I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 11 novembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 11 novembre 2025.
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LUCA DI STEFANO
di Gianpiero Pizzuti

C’è una certa sobrietà – quasi antica – nel modo in cui Sora ha approvato ieri il regolamento per istituire l’Emporio Solidale. Nessuna autocelebrazione, nessuna scenografia da annuncio epocale. Solo un voto unanime, il lavoro silenzioso di un tavolo operativo nato in ottobre ed una visione amministrativa che, pur senza effetti speciali, ha scelto di prendersi cura di chi resta indietro. Un passo piccolo nella forma ma non nei contenuti. (Leggi qui: Assistenza, relazione ed inclusione: a Sora nasce l’Emporio Solidale).
Il progetto non è nuovo in Italia ma a Sora arriva con un’impronta diversa: l’Emporio non è solo un luogo dove si ritira un pacco ma un presidio civile, dove l’assistenza si trasforma in relazione e la povertà non viene solo contenuta ma riconosciuta e condivisa. Qui il welfare diventa un laboratorio di comunità.
Non solo struttura logistica

Il sindaco Luca Di Stefano ed il consigliere Fausto Baratta non si limitano a mettere in piedi una struttura logistica. Ricostruiscono, con metodo e consenso trasversale, un’idea politica antica: mettere la persona al centro come orizzonte amministrativo. Non è poco.
È una scelta culturale, come giustamente ha detto il primo cittadino. Ed ha il merito di evitare la trappola dell’assistenzialismo calato dall’alto. Niente elemosina: qui si valorizza il volontariato, si coinvolgono le imprese, si combatte lo spreco, si invita la città a partecipare.
Nessuna promessa miracolistica ma un meccanismo strutturato, che punta a fare sistema. È la direzione giusta. Non risolve tutto, certo. Ma restituisce dignità al bisogno e lo fa senza clamori, senza premiarsi da sola, senza chiedere riconoscimenti. È così che si comincia a cambiare davvero.
La solidarietà che non fa rumore.
LUCA ZAIA
di Piero Cima-Sognai

Ok, il dato empirico di queste ore è che il generale Roberto Vannacci si è “appoggiato” nientemeno che a Renzo de Felice per spiegare il Ventennio e certi sui canali interpretativi un filino più “soft” e legati quasi alla “voluntas” degli italiani. Il che – non s’incazzi il generale – è un po’ come se i Collage si fossero appoggiati ai Deep Purple per spiegare il rock. Solo che il rock non ha mai fatto male a nessuno. Non ha preso il potere grazie ad una monarchia quiescente, non ha mai promulgato leggi razziali, non ha mai deportato e picchiato alcuno nel nome di libertà abortite. Né ha mai trascinato alcuna comunità complessa in una guerra devastante.
Perché, tra le tante risposte che hanno fatto seguito alle esternazioni del vicesegretario della Lega, ha colpito più di tutte quella di Luca Zaia?
Luca il “non ideologo”

Esattamente per il primo motivo che viene in mente a tutti: perché Zaia E’ della Lega. Ed è uno dei leghisti più influenti tra quelli che oggi non si sentono rappresentati dal malpancismo un po’ mattoide dell’ex alto ufficiale. Ma non è finita mica.
Zaia è anche un governatore uscente che ha sempre preferito disancorarsi da certi luoghi comuni ideologici che caratterizzano la destra sovranista ed ultrapop di questi ultimi 10 anni. Poi c’è un terzo motivo, forse quello strategicamente più cardinale. Zaia è in lizza per le Rergionali in Veneto, non da governatore, ma è quello stesso Veneto che lui per tre mandati ha guidato lungo un percorso di concretisimo scevro da ogni malia ideologica.
Perciò non le ha mandate a dire ed ha fatto non solo massa morale ma anche pre-massa consensuale, lanciando un chiaro messaggio a Matteo Salvini che su uno come Vannacci forse ci ha scommesso troppo e troppo male.
Salvini che glissa

Salvini, reduce dalla sua ennesima crociata comiziale anti Islam in Puglia, che ha detto: “Io storia l’ho studiata all’università però il fascismo è stato archiviato e sconfitto dalla storia, quindi il dibattito storiografico lo lascio agli storici”. Elusivo? Sì. Perché essere di destra ed essere elusivi su certi temi urticanti è da furbi (o da fessi). Poi; “Onestamente, con tutto l’amore per il mio passato, penso al futuro”.
E Zaia? Lui è stato più netto, cioè diverso, cioè divergente, quindi politically correct e saggio: “Non c’è alcun revisionismo da fare, siamo davanti a una pagina buia della storia”. AdnKronos spiega che “per Zaia quella pagina su cui interviene il generale Vannacci è oltretutto una pagina buia non solo italiana, non solo dell’Europa, ma dell’umanità“.
Diciamo quel che va detto

Per il governatore veneto uscente di fronte “a questa pagina di storia, non possiamo non ricordare che oltre sei milioni di ebrei sono stati sterminati nei campi di concentramento, assieme a omosessuali, disabili e persone di etnia rom“. Con una chiosa molto, ma molto pop, oltre che giusta. “Questo mi pare sufficiente per dire che resta una ferita aperta, non c’è nulla da aggiungere se non di ricordare quante persone hanno perso la vita in virtù delle leggi razziali“.
Ovvio e scontato ma non del tutto, a contare che nel suo stesso Partito c’è chi “carica” e chi glissa.
Ci crede e sa usarlo.
FLOP
ELLY SCHLEIN
di Carlo Alberto Guderian

Se la politica fosse una gara di agilità, Elly Schlein rischierebbe la squalifica per “ostacoli autoimposti”. L’ultima acrobazia arriva sulla questione del Garante della Privacy, dove la Segretaria del PD è riuscita nell’impresa di indignarsi… contro sé stessa. Chiede le dimissioni del presidente Stanzione e dell’intero collegio, bollando come “grave e desolante” il quadro emerso dall’inchiesta di Report. Ma c’è un piccolo dettaglio che sfugge: quel collegio è stato nominato durante il governo giallo-rosso, a trazione PD e 5 Stelle. E il presidente? Proprio in quota dem.
È come se Schlein avesse scoperto con sconcerto che chi ha scelto un arbitro fazioso… è il suo stesso spogliatoio. Così, mentre il Movimento 5 Stelle sale sul pulpito con toni apocalittici (“covo di conflitti d’interesse”), Giorgia Meloni, in partenza da Fiumicino, si limita a tirare una stoccata chirurgica: “Se non vi fidate di chi avete nominato, forse dovevate scegliere meglio”.
Non è solo una risposta ironica: è un contrappasso perfetto. La segretaria PD pretende “discontinuità” da un’authority che il suo Partito ha contribuito a costruire, senza prima guardare l’etichetta sul retro. Intanto il Governo – che non può né rimuovere né azzerare il Garante – si gode lo spettacolo di una sinistra che inciampa sulle proprie nomine e poi chiede a Meloni di raccoglierle.
Il cortocircuito

Il cortocircuito è servito: Conte rilancia la legge sul conflitto di interessi, Schlein applaude, Donzelli offre lo “scioglimento per giubilo” di tutto ciò che è stato nominato dalla sinistra. Un botta e risposta che, al di là del teatrino, rivela un dato politico: le opposizioni sono bravissime a puntare il dito ma sempre più smarrite quando quel dito indica se stesse.
Così, mentre i membri del Garante si blindano fino al 2027, il centrosinistra balla il valzer dell’autoaccusa. E il centrodestra, senza muovere un dito, incassa un altro round. In fondo, come diceva Totò, “è la somma che fa il totale”. E quella di Elly Schlein, tra passi falsi e vuoti di strategia, continua a crescere.
Elly e l’arte di inciampare da fermi.
ENRICO TIERO
di Saverio Forte

Restano i domiciliari, resta il clamore e, soprattutto, resta una domanda sospesa nell’aria: dove finisce la politica e dove comincia il favore personale? Enrico Tiero, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, per ora rimane a casa con la misura confermata ieri in tarda mattinata dal Riesame. Nessuna via d’uscita, almeno per il momento.
A far discutere non è solo la presunta tangente da 6.000 euro mascherata da cena (con quel conto, almeno si spera che il menù fosse stellato), ma il “metodo Tiero”. Non un episodio isolato ma una costellazione di segnalazioni, pressioni, interessamenti, assunzioni. Non serve nemmeno più il reato di abuso d’ufficio per disegnare un sistema che assomiglia a un comitato personale più che a un ufficio pubblico.
Dal racconto degli inquirenti emerge una gestione personalistica del potere. E intanto i legali provano a scardinare l’inchiesta sul fronte tecnico: autorizzazioni al trojan, cavilli investigativi, presunte lacune.
La legittimità della politica

Ma il punto è un altro. Non si tratta solo di legittimità giudiziaria ma di legittimità politica. Perché se anche la Giustizia dovesse assolvere, il danno all’immagine della politica è già fatto. Non è possibile che un sistema, per funzionare, abbia bisogno del Tiero di turno che vada a muovere gli ingranaggi. Un consigliere regionale non può trasformarsi nel “deus ex machina” delle cose che non funzionano. O che non si vuole che funzionino proprio perché poi ci sia uno che le va a sistemare.
Ora, in base alla Severino, scatterà la sospensione. Ma la vera sospensione dovrebbe essere quella del silenzio, da parte di una classe dirigente e di un corpo elettorale che finalmente dovrebbero interrompere il cortocircuito. Se la raccomandazione è quella che sblocca il meccanismo allora si faccia come in alcune Repubbliche africane e la si istituzionalizzi. Ma se la raccomandazione è il male del nostro sistema allora si abbia la decenza di smettere d’andare a chiedere lavori ed assunzioni al politico di turno per poi indignarsi quando la magistratura fa tana.
Tiero è a casa. Ma il malcostume è ancora libero.



