I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 3 settembre 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 3 settembre 2026.
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FABIO CAGNAZZO

Chiamarla cronaca era già un abuso di linguaggio. La cronaca racconta i fatti accertati, o li cerca; l’insinuazione li evoca senza mai pronunciarli, e lascia che sia lo spettatore a condannare al posto del giudice. È la differenza, sottile quanto un colpo di fioretto, tra informare e infamare. Il Tribunale di Frosinone l’ha appena ristabilita per iscritto, condannando la società che produce la trasmissione tv Le Iene RTI, il giornalista Giulio Golia e i fratelli Dario e Massimo Vassallo per diffamazione a mezzo televisivo, nei confronti dell’ex comandante provinciale dei Carabinieri di Frosinone Fabio Cagnazzo.
Non è in discussione il diritto di raccontare l’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, ucciso nel 2010: è un dovere, anzi. Ciò che il giudice ha bocciato è il metodo. Cinque puntate de Le Iene, nell’autunno 2019, costruite – scrive il Tribunale – non per accertare ma per suggerire: accostamenti di immagini, domande allusive, commenti fuori campo, cuciti apposta per insinuare nello spettatore il sospetto che il colonnello Fabio Cagnazzo fosse implicato nel traffico di droga e nel depistaggio delle indagini. Nessuna prova. Solo l’arte, raffinatissima, di far credere senza dover dimostrare.
Tre corti, una sola verità

Cagnazzo è già stato prosciolto, scarcerato, reintegrato in servizio: tre corti, tutte con la stessa sentenza. Ora arriva la quarta, quella che certifica come si sia costruita la gogna e chi debba pagarla. Il Tribunale ha classificato i fatti come diffamazione di «eccezionale gravità», ha condannato al risarcimento e ha ordinato la pubblicazione della sentenza sulla home page delle Iene per trenta giorni: la stessa vetrina usata per accusare, riconvertita a spese loro in vetrina della verità. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti di venerdì 19 dicembre 2025. E qui: Top e Flop, i protagonisti di sabato 24 gennaio 2026).
La sentenza del tribunale di Frosinone dovrà passare al vaglio dell’Appello e poi della Cassazione. Ma intanto. Chi restituisce a un uomo cinque puntate di sospetto trasmesse in prima serata nazionale? Nessuno, naturalmente. Almeno, da oggi, la differenza tra cronaca e diffamazione ha una sentenza a ribadirlo. Informare e infamare non sono la stessa cosa. (Leggi qui: Prosciolto Cagnazzo, crolla la gogna: quando il tribunale smentisce la piazza).
L’insinuazione ha un prezzo.
don DINO MAZZOLI

San Filippo Neri, ai missionari diretti verso il Katai, la Cina di allora, il capo del mondo, consigliava una tappa a Prima Porta, due passi da Roma: il Katai, diceva, lo avrebbero trovato lì, tra le prostitute e i ragazzini di strada. Non serviva attraversare gli oceani: bastava attraversare la città. Don Dino Mazzoli questo precetto lo ha preso alla lettera, senza saperlo forse, quando si è ritrovato parroco nella periferia difficile di Frosinone, con in mano non un breviario ma colla e colori per togliere i bambini dalla strada prima che la strada li prendesse lei.
Il metodo ha funzionato tanto bene da diventare format: prima Din Don Art, poi una trasmissione vera, su Teleuniverso, su Tv2000 della Conferenza Episcopale, fino alla Rai. Non ha portato la fede in televisione: ha portato la sua parrocchia, con lo stesso spirito con cui a San Valentino invitava i fidanzati a stupire il compagno portandolo a Messa, cartellone pubblicitario compreso sui social più frequentati. Un prete che fa concorrenza a Cupido con le armi della gioia, non della colpa: è merce rara, in un secolo che confonde la fede con la tristezza compunta. (Leggi qui: Diavolo d’un prete: anche il giorno di San Valentino).
Il salto: dalla frontiera al centro

Da qualche tempo, il vescovo lo aveva trasferito a Veroli. Periferia anche lì, niente ragazzini di strada ma anziani che in pieno Covid non avevano la minima dimestichezza con gli smartphone e le prenotazioni per le vaccinazioni: mise lui a disposizione il computer della parrocchia ed organizzò un servizio di volontari che faceva le prenotazioni al posto loro. (Leggi qui: Il clic di don Dino verso il paradiso ed il vaccino).
Domenica don Dino farà il salto di categoria. Veroli, già sede episcopale, dove riposano le spoglie di una delle tre Marie che scoprirono la Resurrezione. Il vescovo lo ha elevato a Vicario Foraneo mettendolo alla guida di otto parrocchie. E domenica si insedia in cattedrale.
Dalla periferia al centro, esattamente il percorso inverso a quello che la cronaca ecclesiastica racconta di solito, dove il centro produce uomini di curia e la periferia li accoglie in esilio. Il rischio, per chi arriva dalla frontiera e si immerge in un vicariato così vasto, è dimenticare l’unica cosa che contava: la creatività senza pretese, il cartone riciclato, la felicità che non si programma dall’alto. Se don Dino porterà lo stesso spirito con cui giocava con i ragazzini di periferia, avrà fatto quello che a Filippo Neri riuscì meglio di chiunque altro: dimostrare che il cammino della gioia non ha bisogno di andare lontano. Basta, appunto, attraversare la città.
Il Catai era dietro casa.
LA REGIONE VENETO

In genere, le Leggi aspettano il Parlamento ed i suoi tempi: lunghi, indispensabili per costruire una sintesi che tenga conto di tutte le sensibilità. Ma ci sono delle volte in cui quei tempi diventano un pretesto: per non approvare norme che dividono nonostante siano importanti. In quei casi, da ieri sappiamo che quelle Leggi, stanche di aspettare, per nascere si accontentano di un Consiglio regionale. Il suicidio assistito attendeva da anni il riconoscimento sotto forma di Legge, complice un’inerzia di Montecitorio su cui si potrebbero scrivere trattati di antropologia politica. Il Veneto ha chiuso la partita per conto proprio ed è diventata la prima Regione di centrodestra a farlo: la proposta Liberi subito, bocciata per un voto nel gennaio 2024, passa con 32 sì, 4 astenuti, 14 no.
Il paradosso, come sempre in Italia, sta nei numeri più che nei principi. A far approvare la legge non è stata l’opposizione, ma dieci emendamenti firmati dal presidente Alberto Stefani. Pensati – parole sue – nel segno del favor vitae.
Fratelli d’Italia ha votato compatta contro, Forza Italia si è spaccata sulla scia dell’apertura di Marina Berlusconi, la Lega «di governo» ha detto no mentre Luca Zaia, che su questo tema si batte da anni, ha incassato quello che ha chiamato un «atto di responsabilità»: una maggioranza che approva dividendosi, e che proprio dividendosi dimostra che sui temi etici, come ripete lo stesso Zaia, «non c’è uno schieramento netto».
Due Italie allo specchio

Fuori da Palazzo Ferro Fini, i Pro Vita parlavano di «tradimento»; il patriarca Francesco Moraglia vedeva la dignità umana «meno tutelata»; Marco Cappato salutava una «scelta rispettosa delle libertà di chi soffre». Due lessici, due visioni del limite tra libertà e vita che continueranno a confrontarsi ben oltre i confini veneti: perché la vera notizia, sotto la cronaca dell’aula, è che un tema considerato tabù per il centrodestra ha trovato una via di mezzo scritta da chi quel centrodestra lo guida.
Ora resta da vedere se il Veneto abbia aperto una strada che altre Regioni di centrodestra seguiranno. O se resterà un caso isolato, buono per i libri di storia elettorale più che per un cambio di rotta nazionale.
La coscienza vince sul Partito.
FLOP
LA SANITA’ ITALIANA

Partiamo dai numeri, perché sono loro a raccontare la storia meglio di qualsiasi aggettivo. 6,2% del Pil: è quanto l’Italia destina alla Sanità pubblica nel 2025, contro il 7,1% della media Ocse ed europea. Un punto in meno, che sembra poco fino a quando non si traduce in dollari: 3.952 pro capite contro una media europea di 4.965. Mille dollari di differenza, moltiplicati per 59 milioni di abitanti, fanno 36,1 miliardi di euro.
Non è un’opinione: è un’operazione aritmetica firmata dalla Fondazione Gimbe su dati Ocse aggiornati a luglio.
Il dato isolato inganna sempre meno del trend e qui il trend è la vera notizia. Fino al 2011 l’Italia era in linea con l’Europa. Poi il divario si è aperto: 424 dollari nel 2019, ancora di più durante la pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito e l’Italia no. Nel G7 siamo ultimi da sempre: ma quello che nel 2008 era uno scarto contenuto oggi – dice Nino Cartabellotta della fondazione Gimbe – è diventato un abisso: la Germania spende 8.726 dollari a testa, più del doppio.
Cosa produce il divario

I numeri, da soli, non farebbero notizia se non producessero effetti misurabili: liste d’attesa, pronto soccorso in affanno, carenza di medici di famiglia. E un altro numero, forse il più duro: 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci, hanno rinunciato nel 2024 a esami o visite per motivi economici. Non è più un problema di bilancio regionale: è un problema di accesso alla cura e la Commissione europea lo ha messo per iscritto in una raccomandazione formale dello scorso 10 luglio.
Restano le Case della Comunità: 1.038 promesse dal Pnrr, scadenza 30 giugno 2026, e a settembre ancora nessuna rendicontazione pubblica di quante siano davvero operative. Gimbe la chiama, giustamente, l’ipotesi delle «scatole vuote»: target formalmente centrati, soldi incassati, edifici costruiti. Ma nessuna certezza che dentro ci sia qualcuno a curare i pazienti.
Il conto che non torna.



