Top e Flop, i protagonisti di martedì 11 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 11 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 11 giugno 2024.

TOP

GIORGIA MELONI/ELLY SCHLEIN

Giorgia Meloni

Una premier che stacca il tagliando del 28,81% ed una leader dell’opposizione più qualificata che porta il suo partito al 24,08%. E che si fanno i complimenti dopo aver polarizzato un vito italiano funzionale come mai prima ma identitario al contempo. Succede sempre così, con il voto di respiro nazionale o europeo: che chi viene dato come totem di una vera rivoluzione di consensi alla fine non tiene la posizione, la incrementa. E che, al netto dei percentili pelosi, tutto sommato fa molto più che il suo “onesto” lavoro e porta a casa un risultato ottimo. Un meccanismo, questo, che si staglia ed adatta alla perfezione alle condotte delle due leader di maggior peso nel panorama politico italiano.

Tuttavia Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno portato entrambe a casa più di quel che si aspettava che portassero. Risultati netti e polarizzazione riuscita. Vale a dire affermazioni incontrovertibili dei rispettivi Partiti abbastanza chiare da confermare rapporti di forza e legittimità di stare in arcione. E’ la politica italiana baby, quella che da anni ed annorum relega le Elezioni Europee a mero “secondo tempo” di quelle Politiche.

Il “secondo tempo” delle Politiche
Elly Schlein (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Quindi a test elettorale interno che si veste in maniera posticcia da meccanismo europeo di interazione diretta. Non saremo mai capaci, di capire che quello di Bruxelles è un meccanismo a sé stante e con una cruciale importanza “autoctona” da cui dipende moltissimo delle sorti dei singoli Paesi coinvolti. Ma tant’è, il risultato Tricolore era quello con cui fare banderuola e puntare le bandierina sulla mappa partitica e questo ci tocca.

Meloni ha condotto una campagna elettorale polarizzante in perfetto endorsement con l’identitarismo di Fdi, con gli appetiti di Ecr e con la necessità di corroborare la sua leadership di capa “pop”. Si è auto-data della “stronza” per dileggiare Vincenzo De Luca, ha taroccato un po’ i conti sui risultati ed ha parlato di “record” anche dove il concetto di record stava a metà tra iperbole e mezza fregnaccia.

Giorgia pop più che mai

Ha allamato quella parte di elettori pop che amano pensare a sé stessi come alla “pancia del Paese” ed ha ottenuto la sua tonante risposta. Franca, effimera ma al momento incontestabile. Elly Schlein era da tempo in bilico tra graticola e beatificazione. La linea della segretaria scelta dai non iscritti e digerita da molti degli stessi, linea non ortodossa con la parte ex Margherita del Pd è sempre stata roba da nitroglicerina.

Cioè roba pronta ad esplodere non appena all’orizzonte si fosse profilato un risultato elettorale anche solo vagamente somigliante ad una sconfitta netta. Gli slot delle recenti Regionali avevano consegnato una situazione ambigua, in cui colpe e meriti erano in parte stemperati nelle contorte dinamiche del cosiddetto “campo largo” con il M5s ormai larvale di Giuseppe Conte.

Elly leader, ed ancora in sella
Elly Schlein (Foto © Ansa)

Ma alle Europee no, lì ognuno correva per sé ed ognuno avrebbe riposto solo per sé di quel che le urne avrebbero restituito. La Schlein non ha perso punti tali da metterla in bacheca degli sconfitti e ne ha guadagnati tali da elevarla nell’empireo dei nuovi leader, da digerire e basta. E con cui trattare. E contando i presupposti alla fine anche il suo è stato un risultato positivo. Perché quando non cado dal piedistallo hai sempre modo per dimostrare che a starci ne hai diritto.

Due cape vere.

ABBRUZZESE / CHIUSAROLI

Rossella Chiusaroli (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Quasi 24mila voti lui, poco più di 24mila lei: Mario Abbruzzese e Rossella Chiusaroli sono stati protagonisti di una corsa per le Europee di spessore straordinario. Tanto per dare un termine di paragone: nelle stesse liste Renata Polverini ne ha presi poco più di 10mila, Alessandra Mussolini ne ha presi meno di 8mila, il coordinatore leghista di Roma Davide Bordoni non è arrivato a 17mila, la deputata di Latina Giovanna Miele sta poco sopra gli 8mila.

Tutti qui voti non sono bastati per centrare l’elezione. E le regole della politica dicono che ora rappresentano potenzialmente un pericolo. Perché ci sono solo due possibilità per entrambi: i loro Partiti, Lega e Forza Italia, faranno di tutto per fargli coltivare quel consenso e mantenerlo vivo in attesa delle prossime consultazioni. Oppure in questi casi si segano le gambe al candidato per tentare di appropriarsi del suo patrimonio elettorale. Successe in maniera clamorosa alcuni anni fa a Fabio Forte ed Alessia Savo che sfiorarono l’elezione mancandola d’un soffio. E la Lega li fece fuori.

Non è certamente il caso di Rossella Chiusaroli. Il coordinatore regionale Claudio Fazzone sta costruendo una nuova classe dirigente in provincia di Frosinone: inutile negare la presenza delle sue impronte digitali su quei 24mila voti. Tanto quanto è inutile negare la presenza del suo Dna su figure come quella di Salvatore De Meo e Cosmo Mitrano, il primo deputato Ue ed il secondo consigliere regionale.

Resta da capire ora come si sostanzierà la costruzione della nuova ossatura azzurra in Ciociaria. Rossella Chiusaroli da ieri è pienamente abilitata per un posto da assessore regionale se Claudio Fazzone lo vorrà. Tanto quanto il presidente del Consiglio provinciale di Frosinone Gianluca Quadrini (non estraneo ai 24mila voti) può ambire ad un ruolo che esca dai rigidi confini del territorio provinciale.

Mario blinda Pasquale
Mario Abbruzzese

Più complessa l’operazione di Mario Abbruzzese. Quei 24mila voti sono una blindatura per l’assessorato regionale di Pasquale Ciacciarelli, sul quale proprio Forza Italia ha messo gli occhi.

Con lui, Frosinone ha dimostrato di avere una classe dirigente competente ed organizzata: basti vedere il ruolo assunto in Parlamento dal deputato ed ex sindaco di Frosinone Nicola Ottaviani. Un amo lo ha lanciato il dirigente provinciale Andrea Amata, suggerendo che proprio ai vertici ciociari venga affidata la guida del Partito nelle province del Lazio. Potrebbe essere un riconoscimento per il lavoro compiuto da Mario Abbruzzese: ma onorifico e non adeguato al peso elettorale espresso.

La Lega ora deve decidere: valorizzare quella macchina del consenso o rinunciare alla sua piazzaforte più a sud. Dalla quale però sono usciti molti più voti di quelli espressi dai romani.

L’inutile forza ciociara.

FLOP

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini

Si sapeva, avrebbe detto un Laqualunque elettore di questo strano Paese dove le sorti di partiti e leader politici sono più ondivaghe delle Bocche di Bonifacio. Dai tempi del Papeete le sorti di Matteo Salvini sono diventate risulta di una progressiva slavina che ha trascinato via il segretario della Lega nella casella dei leader in cui a carisma non corrisponde risultato.

E quella valanga ha finito con il travolgere anche il sistema politico complesso che in Salvini si era troppo identificato. Perché la picchiata è stata in combo, e dove aveva sbagliato il capitano nell’incentivarla? Il risultato “così così”, per essere generosi, alle Europee della Lega è figlio di molti fattori, ma alcuni vanno subito individuati. Su due piani: quello tecnico e quello identitario in purezza.

Gli errori del Capitano

Il primo errore di Salvini è stato quello di “aggiogare” il nome del partito al suo nel simbolo. Malgrado il 25 settembre 2022 abbia stravinto Giorgia Meloni la Lega era ancora con “Salvini premier”. Questa scelta ha inequivocabilmente legato le sorti del partito a quelle del su uomo di punta, con un risultato: se le seconde scendevano le prime seguivano. E in punto di merito? Salvini ha da sempre sofferto della sindrome del “secondo”. Perciò è stato da sempre il vero oppositore di Giorgia Meloni.

Lo ha iniziato a fare quando la premier si ammantava di un europeismo che le si confaceva solo in chiave funzionalistico-machiavellica, ma Salvini non ha capito il trucco. Ed ha spinto ancor più a destra, ha polarizzato su tutto ed ha indicato nell’Europa una cosa sghemba che o la cambiava lui o, a lasciarla così, sarebbe stata l’Averno delle Nazioni. Ma il Capitano in questo frangente ha sbagliato genere, numero e caso, perché non ha capito una cosa del sovranismo acceso italiano.

Il sovranismo all’italiana
Roberto Vannacci (Foto: Andrea Apruzzese)

Dove quello di Paesi come Ungheria e Polonia trova perfetta coincidenza nei desiderata e nelle azioni dei cittadini qui da noi è macchietta. Habitus di un popolo che si sente Zorro ma vive come Fantozzi. Che ti lusinga sui social ma che nella vita reale tutto cerca meno che le frontiere selvagge indicate da Salvini. Il generale Vannacci ha funzionato ma non ha salvato, e la Lega governista, quella che da tempo vira verso il funzionalismo ed oggi attende Salvini al varco, ha pesato molto.

Essa e quella delle origini che non vuole colonizzare l’Italia tutta a suon di Ponti e comparaggi con l’Udc, ma solo rinsaldarsi. E magari ritrovare genio primevo dove nacque, al Nord Est. Marginalizzati gli imprenditori ed ipnotizzati i seguaci social, Salvini ha compiuto il suo capolavoro al contrario. Ed oggi “se lo gode” da una poltrona in bilico forse come mai prima.

Papeete Atto II.

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