Top e Flop, i protagonisti di martedì 10 marzo 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 10 marzo 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 10 marzo 2026.

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TOP

RIGHINI – DE ANGELIS

Giancarlo Righini

Per anni Massimo Ruspandini ha svolto il lavoro più difficile: tenere insieme il Partito mentre cresceva. Quando Giorgia Meloni passava dal 3% al 30%, il rischio era quello classico delle espansioni improvvise: trasformarsi in un condominio litigioso prima ancora di diventare una casa solida. Quella fase è stata superata. (Leggi qui: FdI cambia fase: il voto provinciale apre la partita della leadership).

Il voto provinciale di Frosinone dice che Fratelli d’Italia non è più soltanto il Partito identitario delle origini. È diventato un partito territoriale, con una rete amministrativa diffusa e una pluralità di sensibilità interne. Non è una debolezza. È il segno della maturità politica.

In questo passaggio di fase due figure hanno avuto un ruolo propulsivo evidente: Giancarlo Righini e Fabio De Angelis.

La nuova fase
Fabio De Angelis (Foto © Massimo Scaccia)

Non hanno inventato il terreno su cui oggi cresce Fratelli d’Italia. Quel terreno era già stato dissodato e difeso, spesso con fatica, negli anni in cui il Partito doveva ancora dimostrare di essere qualcosa di più di una testimonianza politica. Ma hanno portato il fertilizzante della fase nuova: il radicamento tra gli amministratori locali.

Il voto provinciale è stato la cartina di tornasole. Non si vincono quattro seggi soltanto con l’onda nazionale. Si vincono quando centinaia di sindaci e consiglieri comunali iniziano a considerare quel partito un interlocutore naturale.

Qui si vede la differenza tra un Partito che cresce e un partito che si struttura. Righini e De Angelis hanno lavorato esattamente su questo passaggio: costruire una rete politica che parlasse la lingua dei territori. Non ideologia ma amministratori, relazioni, consenso diffuso. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Fratelli d’Italia oggi in provincia di Frosinone è plurale ma non diviso, articolato ma non frammentato. È un Partito in cui convivono più voci senza che nessuna metta in discussione l’impianto complessivo.

La vera partita ora non è più crescere. È governare questa crescita. E decidere come trasformare una forza territoriale in una leadership politica stabile. Le provinciali hanno segnato il passaggio.

La fase due è appena cominciata.

ENZO SALERA

Per tredici mesi il Partito Democratico della provincia di Frosinone è rimasto chiuso dentro una stanza. Non tra quattro mura ma tra mille chiacchiere: quelle del Congresso Provinciale. Correnti contro correnti, trattative infinite, equilibri da trovare. Una discussione che avrebbe dovuto ridisegnare il Partito e che invece, col passare del tempo, ha finito per consumarne le energie. (Leggi qui: Pd, la pace è già finita: Salera riapre la guerra interna dopo il voto provinciale).

Il problema non è il Congresso. Nei Partiti Democratici il confronto interno è fisiologico. Il problema è quando il confronto diventa un’ossessione, quando l’intero Partito si ferma per mesi e smette di guardare fuori dalla finestra.

Per tredici mesi il Pd provinciale è rimasto concentrato su se stesso. Nel frattempo fuori continuavano ad esistere i sindaci, gli amministratori, i territori e soprattutto gli elettori. Quelli che chiedono risposte sui servizi, sulle infrastrutture, sulla sanità, sul lavoro. Temi concreti che raramente entravano nel dibattito interno.

È in quel vuoto politico che si è infilato Enzo Salera.

Il sindaco di rottura
Enzo Salera

Non con la delicatezza di un diplomatico ma con la ruvidità che lo caratterizza. Non è mai stato un politico incline alle mezze misure. E infatti, appena chiuse le urne delle Provinciali, ha detto esattamente quello che molti nel Partito pensavano ma pochi avevano il coraggio di dire: Ho combattuto da solo». Una frase che non era soltanto uno sfogo personale. Era uno specchio messo davanti al Partito Democratico.

Il risultato elettorale ha reso quella frase difficile da ignorare. Salera è stato il più votato nella lista del Pd, trascinando voti non solo dalla sua città ma anche da amministratori che non si riconoscevano più nel dibattito interno del partito. La sua non è stata una rivoluzione ideologica. È stata una proposta politica alternativa, semplice nella sua logica: tornare a parlare con gli amministratori e con i territori. Mentre il Pd discuteva di correnti, Salera parlava di consenso. Mentre il partito cercava equilibri interni, lui costruiva una rete esterna.

Non lo ha fatto con lo stile felpato dei mediatori. Lo ha fatto con la brutalità politica di chi non teme di rompere gli schemi. E i numeri delle Provinciali raccontano che quella scelta, almeno per ora, ha funzionato. Il Pd ora ha davanti uno specchio. Può ignorarlo e tornare alla discussione infinita sulle correnti. Oppure può fare quello che Salera, nel suo modo diretto, ha suggerito. Ricordarsi che fuori dai congressi esiste un elettorato. E che quel mondo non aspetta le sintesi interne dei Partiti.

Proposta alternativa.

FLOP

ACHILLE MIGLIORELLI

da sinistra Enzo Salera, Luigi Vittori, Achille Migliorelli, Antonella Di Pucchio e Luca Fardelli

Non per demerito ma per ruolo. Che lo ha voluto in quel posto ed in quel preciso momento. Il nuovo Segretario Provinciale del Partito DemocraticoAchille Migliorelli si trova a dover gestire un risultato elettorale non brillante per il Pd che ha ereditato da appena una settimana.

Ma sarebbe un errore fermarsi a questa lettura superficiale. Perché la verità è più semplice e anche più crudele: il destino ha voluto che Migliorelli si sedesse su una panchina arrugginita da tredici mesi di inattività politica. Della quale lui non è stato causa ma punto di uscita.

Per oltre un anno il Partito Democratico provinciale è rimasto senza guida reale. Non c’era un segretario. Non c’era una commissione Congresso che esercitasse quella funzione. Le strutture del Partito erano sostanzialmente azzerate. Tutti dimissionari, tutti concentrati sulla lunga battaglia congressuale. Il risultato è stato uno scollamento evidente con il mondo degli amministratori locali. E le elezioni provinciali lo hanno messo nero su bianco. Quando un Partito smette di parlare con sindaci e consiglieri comunali, inevitabilmente quel mondo cerca altrove i propri interlocutori.

Il terreno di Achille
Achille Migliorelli

È su questo terreno che Achille Migliorelli si è ritrovato a giocare la sua prima partita politica. Non una situazione semplice. Anzi. Una delle più complicate che un Segretario provinciale possa ereditare.

Ma proprio qui si nasconde anche il paradosso. Cominciare dal gradino più basso può trasformarsi in un vantaggio. Perché difficilmente Migliorelli potrà fare peggio di ciò che ha trovato: un Partito fermo da tredici mesi, paralizzato dalle sue stesse dinamiche interne e scollegato dai territori.

Adesso però il tempo delle analisi è finito. Il nuovo Segretario ha davanti una scelta chiara: ricostruire il rapporto con gli amministratori oppure lasciare che il Pd continui a vivere dentro le sue correnti. Per farlo non basteranno dichiarazioni di principio. Serve una mossa politica vera.

In altre parole, Migliorelli deve tirare fuori il suo asso. E deve farlo in fretta.

La partita si fa dura.

LUCA DI STEFANO

Luca Di Stefano

Se la politica è stata la protagonista delle elezioni, il presidente in carica Luca Di Stefano tornerà ad esserlo da oggi. Il voto di domenica gli ha cambiato la squadra senza toccarlo. L’Aula di Palazzo Iacobucci che lo accompagnerà fino alla fine del mandato è profondamente diversa da quella che lo ha visto eletto: ora lo scenario politico è un altro, le urne hanno disegnato un equilibrio nuovo, più complesso, più mobile, meno prevedibile.

Finora Luca Di Stefano è stato l’uomo giusto nel posto giusto nel momento giusto. Un campione di equilibrismo politico, un democristiano 5.0, capace di amministrare senza scontentare e governare senza spaventare. Un presidente che ha trasformato la Provincia in una sorta di consiglio di amministrazione territoriale, dove le appartenenze politiche contavano meno delle relazioni.

Adesso però il quadro è cambiato. Le elezioni hanno consegnato un’Aula con una maggioranza numerica di centrodestra, ma allo stesso tempo hanno confermato un dato politico altrettanto chiaro: né il centrodestra né il centrosinistra sono autosufficienti.

E questo, paradossalmente, rafforza proprio Di Stefano.

Sempre centrale

Perché se uno dei due schieramenti provasse il colpo di mano alle prossime elezioni provinciali, basterebbe una sua candidatura terza per rimettere tutto in discussione. Ancora una volta. Il suo talento politico non starà nel cambiare pelle. Starà nel restare esattamente com’è. Perché in politica non esistono uomini buoni per tutte le stagioni. Esistono invece stagioni in cui tutto cambia affinché tutto resti esattamente come prima.

Le Provinciali hanno mosso le placche della politica ciociara. Ma nel punto esatto dove si incontrano gli schieramenti continua a stare Luca Di Stefano.

E finché nessuno dei due poli sarà autosufficiente, la sua centralità resterà la vera costante di questa stagione politica.

I duri cominciano a giocare.