I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 30 aprile 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 30 aprile 2026.
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FLOP
MASSIMILIANO QUADRINI

Isola del Liri è la capitale morale del Lavoro in provincia di Frosinone. Non è un caso che lì si tenga ogni anno la manifestazione unitaria dei sindacati in occasione del 1° Maggio. Lì si tiene il corteo che attraversa le strade un tempo costellate da cartiere e rotative che ne facevano la Manchester della Ciociaria; lì c’era un sistema di wellfare che prevedeva asili, assistenza, scuole ed anche il teatro per i lavoratori. Poi venne Garibaldi ed i piemontesi che si presero le cartiere per portare tutto a Fabriano e lì iniziò la fine. Ma questa è un’altra storia. (Leggi qui: Lanifici e cartiere della Valle del Liri: dopo l’unità il crollo).
Isola del Liri è capitale perché lì i lavoratori presero i macchinari e li buttarono nel fiume: primo esempio sul territorio del luddismo, il movimento convinto che le macchine togliessero lavoro alle braccia umane. Gli scioperi, in Ciociaria, hanno attinto tanta linfa vitale da quel terreno.
In questo contesto, l’assenza annunciata del sindaco Massimiliano Quadrini dalla festa del Primo Maggio di domani non è un dettaglio trascurabile. È un segnale. Quadrini ha aderito da pochi giorni a Fratelli d’Italia — Partito con una forte impronta sociale nelle sue origini ma che con le bandiere rosse ha storicamente poco da spartire. Ufficialmente, il sindaco non ne fa una questione politica: giustifica l’assenza con un «week end programmato da tempo con la famiglia».
Il fatto è che il Primo Maggio non si programma all’ultimo momento. Cade il Primo Maggio da quando esiste il calendario — e quel calendario dovrebbe essere la prima cosa che un sindaco consulta prima di organizzare i propri impegni privati. Se non è in grado di farlo, difficilmente può aspirare a governare una città. Tanto meno una Provincia.
Assente non giustificato.
GIULIANO DI PRETE

Esiste una regola aurea della politica italiana: in alcuni momenti è importantissima la sostanza ma nei passaggi chiave non si può prescindere dalla forma. Lo ha imparato a sue spese Giuliano Di Prete aspirante sindaco di Pontecorvo: non importa quanto valga il tuo programma, quanto ti sia impegnato, quanti voti potresti prendere. Se la lista ha un vizio di forma, la lista non esiste.
Il TAR nelle ore scorse ha rigettato il ricorso. Errori definiti «insanabili». La parola fine su mesi di lavoro, di raccolta firme, di costruzione di una coalizione. Di Prete non demorde — parla di Consiglio di Stato, di strumenti ancora da usare — e fa bene a provarci fino in fondo. Ma le probabilità sono quelle che sono.

Il paradosso è evidente: un candidato che si presenta come alternativa, che ha costruito credibilità sul territorio, escluso non per quello che voleva fare ma per come ha compilato i moduli. Non è giustizia, è burocrazia. Ma in democrazia le regole sono alla base di tutto. Valgono per tutti, anche per chi le subisce con ragioni dalla propria parte. Amministrare, una volta eletti, sarà un continuo scontro con la burocrazia: si potranno presentare i progetti migliori e da primato europeo, ma se tutti i timbri e le firme non sono al posto giusto resterà solo carta. Bellissima. Ma pur sempre e solo carta.
Pontecorvo va al voto con una lista in meno. E i cittadini con una scelta in meno. Il danno, alla fine, è loro.
Sostanza non è forma.
TOP
GENNARO D’AVINO

Le vittorie si misurano in numeri. E quella delle ore scorse ne ha uno preciso: 230 lavoratori che oggi sono tornati a casa senza una lettera di licenziamento in tasca. Trasnova, Logitech e Teknoservice hanno ritirato le procedure al Ministero del Lavoro. Gli ammortizzatori sociali sono attivati: non per sempre ma abbastanza per dare il tempo di individuare una soluzione diversa dal baratro.
Dietro questo risultato c’è il lavoro del sindacato — di tutti i sindacati firmatari del comunicato — ma in modo particolare c’è la testardaggine della Uilm-Uil e del suo Segretario Generale provinciale Gennaro D’Avino. Una testardaggine costruita su una convinzione che in questi mesi si è rivelata più lucida di molte analisi da salotto: Cassino Plant non chiuderà.
Mentre altri ondeggiavano tra pessimismo e rassegnazione, D’Avino continuava a leggere i segnali — le trattative sugli appalti di pulizia non chiuse, gli ammortizzatori non negati, i sopralluoghi cinesi che non erano ancora decisioni — ed a costruire su quella lettura una strategia negoziale. (Leggi qui: Quegli indizi che dicono “Stellantis a Cassino non rischia la chiusura”).
Vertenza aperta

Il ritiro dei licenziamenti non è la fine della vertenza. È la conquista del tempo necessario per trovare una soluzione diversa. Gli ammortizzatori sociali sono uno strumento — temporaneo, per definizione — che serve a tenere i lavoratori agganciati a un sistema produttivo mentre si ridefinisce il futuro. Tre mesi per Teknoservice, fino a dicembre per Trasnova e Logitech: non è una vittoria definitiva, ma è una porta tenuta aperta invece di essere chiusa a chiave.
Il sindacato, in questi mesi, ha fatto il lavoro che raramente gli viene riconosciuto: ha mediato, ha resistito, ha mantenuto la pressione nei momenti in cui cedere sembrava più comodo. Ha chiesto e ottenuto che i licenziamenti non fossero la prima risposta a una crisi strutturale — e ha aperto la strada a due potenziali imprenditori interessati all’assorbimento dei lavoratori, sui cui piani industriali si attende ora la convocazione del Ministero delle Imprese.
Il 21 maggio si avvicina. Il piano industriale di Stellantis dirà molto sul futuro dello stabilimento principale. Ma nel frattempo, il territorio ha dimostrato qualcosa di importante: che la pressione coordinata — sindacati, istituzioni, politica — produce risultati concreti. Oggi quei risultati hanno il nome e il cognome di 230 lavoratori che non perdono il posto. D’Avino e la UILM avevano detto che non era finita. Per ora, hanno ragione.
Lotta dura.
DANIELE LEODORI

La politica è fatta di segnali. Da lanciare al momento giusto e nel modo corretto. Quelli mandati l’altra sera dal Segretario Regionale del Partito Democratico Daniele Leodori sono stati tre squilli di tromba: che annunciano l’ingresso del Partito Democratico sul terreno che porterà alle prossime elezioni Regionali.
Ha scelto i numeri come arma. In politica i numeri pesano più delle opinioni: 700.000 laziali che hanno rinunciato alle cure. Il Lazio è tra le ultime Regioni per utilizzo dei fondi europei. Le aree interne sono abbandonate a se stesse. Sono dati reali, prodotti da analisi serie — Svimez, Ifel, Fondazione Gimbe — che disegnano un quadro di sofferenza strutturale che nessun comunicato della Giunta Rocca cancella. (Leggi qui: Il Pd attacca, Rocca risponde (da lontano): la sfida nel Lazio è già iniziata).
Il problema è che mentre Leodori parlava dal palco dei Frentani, lo staff di Rocca distribuiva altri numeri: +321,8 milioni di risultato di amministrazione, 38.785 borse di studio pagate, scuola di Protezione Civile operativa dopo 14 anni. Anche quelli reali. Anche quelli documentati.
Prima la coalizione e poi il nome

Una campagna elettorale che si apre con la sola denuncia — per quanto fondata — rischia di consumarsi prima di arrivare al voto. Leodori lo sa, e infatti rilancia su sanità, fondi europei, aree interne, riduzione delle disuguaglianze. È un programma serio.
A renderlo credibile è il fatto che ancora non c’è un nome per guidarlo: non c’è ancora il candidato governatore da contrapporre a Francesco Rocca. Significa che, sul piano politico, il Segretario Regionale porta il Pd al centro e punta a renderlo il catalizzatore della coalizione ampia da mettere in campo contro il centrodestra: un chiaro segnale a tutte le forze progressiste per dire che il Pd c’è, è unito, pronto ad aggregare il nuovo Campo Largo. E il candidato presidente non c’è per scelta: perchè il Pd non vuole imporlo ma sceglierlo insieme agli alleati. Avanzando una propria proposta.
Le elezioni Regionali sono tra due anni. Tempo sufficiente per costruire. Ma solo se si comincia adesso — con i numeri giusti e le proposte giuste. Non solo con quelli che fanno più male all’avversario.
Il ritorno del Pd.



