I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 23 dicembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 23 dicembre 2025.
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ROCCA – GUALTIERI
C’è un momento, nella lunga e accidentata storia della linea C della metropolitana di Roma, in cui la politica smette di fare a pugni con se stessa e decide, finalmente, di fare conti. È il momento in cui la Regione Lazio stanzia 50 milioni di euro e mette al riparo l’opera da un nuovo, potenzialmente fatale, stop. Non una svolta epocale, ma un atto di razionalità istituzionale che, in Italia, ha sempre il sapore dell’eccezione. Che a Roma non è un’eccezione: a parti invertite, il sindaco Roberto Gualtieri nei mesi scorsi aveva destinato alla Roma-Lido (gestita dalla società Cotral della Regione Lazio) sette treni Hitachi destinati originariamente alla linea B.
La notizia arriva a sorpresa ma non per caso. È il punto di caduta di una pressione politica che ha attraversato il Senato, il Campidoglio, i parlamentari romani di ogni colore. Quando un’infrastruttura strategica rischia di inciampare per l’ennesima volta su un vuoto di bilancio, la domanda non è più chi abbia ragione ma chi si assuma la responsabilità di evitare il danno.
Il segnale di Rocca e Righini

La Regione lo ha fatto. Attingendo a un avanzo di cassa consistente, quasi mezzo miliardo, e scegliendo di destinare una quota a Roma Capitale per consentire al Comune di rimettere in asse il finanziamento originario della Metro C. Un gesto che ha un valore politico preciso: riconoscere che la linea C non è una questione locale ma un nodo strutturale del sistema di mobilità dell’area metropolitana.
Il paradosso, semmai, sta nel contesto. Solo poche settimane fa il Ministero dei Trasporti aveva accantonato 50 milioni, mettendo a rischio la tratta T1. Poi il via libera ai cantieri, anche senza copertura piena. Infine l’intervento della Regione. Una sequenza che racconta molto del modo italiano di governare le grandi opere: si procede per strappi, si rattoppa, si corregge in corsa.
Eppure, questa volta, il rattoppo è solido. I fondi regionali salvano opere considerate essenziali dai tecnici: il parcheggio di scambio alla Farnesina, il nodo di interconnessione a piazzale Clodio. Dettagli solo in apparenza. Perché senza quelle infrastrutture, la linea C rischierebbe di arrivare a destinazione zoppa.
Il segnale meno visibile

C’è anche una dimensione politica meno visibile ma non meno rilevante. La Regione guidata da Francesco Rocca, espressione di un centrodestra spesso accusato di distrazione verso Roma, rivendica un’attenzione concreta: il tpl rifinanziato, il biglietto Atac congelato, il piano per la qualità dell’aria rivisto. E ora la Metro C.
Il sindaco Roberto Gualtieri ringrazia ma avverte: non basta. Senza un ripensamento dei tagli governativi, la manutenzione e la qualità del servizio restano esposte. È un richiamo che va oltre la contingenza. La metropolitana non è un’opera da inaugurare, è un sistema da sostenere nel tempo.
Intanto i cantieri si avvicinano. Le stazioni nel cuore storico della città, i lavori a Prati, l’approdo a Ponte Milvio. Roma, ancora una volta, promette di muoversi. E questa volta lo fa perché, almeno per un tratto, le istituzioni hanno scelto di remare nella stessa direzione.
Dialogo istituzionale.
TELEFONO ROSA

Ci sono numeri che fanno rumore e storie che fanno silenzio. Il lavoro di Telefono Rosa, celebrato ieri al Fornaci Village con l’assegnazione dei titoli di Ambasciatore 2025, tiene insieme entrambe le cose. I numeri dicono che, solo quest’anno, è emerso in media un caso al giorno di violenza o abuso. E che uno ogni due giorni ha trovato il coraggio di diventare denuncia. Le storie raccontano molto di più.
Telefono Rosa è stata la prima associazione del genere in provincia di Frosinone. Quando è nata, parlare di violenza domestica era quasi un tabù. Oggi non lo è più. Non perché il problema sia scomparso, ma perché qualcuno ha lavorato, con pazienza e ostinazione, per togliere il velo. Il vero risultato non è solo l’assistenza alle vittime. È la trasformazione culturale: aver messo una comunità nelle condizioni di aprire gli occhi, di riconoscere i segnali, di smontare pezzo dopo pezzo una mentalità patriarcale che qui era endemica.
Il messaggio tra le righe

Ma scorrendo l’elenco degli Ambasciatori 2025 si coglie il messaggio più forte. Telefono Rosa non premia solo chi combatte il male. Premia chi costruisce il bene. Punta sul “bello”, e non è una scelta ingenua. È una scelta politica nel senso più alto.
C’è il gruppo Ultras del Frosinone Calcio che porta in giro per l’Italia un’idea di tifo capace di farsi comunità. C’è il ricordo ostinato di Serena Mollicone, la liceale uccisa nel 2001, la cui storia chiede ancora verità e giustizia. C’è il lavoro silenzioso delle scuole, dei dopolavoro, delle associazioni che ogni giorno educano, includono, proteggono.
Il segnale è chiaro: questa provincia non è solo cronaca nera, non è solo ciò che non funziona. È anche – e forse soprattutto – un tessuto di persone che resistono, che costruiscono, che scelgono di stare dalla parte giusta.
Telefono Rosa lo ha capito prima di molti. Ha combattuto la violenza dando voce alle vittime ma anche indicando una strada diversa: raccontare e valorizzare le cose belle. Perché solo così, alla lunga, il brutto perde terreno.
Aiutateci ad aiutarvi.
FABIO TAGLIAFERRI

Alcuni elogi scivolano via come formule di circostanza mentre altri pesano perché arrivano nel punto giusto e nel momento giusto. Come quello pronunciato nelle ore scorse dal ministro della Cultura Alessandro Giuli sulla partecipata ALeS SpA e sul suo presidente Fabio Tagliaferri, ex vicesindaco di Frosinone. Perché non celebra solo i numeri ma un metodo.
Il ministro Giuli ha parlato di successo «straordinario». Ma ha fatto subito una precisazione decisiva: non siamo davanti a una fredda sequenza di bilanci in ordine, bensì alla prova che una struttura pubblica può funzionare, crescere e restare fedele alla propria missione. Detto in altri termini: che lo Stato, quando vuole, sa essere moderno senza snaturarsi.
La crescita di ALeS

Sotto la presidenza Tagliaferri, ALeS ha visto crescere fatturato e utili fino a livelli mai raggiunti prima, con un’accelerazione particolarmente significativa negli ultimi due anni. Quei numeri raccontano una storia più ampia: la trasformazione di una società in house in uno strumento strategico, capace di tradurre indirizzi politici in scelte operative concrete.
Ales oggi non è soltanto un supporto tecnico del Ministero. È un perno. Dalla tutela del patrimonio archeologico e monumentale ai progetti che portano la cultura fuori dai luoghi canonici, l’azienda ha dimostrato di saper coniugare rigore gestionale e visione culturale. Due parole che raramente convivono senza conflitto.
Emblematico è il capitolo Art Bonus. Oltre 51.000 erogazioni, quasi 7.900 progetti sostenuti. Numeri che raccontano un rapporto virtuoso tra pubblico e privato, dove Ales ha svolto il ruolo più difficile: quello del garante. Non protagonista, ma facilitatore affidabile. Tagliaferri ed il suo team hanno creato le condizioni per poter dire che la cultura può essere un fattore di crescita civile ed economica se è guidata con visione.
Elogio ministeriale.
FLOP
ENRICO VARRIALE

C’è una differenza che rende questa vicenda più grave delle altre. Non riguarda il codice penale ma il peso pubblico di chi commette il reato. Quando a essere condannato è un volto noto, una figura riconoscibile, il danno non si ferma alla vittima. Si allarga.
La nuova condanna di Enrico Varriale arriva dopo mesi, dopo una prima sentenza, dopo un dibattito che qualcuno aveva già archiviato come “caso chiuso”. Non lo era. E non lo è oggi. Uno schiaffo, le minacce, la paura raccontata da una donna che ha trovato il coraggio di denunciare. Ancora una volta.
Qui non serve discutere cavilli giuridici o anticipare le motivazioni d’appello. C’è una sentenza, e va rispettata. Ma c’è soprattutto un dato che interpella la coscienza collettiva: quando chi ha visibilità pubblica usa la violenza, il messaggio che passa è doppiamente tossico. Perché la notorietà non è neutra. Amplifica. Normalizza. Talvolta legittima.
La responsabilità in più

Le persone famose non sono colpevoli per definizione, né devono essere giudicate più severamente dei cittadini comuni. Ma hanno una responsabilità in più: sanno di essere osservate, imitate, prese a modello. E quando sbagliano, lo sbaglio pesa di più. Non per vendetta morale, ma per l’effetto che produce.
Il racconto della donna in aula è crudo, diretto, senza retorica. Uno schiaffo, una caduta, una porta chiusa a chiave, una voce al telefono che minaccia. È la cronaca di una violenza che non ha bisogno di essere “spettacolarizzata” per essere credibile. Ed è proprio questo che dovrebbe fermare ogni tentativo di minimizzazione. Il tribunale ha escluso lo stalking ma riconosciuto le minacce. Non è un’assoluzione morale, né una zona grigia. È una condanna. E come tale va letta, soprattutto da chi ha passato anni davanti a una telecamera, raccontando lo sport, il confronto, il fair play.
Perché la violenza, anche quando non uccide, lascia segni. E quando arriva da chi è pubblico, quei segni rischiano di diventare esempio. È per questo che casi come questo non vanno archiviati in fretta. Non per gogna ma per responsabilità. Per ricordare che la notorietà non attenua le colpe. Le rende più visibili. E quindi più pericolose.
Televisivamente pericoloso.



