I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 6 novembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 6 novembre 2025.
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CARUSO E CAVALIERE

Una firma sotto ad un foglio pieno di parole. Il rinnovo del protocollo Zeus tra la Questura e l’ASL sottoscritto ieri mattina non è solo una firma burocratica: è una presa di posizione netta, civile, moderna. Il questore Stanislao Caruso e il direttore generale dell’ASL Arturo Cavaliere hanno scelto di non limitarsi a reprimere, ma di costruire un’alternativa. Un vero “percorso di rieducazione” per chi maltratta le donne, le sottopone a comportamenti vessatori. Una via d’uscita che parte dagli ammonimenti e prova a fermare la recidiva prima che il danno sia irreparabile.
La logica è chiara: agire sul potenziale autore di maltrattamenti e vessazioni, prima che torni a colpire. Dopo l’ammonimento, scatta l’invito – sempre volontario – a seguire un percorso terapeutico nei centri specialistici del territorio: per imparare a riconoscere la rabbia che sale ed a gestirla, disinnescandola, senza che arrivi ad avere comportamenti violenti né sul piano fisico né su quello psichico. Un modo intelligente per affrontare il problema alla radice e non solo rincorrerne gli effetti.
I numeri che confortano

I numeri parlano chiaro. Nel 2024 sono stati emessi 26 provvedimenti, nel 2025 già 21. Circa venti persone hanno accettato di intraprendere il percorso. E, come sottolinea il questore, in nessun caso si sono registrati episodi di recidiva. Il che, per una misura ancora giovane, è un segnale forte.
La novità di questo rinnovo? L’estensione a 36 mesi e l’ampliamento dell’azione sinergica tra Questura, ASL e distretti. Un sistema territoriale che non guarda solo alla repressione ma anche alla prevenzione e alla trasformazione. Perché chi sceglie il percorso, lo fa sapendo di affrontare un cambiamento reale. E questo cambia anche il volto della giustizia: da punitiva a riparativa.
Frosinone si mette tra le province all’avanguardia. Dimostra che la sicurezza non passa solo per le manette ma anche per la responsabilità, l’ascolto e la cura. Un modello da studiare, replicare, sostenere. E, finalmente, da raccontare con orgoglio.
La legalità si fa cura.
GIANCARLO RIGHINI – ANBI

A Isola del Liri, senza annunci né fanfare, sono partiti i lavori per la manutenzione idraulica del territorio. Nessuna “inaugurazione da nastro”, solo ruspe operative. Dietro questo cambio di passo c’è un metodo – quello dei Consorzi di bonifica ANBI – e una visione amministrativa precisa, sostenuta dall’assessore regionale al Bilancio e Agricoltura Giancarlo Righini. (Leggi qui: Quando le ruspe parlano più delle promesse: la lezione di Isola del Liri).
Il “Metodo ANBI” è semplice ma efficace: progettazione preventiva, dossier pronti, burocrazia ridotta. Quando arrivano i fondi, i cantieri partono subito. È una risposta concreta ai ritardi cronici che spesso colpiscono le opere pubbliche, soprattutto quelle legate alla messa in sicurezza del territorio.
La Regione che ci ha creduto

Righini, quando si era insediato da pochi mesi, ha rilanciato il tema della prevenzione idrogeologica, aumentando i fondi da 10 a 18 milioni e creando una struttura tecnica ad hoc. Il modello punta sulla continuità tra enti: Regione, Consorzi e Comuni agiscono su una programmazione condivisa, saltando le sovrapposizioni.
Il caso di Isola del Liri dimostra che una gestione tecnica ben coordinata, supportata da risorse e volontà politica, può produrre risultati tangibili. Non si tratta di miracoli ma di organizzazione: ancora più efficace in un territorio fragile, dove i cambiamenti climatici moltiplicano i rischi. Perché l’unica vera grande opera è la manutenzione costante.
Non è questione di meriti da attribuire ma di un approccio che funziona. E che, se replicato, può fare la differenza.
Quando le ruspe parlano più delle promesse.
LUCA DI STEFANO

Quaranta milioni di euro investiti in quattro anni, tutti per rendere le strade più sicure, moderne e percorribili. Il merito? Di una visione chiara, concreta e testarda, quella dell’amministrazione provinciale di Frosinone, che ha fatto della viabilità una missione. Con una parola d’ordine tanto semplice quanto ambiziosa: sicurezza.
Il nome della strategia, “Sulla Buona Strada”, non è solo uno slogan. È un piano dettagliato, costruito anno dopo anno: 13,5 milioni investiti nel 2023, quasi 8 nel 2024, altri 7 già in cantiere per il 2025, e una previsione di 13,5 milioni nel 2026. Non si tratta di annunci, ma di bitume steso, ponti messi in sicurezza, segnaletica sistemata, infrastrutture consolidate.
A colpire è l’approccio: niente interventi spot ma un disegno organico, capillare, che tiene conto delle aree interne quanto delle zone industriali. Perché una buona strada non serve solo a viaggiare meglio, ma a tenere unita una provincia, renderla più competitiva, vivibile, attrattiva.
La rivincita di Frosinone

E mentre in tante realtà italiane le Province arrancano tra riforme incompiute e risorse al lumicino a Frosinone l’ente intermedio guidato da Luca Di Stefano si prende il suo spazio e lo riempie di contenuti. L’altra metà del cielo, l’edilizia scolastica, non è trascurata: anche qui, la regia è quella dell’efficienza e della tempestività, con una macchina amministrativa che lavora in silenzio, ma produce risultati.
Di Stefano non usa toni trionfali ma sa che il consenso si costruisce sull’asfalto ben posato e su scuole in cui non piove dal soffitto. Un pragmatismo raro, in tempi di iperboli social.
Nel 2026 scadrà il suo primo mandato ma intanto il messaggio è chiaro: la Provincia non è un ente inutile, se la si fa funzionare. E a Frosinone, funziona. Per davvero.
Sulla Buona Strada.
FLOP
ENZO SALERA

Nel Consiglio comunale di Cassino è andata in scena una di quelle piccole grandi miserie della politica locale, che però parlano chiaro. Anche troppo. Il sindaco Enzo Salera, interpellato durante l’ultima seduta dal Consigliere Franco Evangelista su vecchie offese rivolte al suo predecessore Carlo Maria D’Alessandro, ha risposto a microfono spento – ma non abbastanza – con un commento lapidario: “È anche poco quello che gli ho detto”.
In un attimo, il sipario è calato su ogni buona intenzione. Le scuse pubbliche di qualche tempo fa, in cui lo stesso Salera riconosceva di aver esagerato nei toni durante i passati Consigli comunali, sono diventate carta straccia. E l’occasione per mostrarsi finalmente superiore alle ruggini del passato è stata gettata via con sufficienza.
Il sindaco poteva prendere le distanze, anche con eleganza. Poteva smorzare, chiarire, persino giustificare attribuendo quelle parole alla foga del momento politico ed alla passione con cui si difende la propria posizione. Invece no. Ha preferito rilanciare, sminuire, rinfocolare vecchi rancori. E tutto questo con il placido silenzio dei suoi assessori – alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo, hanno fatto parte della squadra di governo proprio di D’Alessandro.
D’Alessandro ha le mani pulite

Eppure l’ex sindaco è stato chiaro nella sua lettera aperta: la magistratura ha fatto il suo corso, e da tutte le verifiche la sua amministrazione è uscita pulita e lui per primo. E già solo questo merita rispetto: anche solo per il principio minimo di civiltà istituzionale.
Il fatto è che Enzo Salera fatica molto a governare la sua indole da bulldog che azzanna i polpacci di chiunque: è grazie a quell’indole che ha sbranato gli avversari, ridotto in pezzi gli ostacoli amministrativi che gli frapponevano, è riuscito a costruire una cassino urbanisticamente diversa come solo i sindaci del Dopoguerra erano riusciti a fare. Ma ogni tanto quel bulldog gli scappa dal guinzaglio e fa la pipì nel posto sbagliato. Come è accaduto questa volta.
Questo fornisce di lui un’immagine sbagliata: quella di un sindaco che invece di stemperare, rincara. Che invece di costruire ponti, li brucia. Che crede di fare satira politica ma finisce per firmare l’ennesimo atto di arroganza. In realtà Enzo Salera, dietro il paravento che si è costruito, non è così. Non ringhia ma solo se sta nel privato.
La continuità e lo stile

D’Alessandro invece è di indole all’opposto. E con tono fermo ma corretto, ha messo nero su bianco il dispiacere. Senza insulti, senza risentimenti. Ha ricordato anche un progetto concreto – la scuola Conte – portato avanti da Salera ma avviato dalla sua amministrazione. Segno che la continuità, quando riconosciuta, non è debolezza, ma forza.
A questo punto una domanda sorge spontanea: vuole Salera essere un sindaco che unisce o uno che divide? Perché con certi atteggiamenti si perde qualcosa di più prezioso del consenso: la simpatia.
Per questo farebbe bene a rimettere il guinzaglio al bulldog e dire “mi scusi, m’è scappato”.
Quando il silenzio pesa più delle parole.
ELLY SCHLEIN

C’è qualcosa di surreale – e un po’ comico – nell’euforia che ha contagiato il gruppo dirigente del Partito Democratico dopo le elezioni comunali di New York. La vittoria del giovane socialista Zohran Mamdani è stata accolta da Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli come se avessero strappato Milano al centrodestra o riconquistato le Marche. In Italia, però, le Marche restano saldamente in mani avverse.
Si è dunque ripresentata quella strana malattia politica che vent’anni fa Arturo Parisi – con la sua pungente ironia – aveva già diagnosticato: “Abbiamo perso in Abruzzo ma abbiamo vinto in Ohio”. Oggi la variante aggiornata è: “Abbiamo perso le Marche, ma abbiamo vinto a New York”. Il Campo largo non solo attraversa l’oceano, ma lo celebra come se fosse il centro del mondo. Con un piccolo dettaglio: Mamdani non sa neanche cos’è il PD.
Eppure, festa grande. Selfie digitali, post entusiasti, dichiarazioni che evocano “il vento nuovo della sinistra americana”. Schlein è raggiante, Fratoianni e Bonelli fanno il trenino su Twitter. Giuseppe Conte per ora osserva in silenzio, forse perplesso anche lui. I riformisti dem sorridono ma con moderazione: a loro Mamdani va bene ma non da poster da attaccare in sezione.
Con la testa tra le nuvole

Nel frattempo, nei territori italiani reali – quelli con buche, ospedali in affanno e trasporti a singhiozzo – il centrodestra avanza o resiste. E nel PD ci si interroga ancora su cos’è, politicamente, il “campo largo”: un’alleanza? Un hashtag? Un’illusione ottica?
Non solo. Tacciono i centristi. Matteo Renzi e Carlo Calenda lasciano cadere l’entusiasmo nel vuoto, forse perché capiscono che trasformare la vittoria di un sindaco a Brooklyn in un trionfo per la sinistra italiana è un’operazione quantomeno fragile. O grottesca. Il mamdanismo, insomma, rischia di diventare la nuova grande narrazione simbolica del centrosinistra: vincere altrove per dimenticare che qui si perde. Emozionarsi per Brooklyn per non dover spiegare cosa succede a Pesaro o a Macerata.
Il problema non è guardare a New York: è dimenticarsi dell’Italia. Il paradosso è tutto qui. Un campo largo che sogna l’America ma inciampa sull’Appennino. Un entusiasmo globale che dimentica le urne locali. Siamo tutti Mamdani? Forse. Ma anche no.
“Abbiamo perso le Marche, ma abbiamo vinto a New York”



