I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 19 agosto 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 19 agosto 2025.
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GIACOMINO SERRANO D’AVERSA

Ci sono doti che si notano subito: la prontezza di riflessi, la memoria prodigiosa, l’intelligenza fuori dal comune. Ma da sole non bastano a costruire un genio. Ci vuole altro. Ci vuole quella cosa invisibile, eppure potentissima, che accende tutto: la passione.
È la miscela che ha trasformato Giacomo Serrano D’Aversa, per tutti “Giacomino”, in un piccolo fenomeno. Abita con la famiglia a Pontecorvo ed ha solo 9 anni ma conosce il Festival di Sanremo come altri conoscono la formazione della propria squadra del cuore – e nel suo caso, la squadra è il Foggia, eredità d’amore da suo padre.
Non si tratta solo di ricordare. Giacomo sa. Sa le edizioni, i conduttori, le canzoni, i retroscena. È come se, nel suo mondo, ogni edizione di Sanremo fosse una pagina viva, pulsante. E lui, con la naturalezza di chi si diverte davvero, sfoglia quelle pagine come fossero un album di figurine.
Non quanto ma come

Ma la cosa più incredibile non è quanto ha memorizzato. È come lo vive. Con entusiasmo puro, con una dedizione da artigiano e una curiosità da esploratore. E questo è il punto. Il talento ti fa partire veloce, ma è la passione che ti fa andare lontano. Giacomo non sta “giocando” a fare il critico musicale. Sta costruendo – forse inconsapevolmente – qualcosa di raro: una competenza autentica, nutrita ogni giorno con amore e ascolto.
Il sindaco di Sanremo lo ha ricevuto ieri in municipio. E ha fatto bene. Perché questo bambino è un inno vivente alla cultura popolare italiana, alla memoria collettiva, alla bellezza che si può custodire anche a nove anni. Giacomo non chiede di diventare famoso. Chiede solo di salire su quel palco, di vivere da dentro ciò che ama da fuori.

È un desiderio grande, ma anche giusto. Perché certi sogni non vanno misurati con l’età anagrafica ma con la verità con cui vengono desiderati. Quando il talento naturale incontra una passione così limpida, non è solo un bambino a crescere. È un’intera comunità a riscoprire il valore di credere, di imparare, di sognare senza calcolo.
Se qualcuno ancora dubita di cosa sia un piccolo genio, basta ascoltare Giacomino parlare di Sanremo. E si renderà conto che sì, i geni esistono. E a volte portano ancora lo zaino della quarta elementare.
L’inno alla cultura popolare.
ALESSANDRA SABELLI

Non solo a voce, non solo con la burocrazia. Il Comune di San Cesareo ha scelto di parlare con pittogrammi, segnaletica intelligente, mappe che dialogano con una città che ascolta. Non è un sogno da convegno: è già realtà. E porta una firma chiara, decisa, visionaria: quella della sindaca Alessandra Sabelli.
Con il progetto Polis Up, San Cesareo è diventata la prima città del Lazio ad adottare la Comunicazione Aumentativa Alternativa (Caa) per rendere i suoi spazi accessibili a tutti: bambini, adulti, persone con disabilità cognitive o linguistiche. Ma anche nuovi arrivati che con l’italiano stanno ancora facendo amicizia. E l’ha fatto senza proclami, senza passerelle. Con il metodo più raro nella politica italiana: quello della concretezza.
Se ne accorge la Bbc

Non è un caso se la BBC ha bussato alla porta del municipio. Lo fa solo quando ha fiutato qualcosa di grande. E qui lo è davvero. Perché “People fixing the world” – il documentario che la rete britannica ha dedicato a San Cesareo – non racconta un esperimento sociale. Racconta un atto di civiltà. E un’idea semplice ma rivoluzionaria: una città funziona solo se è a misura di tutti. Ma proprio tutti.
La sindaca Sabelli ha capito prima di altri che inclusione non è una parola da inserire nei programmi elettorali ma una pratica quotidiana, da scrivere sui cartelli degli autobus e sulle tabelle nei parchi, da tradurre in formazione per insegnanti, famiglie, cittadini. In pratica, ha portato l’empatia nella segnaletica urbana. E ci è riuscita senza fare rumore, ma facendosi sentire benissimo.
San Cesareo oggi è un esempio, non perché si è adattata alle esigenze dei più fragili ma perché ha fatto un passo oltre: ha riconosciuto la fragilità come parte naturale della collettività. Ha smesso di considerarla un’eccezione e l’ha trasformata in criterio progettuale.
Il futuro gentile

E allora sì, questa è innovazione. Non l’ennesimo annuncio tech, ma una visione concreta di futuro gentile. Non basta dire “inclusività” nei discorsi pubblici: serve trasformarla in azioni visibili, leggibili, usabili. Proprio come fa oggi San Cesareo, dove anche un bambino non verbale può capire come muoversi e sentirsi parte della città.
Chiamatela politica sociale, civica, urbana. Oppure, semplicemente, politica intelligente. Succede quando la passione civile incontra la visione amministrativa: si finisce sulla BBC non per uno scandalo ma per una buona notizia. E in Italia, purtroppo è ancora una notizia.
La sindaca che parla tutte le lingue del futuro
FLOP
AEROPORTI DI FROSINONE SPA

C’è qualcosa di peggiore di un progetto sbagliato: è un progetto giusto, ma sbagliato nel tempo, nella scala e nella testardaggine con cui si è voluto portarlo avanti quando ormai era chiaro che non stava più in piedi. Aeroporti di Frosinone S.p.A. rientra perfettamente in questa categoria: un’idea visionaria, nata in un contesto storico e tecnico ben preciso, ma che è finita schiacciata sotto il peso di ciò che è diventata – una scatola vuota, una fabbrica di cause legali e conti da saldare.
L’ultima rata di questa lunga parabola discendente è delle ore scorse: la Cassazione ha condannato la società in liquidazione Aeroporti di Frosinone SpA al pagamento di 257mila 301 euro e 68 centesimi per differenze retributive all’ex direttore generale Alessandro Minotti. Un’altra sentenza, un altro esborso, un’altra pagina di una storia che non vola da tempo, ma che continua a far cadere macerie.
L’idea giusta

L’idea iniziale era firmata Francesco Scalia, e in quel tempo – i primi anni Duemila – l’idea di un piccolo scalo civile in provincia di Frosinone aveva una sua logica. Stavano nascendo le nuove direttrici dell’Alta Velocità ferroviaria con cui connettersi, il low-cost doveva abbandonare Ciampino ed avere un’alternativa a Fiumicino. Soprattutto si parlava di un’infrastruttura agile, coerente con la scala del territorio. Il peso politico di Scalia era grande ma non quanto quello del ministro Beppe Fioroni: che si portò tutto a Viterbo. L’allora governatore del Lazio Piero Marrazzo decise di tenere in vita il progetto e disse che la Regione avrebbe seguito il piano di Frosinone. Ma da lì in poi, il mondo è cambiato.
Dopo Scalia, il progetto ha perso visione e aderenza alla realtà. Si è infilato in una giungla di atti formali, incarichi professionali, studi di fattibilità ripetuti e mai finalizzati. La Provincia, a un certo punto, ha detto no: ha negato l’Autorizzazione Ambientale, scelta politica ma anche tecnica, che ha sancito la fine del progetto.
Il problema è che la società non è morta quando è finito il progetto. È sopravvissuta – e continua a generare costi.
Il caso Minotti

Il caso Minotti è emblematico. Per anni ha operato come direttore generale, con responsabilità chiare e incarichi continui. I tribunali hanno riconosciuto la natura subordinata del rapporto, rigettando le difese dell’azienda e confermandone la responsabilità. Risultato: centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici da restituire e un’immagine grottesca: una società in liquidazione che continua a produrre spese, a distanza di oltre un decennio dall’ultimo barlume di concretezza.
Aeroporti di Frosinone oggi è un monumento all’incoerenza amministrativa. È la prova che in assenza di un coraggio politico vero – quello di chiudere ciò che va chiuso – si finisce per conservare il fallimento a spese dei cittadini. È anche la dimostrazione di come il vuoto di visione venga colmato da atti formali, carte bollate, incarichi, spese legali.
Sanare questa ferita non significa solo chiudere i conti, ma assumersi finalmente la responsabilità di dire che un aeroporto qui non serviva più da tempo. E che non si può fare: non sul piano tecnico (si atterra a Paro, in Buthan, figuriamoci se non si atterra a Frosinone) ma sul piano economico: Frosinone è troppo piccola per fare le economie di scala necessarie per tenere in piedi un aeroporto. Insistere, per inerzia o convenienza, ha prodotto solo un volo a vuoto.
Il decollo mai avvenuto, il biglietto che paghiamo ancora.
JANNIK SINNER

Non ce l’ha fatta nel fisico e, di conseguenza, ha cominciato a sentire anche i “dolori” dello spirito. Ma pur arrendendosi non si è arreso, il che, a ben vedere, coincide perfettamente con la definizione di “campione” ma fuori dagli stereotipi che troppi di noi hanno cucito addosso a questo marziano altoatesino. Jannik Sinner ha dovuto interrompere la finale del Masters 1000 di Cincinnati tra contro Carlos Alcaraz dopo soli 23 minuti ed ha abbandonato il match nel corso del primo set della finale, quando era sotto “solo” per 5-0.
Chi conosce di cosa sia capace Sinner sa benissimo che nulla è pregiudicato ad un mostro del genere, il tennista italiano più vincente di sempre e e primo in ranking singolare di Atp.
Il malore fisico contro Alcaraz
Eppure Sinner ha valutato la situazione ed ha preferito ritirarsi, come fanno i campioni quando sanno che non potranno non solo dare il meglio, ma neanche onorare lo sport in cui, per via vocazionale, sono leader planetari.
Ha fatto bene, Sinner, perché se qualcosa non va a livello fisiologico allora vuole dire che ogni cimento sarebbe solo un ebbro scatto di orgoglio. I veri campioni, invece, sanno retrocedere col ginocchio poggiato a terra e poi forzare con volontà di ferro e rialzarsi.
Ieri sera Sinner ha spiegato i suoi propositi in conferenza stampa. E ha detto, non senza palesare una fortissima delusione, che adesso l’obiettivo sono gli Us Open di domenica prossima. Non ha fornito spiegazioni sui problemi fisici che ha accusato durante il mach contro Alcaraz. Ha solo spiegato in maniera laconica “Non mi sentivo bene già da ieri”.
La conferenza dopo il ritiro

E per prossimi giorni? “Ora un paio di giorni di recupero e poi tornerò di nuovo al lavoro, sperando di essere pronto. Lo Us Open sarà un torneo molto duro, ma allo stesso tempo lo aspetto con impazienza. Amo molto gli Slam, sono i tornei principali per la mia carriera. Adesso il recupero è la cosa più importante”.
Poi i segnali positivi di un che, non a caso, è il Numero Uno. “È stata una settimana molto positiva, un buon test. Sto giocando una stagione incredibile, ma c’è ancora spazio per migliorare“.
Ci sta anche in filino di autocritica? Con Sinner sì, sempre e con il candore die grandi. “Ho alcuni punti su cui devo crescere se voglio andare lontano allo Us Open. Quali? Il servizio e la percentuale di prime, lavoreremo molto su quello”. Perché è vero: non è importante se cadi, ma come ti rialzi. E Sinner, pur giovanissimo, già lo sa.
La definizione di campione.




