I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 15 ottobre 2024
Top & Flop. I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 15 ottobre 2024.
TOP
ALBINO RUBERTI

Lo chiamano Rocky, perché è come il celebre pugile della pellicola con Sylvester Stallone: coriaceo, essenziale, duro, ruvido, diretto. Ma anche resistente: nemmeno una montagna di muscoli come il pugile sovietico Ivan Drago riesce a buttarlo giù. E meno ancora può fargli una carbonara mangiata d’estate a Frosinone. Albino Ruberti torna al timone della complicatissima macchina amministrativa del Comune di Roma: il sindaco e la Giunta decidono, la macchina trasforma in atti e rende realizzabile.
Rocky Ruberti ha la capacità unica di demolire qualsiasi ostacolo: normativo, burocratico o politico non fa differenza. Perché ha una profonda e solida competenza su tutte e tre gli aspetti. Che poi non sempre raggiunga il traguardo con la grazia di una ballerina ma con l’irruenza di un pugile è altra faccenda. Che non deve trarre in inganno. È pragmatismo dettato dall’esigenza e non mancanza di garbo, non è uno zotico ma uno che se deve conquistare una collina la prende a costo di spianarla. Alla bisogna sa essere il più felpato dei cardinali di curia: non a caso, Monsignore è un altro degli appellativi che usano per chiamarlo.
La mossa per rivincere le elezioni

La decisione del sindaco di Roma Roberto Gualtieri che lo ha voluto nuovamente al timone della macchina del Campidoglio è il segnale che da questo momento ci sarà un cambio di passo. Il ritorno di Rocky Ruberti avviene con un rimpasto lampo degno della migliore biltzkrieg, capace di suscitare la pubblica ammirazione del Governatore Francesco Rocca impantanato da quasi quattro mesi in una crisi sempre più asfissiante. (Leggi qui: L’ultimatum di Rocca: “Ricomponente o prendo provvedimenti”).
Non è un pit-stop, non è un cambio di gomme. È una mossa che cambia l’assetto al Team Gualtieri con un allestimento per puntare alla rielezione in Campidoglio a mani basse. Perché con la stessa operazione il sindaco di Roma ha nominato assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. Mentre Andrea Catarci lascia l’assessorato al Personale per andare a dirigere il nuovo Ufficio di scopo sul Giubileo. Al Personale andrà Giulio Bugarini, attuale capo della segreteria. Dove ritorna l’esperienza di Albino Ruberti.
Per essere chiari: Smeriglio è quello che ancora oggi può andare nelle borgate a parlare e riesce a strappare applausi. E non a caso ha subito annunciato un tour con il quale “comprendere meglio gli umori, i bisogni e i desideri della città: dai Municipi agli operatori e le operatrici culturali, dalle associazioni alle imprese creative, dall’intellettualità diffusa alla cultura popolare, dalle università al sistema scolastico, dalle parrocchie ai centri sociali. Un tour di riappropriazione e riconciliazione”. (Leggi qui: Gualtieri nomina Smeriglio alla Cultura, Ruberti capo segreteria).
Dream Team.
P.S.: Per quelli che ancora oggi ricordano l’uscita poco urbana di Ruberti dopo la cena a Frosinone: andrebbe ricordato che mentre sbraitava in piazza dopo la cena e pretendeva gente in ginocchio di fronte a lui, aveva aperto il portabagagli ed impugnato un ombrello. Forse lo scenario era più semplice e meno misterioso.
LUCIANO NOBILI

Non il solo che si è dovuto ricredere e che ha “ceduto” (per fortuna, sempre e comunque per fortuna) al richiamo dell’etica. Luciano Nobili fa parte di un (nutrito) pattuglione di politici di rango che non ha esitato a sottoscrivere la lotta per riportare Ilaria Salis in Italia. E sottrarla quindi, alle “grinfie” di un sistema giudiziario sovrano ma fisiologicamente lontano da quelle garanzie che avrebbero consentito a Roma di attendere un giudicato ungherese sui reati attribuiti all’insegnante.
Era andata bene, e come noto Ilaria Salis in Italia ci era rientrata con in più la autorevole patente di europarlamentare di Avs. Ecco, lì sono cominciati i guai, guai noti che afferiscono solo questo scritto, altrimenti sarebbe stato direttamente uno scontato e ripetitivo Flop alla Salis stessa.
“Lo rifarei domattina, però…”

No, il problema è un altro: ed è quello che tra coloro che si schierarono a favore del “ritorno in Patria” della Salis ci furono ovviamente numerosi esponenti del centrosinistra, questo con il centrodestra che mediamente si turò il naso. Solo che oggi che le intemperanze verbali della Salis ed i suoi proclami non proprio sensati stanno facendo massa critica sono stati pochi, molto pochi, quelli che hanno espresso rammarico. Non per aver riportato la Salis in Italia, per carità, quello era e resta punto cardinale.
No, per aver dovuto assistere agli effetti politici e pubblicistici di qel ritorno, su cui esercitare il diritto di critica è sacrosanto, oltre che a volte doveroso. Nobili è stato tra quei pochi, e con queste parole che non lasciano spiraglio alcuno ad equivoci e sovrascritture interpretative. “Sono andato a manifestare sotto l’ambasciata d’Ungheria per chiedere giustizia per Ilaria Salis. E lo rifarei domattina”.
Poi i rilievi del consigliere regionale di Italia Viva già parlamentare. “Ma la sue dichiarazioni in cui dice che ‘le occupazioni sono la solo vera politica per il diritto all’abitare’ sono inaccettabili”. E ancora: Secondo Salis ‘la magistratura che condanna i responsabili del racket delle occupazioni ‘criminalizza la povertà’. Un inno all’illegalità, insomma”.
Schiaffo in faccia alle famiglie oneste

La chiosa di Nobili è difficilmente confutabile: “Uno schiaffo in faccia alle famiglie oneste, che hanno diritto ad un alloggio che aspettano da anni e che sono doppiamente vittime. Delle mancate risposte da parte della pubblica amministrazione e dalla violenza di chi occupa case che non gli spettano, togliendole a loro”.
Nobili non ha cambiato idea sull’etica, ma si rammarica del fatto che a volte la stessa, pur restando la sola bussola umana, produce aberrazioni. RD ha ragione.
In scarsa compagnia.
FLOP
CARLOS TAVARES

Giù la maschera. Con due dichiarazioni, al quotidiano francese Les Echos ed all’emittente tv tedesca Rtl il Ceo di Stellantis Carlos Tavares ammette che i licenziamenti sono un’opzione.
«Non sono amareggiato — ha detto a Les Echos —. Alcuni dicono che non possiamo tagliare i costi perché la forza lavoro di Stellantis è al limite. Ma allo stesso tempo, non vedo come possiamo resistere a concorrenti che, dal punto di vista tecnologico, sono altrettanto bravi o addirittura più forti di noi, e che costano il 30% in meno, se non posso tagliare i costi». A Rtl gli domandano se intende dunque tagliare posti di lavoro, Tavares non lo esclude: «Non scarto nulla».
Il problema non è tanto che le auto costano troppo: ma che le auto non si vendono. E non si vendono perché gli operai Stellantis sono meno di un quarto di quelli che erano un tempo e tutti avevano uno stipendio con il quale era possibile comprarsi una macchina. Quasi sempre del Gruppo. Quelli rimasti sono spesso in cassa integrazione ed arrivano a malapena al migliaio d’euro: con il quale sfamare la famiglia, pagare le bollette.

Ci era arrivato Henry Ford quando aveva inventato la Catena di montaggio, ne era convinto il senatore Giovanni Agnelli (il nonno dell’Avvocato) ed avevano strutturato il loro modello di produzione proprio sulla possibilità che i dipendenti fossero i primi clienti. Carlos Tavares ed i suoi datori di lavoro vivono fuori dal mondo reale: mandano agli operai in cassa e mille euro al mese di stipendio la lettera con cui offrirgli uno sconto se comprano una Maserati.
È chiaro che non hanno la visione reale della situazione. E che non hanno capito ciò che da subito aveva compreso Sergio Marchionne: le fabbriche hanno un anima e non hanno soltanto un portafogli. Il che rende ancora più dense le nubi sul futuro del Gruppo.
Fuori contesto.
ANNA MARIA BERNINI

La buona volontà e lo charme istituzionale sono ottime cose, ma solo se messe a crogiolo con altri fattori, specie se si è chiamati a ruoli istituzionali di rango altissimo. Ruoli come quello che ricopre Anna Maria Bernini all’Università. Attenzione al dato politico: forse nessun ministro, tra quelli del governo che fa capo a Giorgia Meloni, è più caratterizzante della Bernini in punto di post-cencellismo. Che significa? Che la titolare dell’Università è di fatto la più rappresentativa figura in seno alla spartizione equa tra i maggiori partiti della coalizione che a settembre 2022 arrivò a guidare l’Italia.
Esponente forzista della vecchia guardia, assieme a Pichetto Fratin ma con molto più appeal di bandiera, la Bernini non potevi non mettercela, in quella casella. E fino ad oggi purtroppo la stessa quello ha dimostrato di essere: una bandierina su una mappa strategica con occasionali uscite ammodo, ma senza grandi rivoluzioni.
La grana degli 800 milioni mancanti

Anzi. L’ultima grana del suo ministero è di quelle amara. Mancano 800 milioni dal budget degli atenei ed i rettori sono sugli scudi. “Così non sopravviviamo”. Quella somma monstre è figlia di un ammanco già registrato un anno fa e fissato a quote mezzo miliardo. Il dato è che il Fondo di finanziamento ordinario del 2024 ferma la crescita registrata nel quinquennio 2019-2023.
“Le carte ufficiali nascondono altri ammanchi”. E la Conferenza dei Rettori, la Crui, spiega che si dovranno “fermare le assunzioni dei ricercatori”. Cioè di una categoria cruciale per lo sviluppo, per la medicina, le scienze, la tecnologia. E magari per rimetterci in griglia Nobel, visto che da Stoccolma manchiamo da lustri. E la Bernini?
Addio ricerca, altro che “dote”

“Ma io vi porto in dote 9 miliardi. Il Fondo di finanziamento ordinario delle università statali e dei consorzi universitari registra quest’anno un incremento di risorse del 21 per cento rispetto agli stanziamenti pre-Covid, passando da 7 miliardi e 450 milioni di euro a oltre 9 miliardi”. Purtroppo non è così, e già a luglio dell’anno scorso c’era stato il primo campanello d’allarme.
La diminuzione di risorse era attestata a 513.264.188 euro e quest’anno è crescita di quasi 200 milioni ulteriori. Il senso è che “l’articolazione del FFO è superata, c’è un eccesso di vincoli che limitano l’autonomia degli atenei”.
Ma il senso politico è un altro: di fronte all’evidenza le pezze peggiori del buco non convengono mai.
Ininfluente.



