I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 8 gennaio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 8 gennaio 2026.
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ANTONELLO MEROLLA

Quarant’anni nello stesso luogo, sugli stessi banchi, a osservare cambiare tutto: partiti, sigle, linguaggi, umori. E poi, a un certo punto, alzarsi e dire basta. Non per stanchezza, non per sconfitta, ma per rispetto. È questa la lezione, silenziosa ma potentissima, che lascia Antonello Merolla uscendo dall’Aula consiliare di Cisterna di Latina dove in questi quattro decenni è stato a lungo Consigliere ed anche sindaco.
La politica è spesso una questione di resistenza biologica, di presenze simboliche e di sedie tenute anche quando non si riesce più a starci davvero, Merolla fa l’opposto: se non posso esserci come serve, è giusto farmi da parte. «La politica è una cosa seria», dice. E in quella frase c’è più etica pubblica che in cento regolamenti.
Controcorrente

Non è un addio teatrale, non è una fuga. È una scelta di responsabilità. Perché per Merolla la politica non è mai stata un badge da esibire ma un lavoro quotidiano fatto di partecipazione, studio, ascolto. Se vengono meno queste condizioni, viene meno anche il senso di restare.
C’è qualcosa di profondamente controcorrente in questa decisione. Siamo nel tempo delle polemiche permanenti, dei Consigli comunali trasformati in ring dialettici, di dialoghi sostituiti da rancori. Merolla se ne va perché non si riconosce più nel clima: sta facendo una critica severa, ma elegante, al presente. Non rivendica opere, non fa bilanci autocelebrativi. Ricorda le relazioni, il contatto umano, la città come comunità. Una politica fatta prima di tutto di persone, non di post. Ed è forse questo che oggi manca di più: la consapevolezza che amministrare non è occupare uno spazio, ma abitarlo.
La politica, dice Merolla, è un fuoco sotto la cenere. Ma il fuoco va custodito, non sfruttato. A volte, per tenerlo vivo, bisogna anche avere il coraggio di fare un passo indietro. È una lezione semplice, antica, quasi fuori moda.
L’ultimo insegnamento pubblico.
ANBI LAZIO

Non fanno post, non rilasciano interviste, non tagliano nastri. Ed il giorno dell’Epifania, mentre veniva giù il diluvio, loro se ne stavano sotto l’acqua per salvarci la casa. È l’Italia dei fontanieri del Lazio: uomini e donne che, mentre la befana portava pioggia battente e temporali ostinati, erano già nei fossi, nei canali, accanto alle idrovore, a fare quello che fanno sempre. Evitare che l’acqua facesse danni.
Il paradosso è tutto qui: quando il loro lavoro riesce, nessuno se ne accorge. Perché l’alluvione non c’è stata, i fiumi non hanno tracimato, le campagne non sono finite sott’acqua, le città hanno retto. E allora sembra normale. Ma normale non è.
Il Lazio, nei giorni dell’ondata di maltempo, è stato messo alla prova come tante altre regioni. La differenza è che ha risposto. E non per miracolo, ma per prevenzione. Per manutenzione. Per presidio costante. Per turni sotto la pioggia, di notte, nei giorni festivi. Mentre molti erano al caldo, loro erano dove l’acqua prova sempre a passare.
Il lavoro oscruo

I fontanieri, gli idrovoristi, gli operai ed i tecnici dei Consorzi di Bonifica fanno un mestiere antico e modernissimo insieme. Antico perché combatte lo stesso nemico di sempre: l’acqua quando diventa eccesso. Modernissimo perché oggi lo fa con sistemi di monitoraggio, impianti di sollevamento, controllo continuo del territorio. Un lavoro che non si improvvisa e che non si fa in emergenza: si costruisce nei mesi, negli anni.
Non a caso sono arrivati ringraziamenti pubblici. Quelli di Anbi Lazio, certo. Ma soprattutto quelli della Regione, che ha riconosciuto apertamente come quel presidio abbia evitato guai seri. Non parole di circostanza ma una presa d’atto politica: la sicurezza idraulica non è uno slogan, è un lavoro quotidiano.
La grande pioggia dei giorni scorsi ha confermato che la vera protezione non è l’ordinanza dell’ultimo minuto, ma la manutenzione silenziosa. Non è l’emergenza, ma la prevenzione. Non è il clamore, ma la competenza. I fontanieri del Lazio non chiedono applausi. Ma meritano rispetto. Perché mentre l’acqua scorre, loro tengono il territorio in piedi. E se oggi possiamo raccontare solo disagi limitati, è perché qualcuno, lontano dai riflettori, ha fatto bene il suo mestiere. E lo rifarà, anche domani. Anche senza che ce ne accorgiamo.
I fontanieri silenziosi.
FLOP
MAURIZIO LANDINI

C’è un errore strategico che non nasce oggi, ma che oggi il Censis mette impietosamente a nudo. Ed è l’errore della Cgil: aver confuso il sindacato con una centrale di opinione, la tutela dei lavoratori con la rivolta permanente, il contratto con lo slogan.
Giuseppe De Rita, 93 anni e nessuna voglia di fare sconti, lo dice senza giri di parole: quando chi fa sindacato smette di parlare di lavoro e inizia a fare politica di piazza, smette anche di creare appartenenza. E senza appartenenza non c’è comunità. Senza comunità, non c’è rappresentanza. Solo rumore.
Il paradosso
Il sindacato, storicamente, è stato un’architrave della democrazia italiana. Perché rispondeva a bisogni concreti: salario, diritti, sicurezza, dignità. Era dentro la vita delle persone. Oggi, invece, troppo spesso sembra voler stare “sull’onda”, inseguendo cause globali, bandiere ideologiche, indignazioni seriali. Tutto legittimo, per carità. Ma non è sindacato.

Il paradosso è che mentre la Cgil si muove come un Partito di opinione, i Partiti veri fanno la stessa cosa. Piccole macchine per il consenso, dice De Rita. Tutti a cercare visibilità, nessuno a interpretare davvero la società. E chi non sa stare sull’onda sparisce. Chi invece la cavalca – come Giorgia Meloni – resta centrale. Non per magia ma perché conosce la grammatica del tempo.
Qui sta la lezione più scomoda. Le forze politiche e sociali più vitali sono quelle che hanno un legame con la propria storia. Fratelli d’Italia lo ha, Forza Italia lo rivendica, il Pd lo ha smarrito. E il sindacato, che quella storia l’ha scritta davvero, oggi sembra averne quasi pudore.
Smemorato.



