I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 2 settembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 2 settembre 2025.
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FIORLETTA – BERRETTA

Non tutte le rivoluzioni fanno rumore. Alcune cambiano il mondo con il passo lento ma deciso delle cose giuste. È il caso di Ferentino, dove un bene confiscato alle mafie è stato restituito alla comunità trasformandosi nel “Villaggio ZeroCento”: un’oasi di cura, accoglienza e dignità, dove un tempo c’era solo silenzio, paura e omertà. (Leggi qui: Il Villaggio di Ferentino che riconsegna l’Italia a se stessa).
È la vittoria della buona politica, quella che non cerca il riflettore ma accende la luce dove c’è bisogno. A guidarla in questa operazione di recupero e rigenerazione, con determinazione sono stati il sindaco Piergianni Fiorletta ed il consigliere comunale Maurizio Berretta. Insieme hanno fatto quello che troppi amministratori si limitano ad auspicare nei convegni: trasformare un simbolo del malaffare in un presidio del bene comune.
Il Villaggio ZeroCento – gestito dalla Cooperativa Nuove Risposte – non è solo un progetto sociale. È una dichiarazione di guerra culturale a tutto ciò che la criminalità organizzata rappresenta: l’appropriazione indebita di spazi, di storie, di futuro. Con tre strutture dedicate ad Alzheimer, fragilità e genitorialità, questo villaggio è un piccolo miracolo laico: dove prima c’era controllo criminale, oggi c’è cura della persona.
La nuova visione

Ma sarebbe riduttivo leggere questo intervento solo nella chiave del riuso dei beni confiscati. A Ferentino c’è una visione. C’è l’idea che la legalità non sia solo un obbligo, ma una scelta quotidiana. Che la lotta alle mafie si faccia anche – e soprattutto – con la bellezza, con l’inclusione, con i servizi che arrivano prima dei clan.
Fiorletta e Berretta non hanno solo vinto un bando. Hanno dato un esempio. Hanno dimostrato che la politica locale può essere più forte del cinismo, più concreta della retorica, più incisiva dell’indifferenza.
Con questa operazione Ferentino ci ricorda che la vera emergenza è rimanere a fare nulla. E che la vera risposta sta nei gesti semplici, nelle scelte giuste, nei luoghi che tornano vivi. Da giovedì 11 settembre, in quella casa tolta alle mafie, vivrà di nuovo una comunità. E questo, sì, è un piccolo, grande trionfo.
Ls rivoluzione gentile di Ferentino.
PASQUALE CIACCIARELLI

Non hanno preteso medaglie, non hanno reclamato trionfi romani con tanto di marcia in parata. Semplicemente, finita l’ondata di caldo, hanno sfilato la mimetica gialla e gli anfibi e sono tornati alla loro vita di tutti i giorni. Completamente diversa da quella vissuta per un’intera estate: quando il termometro ha toccato il cielo, l’aria si è riempita di cenere e le fiamme divoravano boschi, colline, campagne. L’esercito dei volontari della Protezione Civile del Lazio quest’estate – fra roghi, emergenze giubilari e caldo africano – ha fatto qualcosa di più di spegnere incendi: ha tenuto in piedi una Regione.
I numeri parlano chiaro. Oltre 2.000 incendi, di cui circa 480 boschivi, gestiti in pochi mesi. 5.000 squadre di volontari impegnate, 20.000 giornate/uomo di attività sul campo. 700 mezzi a terra, 7 elicotteri in volo per quasi 1.000 ore di sorvoli a bassa quota. Se non è un fronte di guerra, poco ci manca.
Quantità ma qualità

Ma la notizia non è solo nella quantità è nella qualità dell’organizzazione. Senza abusare di selfie in maniche di camicia, da quest’anno alla guida della protezione Civile del Lazio c’è l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli. Ha messo mano ad una macchina spesso data per scontata, facendola funzionare con metodo, prontezza e – dettaglio non banale – risorse. Rischiando molto sul piano politico: quella struttura fino al giorno prima era direttamente nelle mani del Governatore Francesco Rocca. E se qualunque cosa non gli fosse garbata o sembrata messa nel verso giusto si sarebbe potuto riprendere tutto con una semplice firma su un foglio.
Nel Lazio, oggi, un incendio viene segnalato, localizzato e aggredito con una rapidità che è il frutto di una cabina di regia ben costruita. Dietro c’è la Sala Operativa Regionale, il cuore pulsante che smista allarmi e coordina interventi. Attorno, i volontari dei gruppi locali, i piloti, i tecnici, gli operatori della prima ora. Un sistema che non è più tappabuchi, ma modello operativo.

E non è finita. Come ha ricordato Ciacciarelli, questa campagna AIB 2025 ha dovuto fare i conti con un impegno aggiuntivo: il Giubileo dei Giovani, con l’enorme macchina logistica di Tor Vergata. Gli stessi uomini e donne che hanno domato i roghi, hanno allestito, coordinato e gestito l’accoglienza per migliaia di pellegrini. La dimostrazione plastica che il volontariato non è “tempo perso”, ma è capitale sociale e civile di prima grandezza.
Perché le fiamme possono anche bruciare gli alberi. Ma il senso civico – se coltivato – non si lascia incenerire.
Il cuore oltre le fiamme.
GUIDO D’AMICO

C’è un’Italia che non si limita a raccontare il futuro, ma lo prende per mano e lo porta in giro per il mondo. È quella che Confimprese Italia, guidata da Guido D’Amico, ha portato all’Expo di Osaka. Non con l’intento di mostrare l’ennesima vetrina nostalgica del Made in Italy ma con la volontà concreta di scrivere un nuovo capitolo dell’internazionalizzazione italiana, dove la parola chiave è una: giovani. (Leggi qui: Il Made in Italy punta a Est: da Osaka il Patto Euroasiatico firmato Confimprese).
In un contesto che troppo spesso profuma di naftalina e si accontenta di celebrare il passato, D’Amico ha avuto l’ardire di cambiare spartito, portando all’evento planetario del Giappone qualcosa che nessuno – tra le mille delegazioni italiane passate da lì – aveva ancora avuto il coraggio di proporre: una visione generazionale dell’impresa. Un palcoscenico per le nuove leve, le startup, gli innovatori, i cervelli che restano e quelli che ritornano.
Il forum dedicato ai giovani imprenditori è stato un atto politico nel senso più alto: quello che crea spazio, apre porte, sfida lo status quo. Non un contentino per i “ragazzi”, ma un riconoscimento della loro centralità in un mercato globale che cambia a velocità cinese. In un mondo con i capelli bianchi, Confimprese Italia ha scelto l’età del coraggio.
Senza gli occhiali di Yalta

E poi c’è il “Patto per il Mercato Euroasiatico”: un’idea strategica, strutturata, che guarda al futuro con l’intelligenza della geopolitica e la concretezza delle imprese. Scambi, investimenti, tecnologia, reti globali. Non più la solita diplomazia dell’occasionale photo-op, ma un progetto con fondamenta, contenuti e visione industriale.
D’Amico ha colto il segno dei tempi: l’Asia non è più solo un mercato da penetrare ma un partner con cui costruire ponti veri. E per farlo, ha messo insieme accademia, impresa, territori. Un modello che ha il sapore delle cose fatte bene, e non delle improvvisazioni da passerella.
Mentre a casa si discute ancora se il futuro si declina al singolare o al plurale, Guido D’Amico e la sua squadra lo hanno declinato al presente, in giapponese. Hanno detto che il Made in Italy non è un santino da incorniciare, ma una promessa da mantenere, soprattutto per chi oggi ha meno di quarant’anni e ha deciso di restare, innovare, competere.
A Osaka non si è celebrato solo l’orgoglio nazionale. Si è alzato il sipario su un’Italia che non ha paura di cambiare passo, che osa e che investe sul talento giovane. Il che è la cosa più rivoluzionaria che potesse accadere.
Se il futuro parte da Osaka (e ha meno di 40 anni).
FLOP
GISELLA CARDIA

La vicenda della pseudo-veggente di Trevignano Romano è molto più di una truffa da rotocalco. È un termometro sociale, un campanello d’allarme spirituale, e un monito civile. Quella che sulla carta sembra una semplice inchiesta per truffa – statuette che lacrimano, cataclismi annunciati, Madonne affamate di donazioni – è in realtà una sofisticata operazione di abuso della credulità popolare, alimentata da un cocktail micidiale: ignoranza, disperazione e silenzi istituzionali.
La procura di Civitavecchia ha chiuso le indagini su Gisella Cardia e suo marito Gianni. L’accusa è chiara: avrebbero tratto profitto dal dolore, dalla fede, dalla paura. Avrebbero millantato apparizioni celesti per convincere i fedeli a versare oltre 365 mila euro, senza che un centesimo risultasse destinato alle opere benefiche previste dallo statuto dell’associazione religiosa. A quanto pare, Gesù trasudava e la Madonna moltiplicava la pizza. Ma i veri miracoli erano bancari.
Eppure la questione va ben oltre i numeri e le prove penali. È la fotografia di un tempo in cui la fragilità collettiva ha smesso di cercare risposte nella ragione, per rifugiarsi in teatrini messianici dove la Madonna appare su richiesta e predice sciagure per spingere a donare.
Colpa del vuoto interiore

Non è colpa dei fedeli, è colpa del vuoto. Un vuoto lasciato dalle istituzioni culturali, da certa stampa priva di spirito critico, e persino da pezzi della Chiesa, che per troppo tempo hanno strizzato l’occhio, tollerato, perfino benedetto.
La diocesi ha riconosciuto ex post il carattere non soprannaturale delle apparizioni. Ma per anni il fenomeno ha goduto di una zona grigia, di un avallo tacito che ha contribuito a renderlo credibile. E quando l’autorità spirituale vacilla, quando il discrimine tra fede e spettacolo si fa liquido, allora il confine tra preghiera e marketing evapora. Il danno è doppio: alla fede autentica e alla coscienza civile. Perché chi si approfitta della spiritualità altrui non ruba solo soldi: ruba speranza, fiducia, senso. Trasforma la religione in fiction. E i fedeli in spettatori manipolabili.
Chi ha creduto, chi ha donato, chi ha sperato nel miracolo, non deve essere deriso. Deve essere compreso. Ma chi ha orchestrato la farsa deve essere chiamato a rispondere. Perché in un’epoca di crisi spirituale e sociale, non possiamo permettere che la nuova frontiera del crimine sia il pulpito. La Madonna, quella vera, non chiede bonifici.
“I miracoli in saldo e il marketing del sacro”



