I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 9 aprile 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di giovedì 9 aprile 2026.
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SANTO MARCIANO’

Alatri è una città che conosce il dolore, la divisione, la violenza che irrompe nel tessuto quotidiano di una comunità. È una città di rivalità antiche, di gelosie tra rioni e frazioni che sopravvivono ai secoli con la tenacia delle radici profonde. È una città che come tutte vive immersa nel rumore digitale, nella dissacrazione permanente di tutto ciò che un tempo si teneva sacro. Eppure, ogni anno, accade qualcosa che nessun algoritmo sa spiegare e nessuna piattaforma social sa replicare: San Sisto scende in piazza. E Alatri si ritrova.
Non è folklore. Non è tradizione nel senso pigro del termine — qualcosa che si fa perché si è sempre fatto. È un’altra cosa, più difficile da nominare e più potente da vivere: è il riconoscimento collettivo di una appartenenza che va oltre le divisioni del momento.
Il patrono della città ha quella capacità rara e preziosa di tenere insieme ciò che tutto il resto divide. Frazioni e centro, vecchi e giovani, credenti e laici, avversari politici che il lunedì si trovano di fronte sui banchi opposti del Consiglio comunale. Per un giorno, davanti a San Sisto, smettono di essere avversari.
C’è Santo e monsignor Santo

In questo contesto già ricco di significati, il vescovo Santo Marcianò ha saputo aggiungere qualcosa di più. Ha letto la figura del patrono non come reliquia del passato ma come bussola per il presente. Ha parlato di pace in un momento in cui il mondo sembra aver smarrito persino il vocabolario della pace.
Ha invocato la Madonna dell’equilibrio — nome antico, urgenza modernissima — per tutti i governanti e per i sindaci presenti in piazza. Un gesto che non era retorica liturgica: era un atto politico nel senso più nobile del termine, quello che riguarda la polis, la città, il bene comune.
Soprattutto, il vescovo ha investito ciascuno, nel nome di San Sisto, del coraggio delle proprie responsabilità: «è la strada del Risorto: seguiamola, pur se questo significa fare scelte difficili, controcorrente. D’altra parte, anche San Sisto ci incoraggia a camminare così; ci precede e ci accompagna se è vero che, come la tradizione tramanda, egli è qui perché le sue Reliquie giunsero ad Alatri a dorso di una mula, la quale cambiava direzione rispetto alla strada che l’avrebbe condotta altrove».
Il miracolo civile di San Sisto.
GIANCARLO RIGHINI

C’è un modo prudente di fare politica: ci si confronta con chi la pensa come noi, si va dove si è sicuri di essere applauditi, si evita accuratamente il territorio dell’avversario e si saltano così rischi di trappole e trabocchetti. Ma c’è anche un modo più maturo: consiste nel fare esattamente il contrario.
Giancarlo Righini, assessore regionale al Bilancio del Lazio, nelle ore scorse si è presentato alla CIA — Confederazione Italiana Agricoltori di Frosinone: una realtà che sul piano politico sta su un fronte opposto al suo, che non gli avrebbe regalato applausi facili e che non aveva nessun obbligo di accoglierlo con entusiasmo. Lo ha fatto lo stesso. Ha ascoltato, ha preso appunti, ha portato notizie concrete.
La Regione con gli stivali in campo

La più rilevante riguarda tutti i Comuni della Regione Lazio: finanziamenti a fondo perduto, assegnati automaticamente, senza necessità di presentare domanda e senza obbligo di rendicontazione, a condizione che vengano impiegati per opere di manutenzione ordinaria sul territorio. Una misura che, nella sua semplicità, risolve uno dei problemi più antichi dei piccoli Comuni: non la mancanza di risorse, ma il labirinto burocratico che spesso impedisce di usarle in tempo utile.
È il tipo di notizia che non fa rumore ma che cambia le cose. Esattamente come la scelta di portarla di persona — in una sala piena di agricoltori che non ti hanno votato. Portando anche i vertici provinciali e regionali di Anbi, l’associazione nazionale delle Bonifiche. Per rendere visibile il loro lavoro di prevenzione e messa in sicurezza di un territorio, come quello della provincia di Frosinone, che a differenza di tanti altri ha finora evitato allagamenti ed alluvioni.
Righini ha annotato gli spunti raccolti. Segno che è andato lì non solo per parlare, ma anche per ascoltare. In politica, la differenza tra le due cose è spesso la differenza tra chi governa e chi amministra.
Quando la politica va dove non è attesa.
FLOP
PAOLO BARELLI

C’è una locuzione latina che i libri di storia insegnano nelle scuole e che la politica italiana pratica con una costanza degna di miglior causa: promoveatur ut removeatur. Si promuova, affinché sia rimosso. Un ossimoro apparente, una contraddizione che in realtà è la forma più sofisticata — e più ipocrita — di defenestrazione che la civiltà politica occidentale abbia mai prodotto.
Paolo Barelli sta per diventarne l’ultimo illustre esempio. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, fedelissimo e consuocero di Antonio Tajani, sarebbe pronto ad abbandonare uno dei posti più influenti del panorama parlamentare italiano in cambio di un seggio da sottosegretario. Tecnicamente, una promozione. Sostanzialmente, un passo verso il crepuscolo.
Meccanismo antico

Il meccanismo è antico quanto il potere. Lo usavano i papi con i cardinali scomodi, spediti a governare diocesi remote con grande solennità e ancor più grande sollievo da parte di chi restava a Roma. Lo usavano i re con i generali troppo popolari, nominati ambasciatori in corti lontane. Lo usa, con immutato talento, la politica repubblicana italiana, che in materia di elegante crudeltà non ha nulla da invidiare ai predecessori.
Barelli, dunque, guadagna un titolo e perde il potere reale. La famiglia Berlusconi ottiene quel “rinnovamento” che invoca da mesi. Tutti vincono, almeno in apparenza. È questa la bellezza perversa del promoveatur ut removeatur: non ci sono sconfitti ufficiali, solo vincitori che sorridono in modo leggermente diverso.
La vera domanda, però, è un’altra: chi sarà il prossimo?
La promozione come forma elegante di siluramento.
ROBERTO CINGOLANI

Da un momento preciso un amministratore delegato smette di essere una risorsa e diventa un problema. Non è quando sbaglia una strategia, non è quando irrita un alleato straniero, non è nemmeno quando promuove la persona sbagliata al momento sbagliato. È quando dimentica, con colpevole distrazione, che il suo potere è delegato. Che qualcuno glielo ha dato. E che qualcuno può toglierglelo.
Roberto Cingolani sembra aver dimenticato proprio questo. Arrivato a Leonardo per volontà esplicita di Giorgia Meloni, ha progressivamente costruito intorno a sé un fortino di fedelissimi scelti uno per uno, ha preso decisioni che Palazzo Chigi considerava di propria pertinenza, ha presentato al mondo un progetto — il Michelangelo Dome — come se Leonardo fosse uno Stato sovrano con una sua politica estera di difesa. Il risultato? Ha irritato Trump, fatto sorridere Macron e Merz e fatto imbestialire Roma.
Il paradosso

Il paradosso è quasi ammirevole nella sua completezza. Cingolani ha fatto esattamente quello che ci si aspetta da un grande manager: ha avuto visione, ha stretto accordi internazionali, ha tentato di posizionare Leonardo come protagonista della nuova architettura di difesa europea. Il problema è che in Italia, quando si guida un’azienda di Stato strategica, la visione deve essere condivisa con chi ti ha messo in quella sedia. Altrimenti è semplicemente autonomia. E l’autonomia, in certi palazzi, è sinonimo di ingratitudine.
Restano sul campo gli accordi non tradotti in prodotti: i corazzati con Rheinmetall, i droni Baykar, i satelliti con Thales. Cantieri aperti, vetrine vuote. Nel bilancio finale di un mandato, pesano come macigni.
Il conto, alla fine, è semplice: troppa visione, troppo poca diplomazia verso chi conta davvero.
Quando il manager dimentica chi l’ha messo lì



