Top e Flop, i protagonisti di giovedì 21 maggio 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 21 maggio 2026.

*

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 21 maggio 2026.

*

L’ACCADEMIA DI BELLE ARTI

Antonio Marras (a destra)

Alcune onorificenze hanno il sapore della routine istituzionale: targhe, diplomi, applausi educati in una sala convegni. Altre invece raccontano chi sei, dove vuoi andare, cosa pensi della cultura. Il conferimento del titolo di Accademico d’Onore ad Antonio Marras da parte dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone contiene nulla di circostanza ma traccia una rotta precisa, spiega con una chiarezza assoluta la visione che c’è e si vuole trasmettere agli allievi.

Marras non è un nome rassicurante. Non è lo stilista che si siede composto alla prima fila e sorride alle telecamere. È uno che lavora con gli «stracci» — parola sua — con gli oggetti abbandonati, con la creta ancora da cuocere, con il ferro e il filo da ricamo, disegnando con il caffè e cantando a squarciagola per non pensare troppo. Un autodidatta sardo che ha fatto della contaminazione il proprio manifesto, attraversando moda, arte, teatro, memoria e letteratura come se i confini tra le discipline fossero ostacoli inventati da qualcuno con troppo poco coraggio per ignorarli.

Il coraggio della scelta
Antonio Marras con i ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone

Scegliere lui significa scegliere un’idea precisa di creatività: quella che non chiede il permesso, che viola i codici, che trasforma il passato in visione invece di imbalsamarlo in museo. È la scelta di un’Accademia che vuole essere laboratorio, non archivio. Che sceglie di guardare al Mediterraneo — alla Sardegna viscerale di Marras, alla sua cultura fatta di strati e stratificazioni — e di riconoscervi qualcosa di familiare anche in una città di provincia del Lazio meridionale.

Perché la provincia italiana, quando smette di farsi dominare dal complesso d’inferiorità e sceglie con ambizione, sa essere straordinariamente lucida. E questa nomina lo dimostra: Frosinone non ha cercato il nome più famoso, ma quello più giusto. C’è una differenza enorme. E si vede.

Scelta coraggiosa: da artista.

DAVIDE CAVALLO

Davide Cavallo (Instagram)

Bisogna alzarsi in piedi di fronte a un ragazzo di 22 anni che ieri mattina ha fatto il suo ingresso in tribunale appoggiato a due stampelle che lo accompagneranno per il resto della sua vita. Bisogna inchinarsi di fronte alle sue lacrime versate dopo la sentenza, che non ha condannato lui, ma chi lo ha ridotto per sempre in quelle condizioni. Non importano tanto i nomi, ciò che importa è che un ragazzo ha preso vent’anni di carcere per avergli conficcato un coltello nella schiena durante una rapina per portargli via 50 euro.

Per Davide Cavallo, studente universitario che si è trovato all’ora sbagliata nel posto sbagliato, una lesione al midollo, sei mesi di ospedale, una vita che non sarà mai più quella di prima. La pena è superiore persino a quella che era stata chiesta dalla procura. Il giudice ha evidentemente ritenuto che i fatti parlassero da soli e a voce molto alta.

Eppure, sentita la condanna, Davide, il ragazzo sulle stampelle per sempre, ha sussurrato ai suoi avvocati, mi dispiace, spero per loro ci sia un futuro migliore. Ha chiesto di avvicinarsi alla gabbia con gli imputati e ha abbracciato i suoi aggressori. E’ un gesto che spezza la logica ordinaria del processo penale, costruita su colpa e punizione, su vittime e carnefici che si guardano dai lati opposti dell’Aula.

Lo spazio da attraversare

Davide ha attraversato questo spazio fisicamente sulle stampelle e lo ha attraversato anche dentro di sé. Il suo cuore ha perdonato e a chi lo ha ridotto così ha detto non siete perduti. Non è retorica, è la cosa più difficile che un essere umano possa fare.

La parola perdono deriva da super dono, qualcosa di ancora più grande del dono che si fa sempre in cambio di nulla. E il perdono di Davide non è ingenuità, non è rassegnazione, è una scelta attiva e costosa che non cancella la responsabilità di chi ha sbagliato né ridimensiona la gravità di ciò che è accaduto.

La Giustizia ha fatto il suo corso ma Davide ha fatto qualcosa che la Giustizia per natura non può fare. Ha restituito all’altro la possibilità di essere ancora una persona, non solo un condannato.

La lezione che disarma.

FLOP

RICCARDO MASTRANGELI

La rotatoria di De Matthaeis a Frosinone

Giura che fosse già tutto previsto e che da tempo si sapeva che mercoledì l’incrocio a De Matthaeis sarebbe stato riaperto. Proprio per questo – assicura – le proteste andate in scena martedì su quella rotatoria nevralgica per il traffico cittadino erano solo strumentali. Ammesso e pure concesso che le cose stiano così, come le racconta il sindaco Riccardo Mastrangeli. (Leggi qui: «Il BRT paralizza la città»: Fanelli (FdI) minaccia il passaggio all’opposizione. E qui: De Matthaeis riapre dopo il cazziatone di Fanelli: coincidenza o politica?)

Partendo dal presupposto che i lavori martedì stessero per finire, che il cantiere fosse praticamente chiuso, che la riapertura fosse già in agenda. Protestare quel giorno, a quella ora, con quella regia, sarebbe stata un’operazione costruita per fare immagine, non per risolvere un problema. Su questo il sindaco può rivendicare la sua posizione con argomenti solidi.

Inspiegabilmente autolesionista
(Foto © Stefano Strani)

Ma c’è un piano su cui Mastrangeli continua a mostrarsi inspiegabilmente vulnerabile. Ed è quello della comunicazione. E su quel piano, la storia di De Matthaeis è un manuale di quello che non si dovrebbe fare.

Proviamo a immaginare la stessa identica scena, con la stessa identica sequenza di eventi, aggiungendo un solo dettaglio. La mattina della protesta, mentre migliaia di automobilisti si incolonnavano furibondi tra via Moro e il piazzale, il sindaco aveva già saputo — e già comunicato — che quella sera i disagi sarebbero finiti. Meglio ancora: immaginate che una settimana prima Mastrangeli avesse convocato una conferenza stampa e detto, chiaro e semplice: «Per due giorni sarà il delirio. Mercoledì pomeriggio finirà tutto».

In quello scenario la protesta non avrebbe avuto ossigeno. Chi si sarebbe presentato a manifestare, sapendo che quella sera stessa la strada ripariva? Chi avrebbe alzato uno striscione contro un cantiere che il sindaco aveva già annunciato — con data e ora — come concluso? La narrazione si sarebbe capovolta: da «amministrazione che paralizza la città» a «amministrazione che mantiene le promesse».

Invece è andata diversamente. L’opposizione ha occupato lo spazio che Mastrangeli aveva lasciato vuoto. E quando la riapertura è arrivata — puntuale, come da programma — sembrava una risposta alla protesta invece che l’esecuzione di un piano già scritto. Una vittoria trasformata in figura. Non è un problema di sostanza: è un problema di metodo. Un sindaco che fa cose e non le racconta in tempo, con anticipo, con la grancassa giusta, regala all’opposizione munizioni. E in campagna elettorale, a un anno dal voto, ogni munizione regalata ha un costo. Che prima o poi si paga.

Munizioni al nemico.

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini

Come la brace in spiaggia, come il barbecue a ridosso del mare: chi ha vissuto l’estate del 2019 riconosce immediatamente quell’odore. È quell’aria salmastra da Papeete — mojito, musica e tradimento serviti insieme — che si spande ogni volta in cui Matteo Salvini comincia a fare tintinnare il mazzo delle chiavi del voto anticipato. Trento, al Festival dell’economia, il copione si è ripetuto con la stessa puntualità delle maree: il ministro dice che la legislatura potrebbe non arrivare a scadenza naturale, i fattori economici sono preoccupanti, i consensi calano.

Poi — come sempre — sono arrivati i messaggi e le telefonate con Giorgia Meloni: piuttosto irritata. E la rettifica serale: «ribadisco che il nostro obiettivo è arrivare assolutamente a fine legislatura». Ufficialmente un equivoco. Nella realtà, la segnalazione di un malessere reale che da un paio di mesi circola nei corridoi di via Bellerio: meglio votare a ottobre, prima che Vannacci finisca di smontare la Lega mattone dopo mattone.

Ma Salvini non è sciocco
Matteo Salvini ed Antonio Tajani (Foto: Luigi Mistrulli © Imagoeconomica)

Il ragionamento di Salvini è tutto politico — e come tale va letto, senza la sorpresa di chi finge di non averlo capito. La Lega è in calo nei sondaggi. Vannacci strappa decimali ogni settimana e porta via deputati e consiglieri. Votare prima significa votare quando il generale non ha ancora avuto il tempo di attrezzarsi. È un calcolo da manuale: cinico, ma almeno onesto nella sua logica.

Meloni frena. Ha le sue ragioni: non vuole un election day con le grandi città al voto, teme il traino per l’opposizione, preferisce la primavera del 2027. E accelera sulla legge elettorale: che è il modo più elegante di occuparsi delle elezioni senza ammetterlo.

Nel frattempo il Governo produce condoni: Forza Italia rivuole quello del 2003, la Lega vuole sanare gli abusi precedenti al 1985. ConteBraga e Bonelli ironizzano. Hanno gioco facile. Forse troppo facile per essere davvero preoccupati.

Aria di Papeete.