della Corte, sollevava dubbi legittimi? Perché l’approvazione doveva essere unanime, rapida, impeccabile? Possibile che, in nome del risultato politico, si siano piegate le regole del confronto istituzionale?
Il fatto che oggi si indaghi per diffamazione — apparentemente una questione personale — serve invece da chiave per rileggere la cornice dell’intera vicenda. La diffamazione, in questo caso, non è solo un reato: è il segnale che qualcosa potrebbe essersi incrinato nel meccanismo di vigilanza. Che si è preferito zittire piuttosto che spiegare. E che forse la politica, ancora una volta, ha avuto fretta di archiviare la complessità.
Chi ha ragione, sarà la magistratura a stabilirlo. Ma intanto, una cosa è chiara: la Sanità del Lazio, quella che doveva diventare modello nazionale, oggi appare come un cantiere aperto. L’ultima parifica, dopo la cura dell’assessore Giancarlo Righini, ha basi differenti. Rispondono a tutte le criticità elencate dalla Magistratura Contabile. La strada è imboccata. Senza scorciatoia.
Il prezzo (alto) del “miracolo”.


