Top e Flop, i protagonisti di giovedì 31 luglio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 31 luglio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 31 luglio 2025.

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TOP

ROMA CAPITALE

Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica

Per una volta destra e sinistra sembrano aver trovato un punto di contatto. Non su un tema banale ma su quello che da oltre mezzo secolo affligge Roma come un peccato originale: la sua eterna condizione di Capitale zoppa, simbolicamente potente ma istituzionalmente marginale, Cenerentola d’Europa, forse l’ultima governata con la stessa legge che disciplina il funzionamento della piccola Viticuso nonostante la sproporzione tra i due Comuni.

Finalmente Roma potrà disporre di un’ossatura costituzionale degna del suo nome. Non più solo un Comune elefantiaco, con più problemi che poteri, ma un ente autonomo, capace di legiferare su materie decisive: trasporti, urbanistica, commercio, cultura, turismo. Finalmente Roma potrà fare Roma.

Ad oggi, per la sua Urbanistica dipendeva dalla Regione Lazio, la sua normativa sui rifiuti era subordinata a quella regionale. Ora non più. Il Consiglio dei ministri ha licenziato un disegno di legge costituzionale che – se sopravvivrà ai suoi quattro passaggi parlamentari – riconoscerà a Roma Capitale un ruolo a sé nell’architettura della Repubblica. Una rivoluzione giuridica attesa da almeno tre decenni. Troppo spesso evocata, più spesso rinviata, talvolta sabotata.

La “strana” convergenza tra Gualtieri e Meloni
Roberto Gualtieri (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Colpisce, ma forse non sorprende, la sintonia istituzionale tra Giorgia Meloni e Roberto Gualtieri. Da mesi lavorano in tandem su questo testo. Lo hanno “affinato”, “condiviso”, “concertato”: parole che generano stupore a sentirle pronunciate in un’Italia solitamente allergica al dialogo bipartisan. Il testo è frutto di un’intesa reale. Non di un inciucio. Di un’urgenza.

Perché Giorgia Meloni ha capito – e qui va dato atto – che non si può pretendere che Roma regga il peso della storia, del turismo mondiale, della burocrazia nazionale, delle tensioni metropolitane, con lo stesso armamentario normativo di un Comune di provincia. E Roberto Gualtieri, con mitezza e realismo, ha colto l’occasione per portare a casa un risultato che in altre stagioni (da Rutelli a Marino, da Veltroni a Raggi) si è solo accarezzato.

Una Capitale all’altezza del suo destino
Giorgia Meloni

Il nuovo assetto non fa di Roma una regione, ma la colloca nel pantheon degli “enti costitutivi” della Repubblica, come Regioni e Province. Poteri legislativi chiari, competenze definite, autonomia finanziaria da costruire. Una riforma necessaria, che può restituire a Roma il profilo che hanno Parigi, Berlino, Madrid. Capitali con capacità decisionale, non solo con monumenti.

Lo ha detto anche la presidente Giorgia Meloni in un video-manifesto con il Colosseo sullo sfondo: “Roma è stata governata come un Comune da poche migliaia di abitanti”. E bisogna riconoscerlo: ha ragione. Lo Stato le ha chiesto troppo, offrendole troppo poco. Il turismo internazionale, i pellegrinaggi religiosi, gli eventi mondiali, le ambasciate, i ministeri: tutto si concentra qui. Ma ogni marciapiede rotto, ogni autobus in panne, ogni cantiere eternamente aperto gridava l’assenza di poteri adeguati.

Una sfida politica, non una vittoria politica
Il Colosseo di Roma (Foto © DiLiff)

La riforma, in questa fase, non è di parte. Né della destra né della sinistra. Tutti hanno capito che Roma non può più attendere. Ci vorranno mesi. I passaggi parlamentari saranno delicati. La legge ordinaria sarà il vero banco di prova. Ma intanto l’architrave è posato. Finalmente Roma potrebbe avere una legislatura in cui la politica non si limiti a visitarla o a sfruttarla ma a governarla con strumenti nuovi.

Nel dopoguerra abbiamo avuto l’occasione di far nascere Roma Capitale almeno dieci volte. L’abbiamo sempre mancata. Questa sembra quella giusta. Meloni ci ha messo il timbro. Gualtieri, il metodo. Il Parlamento – si spera – la responsabilità. Roma non è mai stata davvero governata. Ora può esserlo.

La fine del tempo dell’anomalia.

GERMANO CAPERNA

C’è una differenza sostanziale – anche se spesso sfugge alla narrazione quotidiana – tra fare il sindaco e essere un sindaco. Germano Caperna, primo cittadino di Veroli, ha dimostrato di appartenere alla seconda categoria. Quella meno affollata, più scomoda, ma decisamente più nobile. Perché quando hai l’occasione di fare una scelta che impegna la tua città – non solo su bilanci e DUP – ma su principi, e la cogli senza tentennamenti, allora la politica ritrova il suo senso più alto.

Nello scorso Consiglio comunale tra numeri, delibere e assestamenti contabili è successa una cosa che va ben oltre l’ordinaria amministrazione: Veroli ha scelto di aderire ad Avviso Pubblico, la rete di enti locali che mettono la legalità e la cittadinanza responsabile al centro dell’azione amministrativa. E lo ha fatto con un voto unanime, ma soprattutto con parole chiare. Quelle del sindaco.

Contro le mafie non bastano le targhe
Il palazzo municipale di Veroli

In un Paese dove l’antimafia talvolta si è ridotta a una retorica stanca, fatta di lapidi commemorative e frasi di circostanza, Veroli decide di passare dalla memoria all’azione. Lo fa scegliendo un’adesione che non è “di facciata”, ma di sostanza: Avviso Pubblico non è un bollino da appendere in sala consiliare, è una scelta politica precisa, che obbliga a rendere trasparente ogni atto, a formare il personale, a portare la cultura della legalità nei consigli, nei quartieri, nelle scuole.

Caperna lo sa. E lo dice con parole che non ammettono scorciatoie: “La nostra è una comunità che crede nel pensiero critico, nella coesione sociale, nella memoria. E in un impegno etico che va oltre il dovere istituzionale”. Un messaggio semplice e diretto, come dovrebbe essere sempre quando si parla di lotta alle mafie.

La politica che fa la cosa giusta

Caperna ha fatto una scelta politica, sì. Ma ha anche compiuto un gesto civico. Perché in un’epoca in cui l’etica sembra opzionale e la coerenza un accessorio, dire chiaramente “noi stiamo dalla parte della legalità” ha un peso. Lo ha per i giovani che osservano e imparano. Lo ha per le famiglie, che vogliono sentirsi parte di una comunità decente. Lo ha per la pubblica amministrazione, che troppo spesso vive sotto l’ombra del sospetto.

Ecco perché l’adesione di Veroli ad Avviso Pubblico non è solo una notizia locale: è un segnale nazionale. Una presa di posizione chiara, limpida, bipartisan – come ha sottolineato Marco Galli, storico referente del progetto – in un momento in cui il silenzio fa comodo e l’ambiguità regna sovrana.

Caperna ha tracciato una linea e l’ha fatto in modo che non si possa far finta di non vederla. Adesso la palla passa agli altri. Quanti comuni hanno davvero il coraggio di fare lo stesso? Di schierarsi apertamente, pubblicamente, irreversibilmente contro mafie e corruzione? Di uscire dalla neutralità dell’alibi “non ci riguarda” e abbracciare, invece, una cultura amministrativa etica, trasparente, consapevole? Un gesto che non costa molto, ma vale tantissimo. Perché è così che si costruiscono gli anticorpi della democrazia. Un voto alla volta. Una città alla volta. Un sindaco alla volta.

Legalità senza se e senza ma.

ANGELILLI / TREQUATTRINI

Roberta Angelilli e Raffaele Trequattrini

Nel gergo sportivo si chiamano “giocatori intelligenti”, quelli che vedono il gioco prima degli altri, che si muovono senza palla sapendo dove finirà. È un gioco che hanno messo in campo la vice presidente della Regione Lazio Roberta Angelilli ed il Commissario del Consorzio Industriale Raffaele Trequattrini. E lo hanno dimostrato a frosinone nelle ore scorse.

Il Piano B per il sito Stellantis di Cassino – quello evocato dall’assessore Angelilli dopo le parole non certo rassicuranti del Ceo Antonio Filosa – non è un segnale di resa, ma un chiaro messaggio di pragmatismo. Anzi, di coraggio politico: mentre altri fingono che il pericolo non esista, la Regione Lazio si attrezza per non restare in balia degli eventi. (Leggi qui: Cassino, il motore trema: la Regione prepara il piano B).

La mappa precisa

Angelilli non si è accontentata dei convenevoli. Ha costruito un’agenda precisa: confronto con i sindacati il 5 settembre, poi tappa a Monaco di Baviera per rappresentare la posizione del Lazio al tavolo europeo delle Regioni Automotive. Una presenza attiva, autorevole, che segna il cambio di passo rispetto alle stagioni delle lamentazioni postume.

E poi c’è Trequattrini, il commissario del Consorzio Industriale, che non si limita ai numeri – pur essendo quelli da capogiro: 500 imprese dell’indotto, 15 fornitori di primo o secondo livello – ma mette sul piatto una strategia concreta: la Legge Regionale 46 come strumento operativo per guidare la transizione, l’ipotesi dell’aerospazio come possibile direttrice industriale futura, il lavoro con la Banca Europea degli Investimenti per un bando da oltre 120 milioni a sostegno delle imprese. Nessuna magia, solo metodo.

Dalla difesa ad oltranza all’attacco
(Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

È il segno che finalmente, intorno a Cassino, si ragiona non come a un fortino da difendere a oltranza ma come a un sistema da ripensare, da far evolvere, da trasformare prima che sia tardi. Altro che allarmismi: è realismo. È consapevolezza che il tempo delle rassicurazioni vuote è finito e che servono soluzioni, non slogan.

Dove molti vedono un rischio, Angelilli e Trequattrini vedono una sfida. Ed è proprio lì che si misura la qualità della politica industriale. Perché quando un’azienda come Stellantis parla di “decisioni dolorose”, c’è chi si nasconde dietro i comunicati e chi, come Angelilli e Trequattrini, tira fuori il cacciavite e comincia a costruire alternative.

La coppia che gioca d’anticipo.

FLOP

RICCARDO MASTRANGELI

Riccardo Mastrangeli (Foto © Stefano Strani)

Nel mesi scorsi il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli è finito sugli altari. Per coraggio e tempismo: aveva intuito che lo Scalo, storica cerniera urbana tra ferrovia e futuro, stava deragliando. Lo ha detto. Lo ha gridato. Ha portato il tema in prima pagina, lanciando l’allarme sicurezza e ottenendo persino il riconoscimento ufficiale di “zona rossa” – seppur virtuale – con tanto di rinforzi e controlli straordinari. (Leggi qui: Non è rossa ma è lo stesso: la Zona che può salvare Mastrangeli).

Ma la cronaca di ieri, cruda e spietata, ci riporta con i piedi per terra. Un’aggressione brutale, bottiglie rotte usate come lame, un uomo lasciato in una pozza di sangue a pochi passi da una chiesa. Uno dei due aggressori arrestato, l’altro in fuga. I residenti esasperati. Lo stesso parco che avrebbe dovuto essere un biglietto da visita per la città, ridotto a bivacco notturno e campo di battaglia tra disperazioni. Ed è a questo punto che un’amara verità si impone: non basta accendere i riflettori, serve tenere accese le luci.

L’illusione dei blitz

Chiedere interventi spot, ottenere due settimane di super-controlli e poi dichiarare “missione compiuta” è come curare una febbre con un selfie dall’ambulanza. Perché quando le pattuglie speciali se ne vanno, lo Scalo resta. Restano i problemi strutturali, resta la carenza cronica di personale, resta un territorio vasto affidato a una manciata di agenti.

Riccardo Mastrangeli è il primo a sapere che la sicurezza non è uno slogan da sventolare in conferenza stampa. È un lavoro quotidiano. È una politica seria, fatta di investimenti, pressione istituzionale costante, cabine fisse, turni notturni, e soprattutto – cosa ormai rivoluzionaria – continuità.

Il sindaco ha avuto il merito di non tacere, di non voltarsi dall’altra parte. Ma ora serve il passo successivo. Serve trasformare la denuncia in strategia. Non possiamo vivere di “zone rosse a tempo determinato” che funzionano solo finché dura il clamore. Non si amministra una città come si lancia un hashtag.

Pretendere uomini, mezzi, presìdi. Pretendere dal Governo – non invitarlo cortesemente – l’assegnazione strutturale di forze dell’ordine. Pretendere dalla Regione supporto e strumenti. Pretendere anche da se stessi un cambio di passo. Perché è chiaro a tutti che i vigili urbani non possono essere relegati all’ordinaria amministrazione diurna, come se la notte Frosinone si spegnesse come un ufficio pubblico.

Ora servono i fatti
Riccardo Mastrangeli

Mastrangeli non è inerte. Non è indifferente. Ma ora il tempo degli avvisi è scaduto. Occorre passare dalla fase delle parole a quella delle pretese. Con la Questura, con la Regione, con il Ministero. E anche con se stessi. Perché un sindaco, quando una persona, anche se migrante e non cittadino viene ferito a bottigliate in una piazza simbolo della città, c‘è il dovere di fare qualcosa di più. Per chi oramai in quella zona vive barricato in casa.

Se la sicurezza è una priorità, non può restare un intervento straordinario. Deve diventare la normalità. Altrimenti, prima o poi, di “zone rosse” ne avremo bisogno ovunque.

La sicurezza non è una comparsata.