I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 18 novembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 18 novembre 2025.
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GIULIA TEMPESTA

Ha fatto quello che la buona politica dovrebbe fare ogni giorno: ascoltare, tendere la mano, agire. Ed ha dimostrato che a volte servono meno decreti e più occhi negli occhi. Perché le emergenze sociali non si affrontano solo con i protocolli: si affrontano con l’empatia, con la capacità di riconoscere l’altro come parte della comunità.
“Aspetti, tutto si risolve“: a Roma, una frase così non è solo un’espressione di cortesia: è un atto politico, un gesto umano, un manifesto. E se a pronunciarla è Giulia Tempesta, Capo Segreteria del Sindaco di Roma, davanti a un uomo in bilico tra la vita e la disperazione su un balcone dell’area dei Fori Imperiali, allora assume il peso e il valore che meritano i momenti importanti.
Non è comune vedere una figura istituzionale lanciarsi – letteralmente – nel cuore del problema. Giulia Tempesta lo ha fatto. Senza esitare ha scavalcato il cerimoniale, superato le barriere dell’ufficialità e si è avvicinata a un uomo che voleva buttarsi giù da un muretto. Non per farsi bella, ma per salvarlo. Con la sua voce, la sua presenza e le sue parole.
La buona Tempesta

Giulia Tempesta, 35 anni, originaria di San Donato Valcomino, ha portato al Campidoglio la freschezza di una generazione che non teme la complessità. La sua nomina a Capo Segreteria del Sindaco di Roma, nello scorso mese di giugno è stata salutata come segnale di discontinuità e competenza: oggi trova conferma nei fatti. Non slogan ma scelte. Non retorica ma azione.
In quel gesto – parlare con un uomo che minaccia di farla finita – c’è tutto: la città che soffre, i servizi sociali che funzionano, la politica che si sporca le mani per tenere pulita l’anima. E in quella frase, “Aspetti, tutto si risolve”, c’è forse la promessa più bella che Roma possa fare ai suoi cittadini: non sei solo.
La voce gentile della Tempesta tra le urla della città.
CARLO VERDONE

È stato un sindaco senza poteri ma ha fatto sorridere e riflettere più lui in un giorno di quanto molti riescano in un mandato intero. Si chiama Carlo Verdone e ieri ha regalato a Roma la sua faccia più bella: quella commossa, ironica, affettuosa. Quella vera.
Settantacinque anni, una fascia tricolore che sembra cucita su misura, un corteo da film neorealista con motociclisti della Municipale e cittadini al seguito. E lui che scende, si ferma, ascolta. Non serve lo script, non c’è bisogno di trucco: bastano le rughe che si arricciano quando ride, la voce che si rompe quando abbraccia i bambini a Villa Gordiani e dice che «tutto quello che si fa per i bambini è sacro».
Roma gliel’ha data davvero, per un giorno, la carica di sindaco. Non come una gag da fiction ma come un’investitura simbolica, piena di gratitudine e rispetto. Come fu per Alberto Sordi 25 anni fa, ora tocca a lui, l’erede sensibile e gentile, il regista del quotidiano, l’attore che ha raccontato vizi e virtù di un popolo intero, con la stessa empatia con cui ieri ha stretto le mani ai nonni della Storta o visitato la scuola devastata dalla benzina esplosa.
La vita non è (solo) un film

Verdone non promette, ma propone. Non pontifica, ma suggerisce: un mercatino di libri antichi a Villa Borghese, sostegno alle librerie indipendenti, una via Veneto che torni ad avere un’anima. Idee semplici ma che fanno bene. Perché Carlo ha capito – e da sempre racconta – che i dettagli sono tutto, che la periferia non è un margine ma un cuore che pulsa forte, anche se nessuno lo sente.
E quando dice che si è commosso fino alle lacrime, gli si crede. Perché non lo fa per scena. Lo fa perché quella città che ama da sempre – a volte criticandola, spesso proteggendola – ieri gli ha restituito tutto. Con una Lupa Capitolina, con gli occhi lucidi dei suoi figli, con l’affetto smisurato di una comunità che lo considera uno di casa.
Un giorno da sindaco. Un giorno da Verdone. Roma non è mai stata così vera. E sì, un sacco bella.
La Roma di Verdone è “Un sacco bella”.
FLOP
MARILISA DI MILLA

Ci sono fratture fisiologiche nei Partiti, che fanno parte del loro respiro democratico. E poi ci sono spaccature che, se ignorate, diventano crepe strutturali. A Gaeta, nel Partito Democratico, da mesi si consuma la seconda ipotesi. È bastato un progetto urbanistico – il restyling dell’area monumentale di Monte Orlando – per innescare l’ennesima divergenza. Ma il punto, oggi, non è il mausoleo del console romano Munazio Planco. È la cartina di tornasole di un Pd che in quella città continua a parlarsi solo per note stampa, non per linee politiche. (Leggi qui: Monte Orlando, scempio con vista mare: il Pd di Gaeta si divide (di nuovo)).
Un Partito sano ha diritto al dibattito. Ha il dovere della dialettica. Ma ha anche, come perno centrale, un Segretario politico. Il cui ruolo non è quello del capo bastone né del cronista degli eventi ma di armonizzatore delle voci. È la sua la responsabilità di tenere unito, mediare, orientare. Il Pd di Gaeta invece vive una fase di stallo in cui le posizioni si polarizzano, le lettere volano, i silenzi pesano. E la guida politica si fa neutra. Ma neutrale non è sinonimo di super partes. È sinonimo di assente.
Posizioni differenti

Il caso specifico è chiaro: tre consiglieri del Pd – Scinicariello, De Angelis e Mitrano – hanno assunto una posizione critica verso l’amministrazione cittadina, conformemente al loro ruolo di opposizione ed al mandato conferito dagli elettori. Il Segretario ritiene che siano troppo rigidi e poco propositivi nei confronti dell’amministrazione del sindaco Cristian Leccese. Nessuna sintesi, nessuna direzione. Nessuna guida. C’è un netto scollamento tra Gruppo e Partito.
A prescindere da torti e ragioni. Senza considerare quale strategia sia più adatta al Pd. C’è un tema che resta in piedi in ogni caso: che senso ha una Segreteria se non è in grado di interpretare la complessità? Se davanti al rischio di rottura si limita a osservare il gioco, senza sedersi mai al centro del campo?
Un Partito non è una sommatoria di individualità. È una comunità politica. E una comunità ha bisogno di chi la tenga insieme. Questo è il tempo della responsabilità. Chi guida oggi il Pd a Gaeta ha il compito – non la facoltà – di ricucire, trovare un punto comune, riportare il dibattito fuori dalle trincee. Perché una spaccatura non è un errore: è un’occasione per misurare la leadership. E le leadership si vedono nei momenti in cui il rumore è più forte del consenso. O si guida, o si abdica.
L’errato ruolo del Segretario



