I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 26 maggio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 26 maggio 2026.
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CLAUDIO FAZZONE

Il talento è una qualità rara nella politica italiana: forse la più rara di tutte. Non si insegna nelle scuole di Partito, non si acquisisce con i corsi di leadership. Claudio Fazzone, senatore, coordinatore regionale di Forza Italia nel Lazio e uno dei pilastri nazionali dell’organizzazione territoriale del Partito, quella qualità ce l’ha nel sangue: ha la capacità di guardare una persona e capire cosa può diventare. E i risultati lo dimostrano con una precisione che non ammette smentite. Ultimo in ordine di tempo, la scelta di candidare sindaco di Fondi Vincenzo Carnevale, eletto ieri con quasi 14mila voti e poco meno del 63% di consenso al primo turno.
Lo ha scelto, lo ha messo alla prova, lo ha fatto crescere poco alla volta, fino ad accompagnarlo alla vicepresidenza della Provincia di Latina ed affiancarlo come vice al sindaco Beniamino Maschietto. E ieri la consacrazione finale.
Il talent scout

Non è che l’ultimo caso. Prima di lui Cosmo Mitrano: lo ha incontrato come responsabile finanziario del Comune di Fondi. Lo ha lanciato. Mitrano è diventato sindaco di Gaeta per due volte e poi consigliere regionale. Gianluca Taddeo: sindaco di Formia, è stato scoperto e promosso da Fazzone. Pinuccio Simeone: due volte consigliere regionale del Lazio, oggi alla guida di ASTRAL. Andrea Di Biase: sindaco di Itri, altro nome che porta la sua firma. Salvatore De Meo: due mandati da sindaco di Fondi – la sua città, quella che amministra da trent’anni ininterrotti con sindaci azzurri – e poi il lancio al Parlamento Europeo.
Non è un curriculum — è un sistema di scoperta del talento che funziona con la coerenza di un metodo collaudato. Fazzone non sceglie le facce conosciute o i nomi che circolano nei salotti. Sceglie le persone che sa leggere — quelle che hanno la sostanza prima ancora di avere la forma. E poi le costruisce, le protegge, le lancia quando è il momento giusto.
Coriaceo per natura

La sua è una forma di reazione naturale. Come chi, da piccolo, non ha mai avuto un giocattolo ed una volta adulto ne sommerge i figli. Perché Claudio Fazzone non ha avuto un esordio facile: la sua è una storia di resistenza tenace. Nel 1993 Forza Italia investì su di lui: speranze zero, considerato che si trovava su un campo dominato da totem viventi come Paride Martella ed Ajmone Finestra, circondato da Comuni governati quasi esclusivamente da sindaci post-comunisti. E come se non bastasse, le figure con cui confrontarsi erano due vecchi squali dai modi gentili che rispondevano ai nomi di Michele Forte e Vincenzo Zaccheo: gente che ha scolpito il suo nome nella politica territoriale.
Eppure, ad ogni elezione Fazzone faceva la differenza. Gli altri? Semplicemente oscurati. Il battesimo del fuoco non lo fece in difesa ma all’attacco: Forza Italia primo partito in provincia di Latina. Poi, vittoria su tutti i collegi alle politiche, record di preferenze alla Regione con 75mila voti al Partito ed oltre 25mila personali per lui, l’elezione al Senato fu il minimo sindacale. Con la forza di chi sa che il consenso si costruisce con le tattiche ma soprattutto con il radicamento: persone, fiducia, risultati concreti. Quello organizzato da Fazzone non è un Partito. È una chiesa.
Alti e bassi

Poi sono arrivati i veleni: quelli che nella politica italiana arrivano sempre, prima o poi, a chi conta davvero. L’inchiesta su Fondi, la richiesta di scioglimento per mafia, la scelta di imporre al sindaco dell’epoca di dimettersi per evitare il commissariamento (una decisione durissima ma inevitabile, che Fazzone ha preso sapendo che l’interessato non gliela avrebbe perdonata. Non gliela ha perdonata). Ma lo scioglimento è stato evitato. È il tipo di scelta che distingue un politico da un amministratore del consenso: sacrificare il rapporto personale per proteggere il territorio.
Qualche ammaccatura l’ha subita, più sul piano umano che politico. Ma mentre tutti i suoi avversari si sgretolano e i suoi competitor annaspano, lui è ancora lì — con il suo accordo che ha portato Forza Italia a governare la provincia di Latina insieme a Italia Viva, con la ricostruzione del centrodestra che aveva provato a metterlo ai margini, con Tajani che ha preferito trovare un modus vivendi invece di uno scontro che non avrebbe vinto.
C’è un episodio che racconta tutto. In presenza di Silvio Berlusconi, Fazzone ha ricevuto un’ovazione più ampia del suo leader. Non è un aneddoto: è la misura di un consenso personale che va oltre il Partito, oltre il simbolo, oltre ogni struttura organizzativa. Ruvido ma efficace. I risultati dicono che non sbaglia.
Re Mida.
VINCENZO DE LUCA

La democrazia italiana produce con una certa regolarità una tipologia di politico: quello che non ha bisogno del Partito perché è lui stesso il Partito. Vincenzo De Luca ne è l’esemplare più compiuto. Settantasette anni, quinto mandato da sindaco di Salerno, campagna elettorale senza comizi e senza confronti televisivi: perché perdere tempo con gli avversari quando si aspetta un plebiscito? Il 57,2% ha confermato che l’attesa era giustificata.
Il paradosso di questa vittoria è nel modo in cui è stata ottenuta: senza il PD, anzi nonostante il PD. Il Partito che in Campania è guidato a livello regionale da Piero De Luca – figlio del neo sindaco – non è pervenuto sulla scheda elettorale. Schlein ha citato Avellino nei suoi commenti post-voto. Salerno no. L’unico dem a parlare è stato Bonaccini, che con De Luca ha un debito di riconoscenza e una franchezza rara: «Nel momento in cui ti votano i cittadini della tua comunità, o sbagliano tutti a votare o percepiscono che sei un grande amministratore».
Pregi e difetti

Il punto è esattamente questo. De Luca vince perché i salernitani lo conoscono: i suoi pregi e i suoi difetti, la sua ferocia amministrativa, i suoi monologhi televisivi, il suo personalismo senza filtri. Ai tempi del Partito Comunista lo chiamavano Pol Pot, come il feroce dittatore cambogiano, per sottolinearne la risolutezza. Lo votano non perché ignorino questi aspetti, ma perché li valutano nell’insieme e decidono che vale la pena confermarlo. È democrazia, quella diretta, concreta, fatta di marciapiedi e lampioni, non di narrazioni nazionali.
La ricreazione, come dice lui, è finita. Adesso tocca alla realtà.
Il ritorno di Pol Pot.
FLOP
FRANCESCA GERARDI

Esiste un tipo di parabola politica che la storia italiana conosce bene: quella di chi sale in fretta, grazie a un’onda più grande di sé, e poi rimane lì, immobile, convinto che quell’onda torni. E invece il mare si ritira. Francesca Gerardi è una di queste storie. E lo spoglio di Pontecorvo ha scritto l’ultimo capitolo con una crudeltà che i numeri sanno esercitare meglio di qualsiasi analisi.
Terzultima per preferenze nella lista del sindaco Anselmo Rotondo: quello stesso sindaco con cui aveva scelto di correre dopo l’uscita dalla Lega. Risultato finale, meno del 3% dei consensi. Non eletta. In un comune che è casa sua, che l’aveva lanciata, che le aveva dato i primi voti con cui era arrivata fino a Montecitorio.
L’onda
La storia di Gerardi comincia esattamente da qui, da Pontecorvo e dal Consiglio comunale che l’aveva vista crescere come dirigente locale della Lega. Poi era arrivata l’onda, quella straordinaria stagione del 2018 in cui il Carroccio aveva eletto quasi più deputati di quanti ne avesse candidati. E Gerardi era finita a Montecitorio sulla spinta di un consenso che era più del partito che suo. A Roma aveva fatto la parlamentare con il piglio di chi conosce il territorio: battaglie sui rifiuti in provincia di Frosinone, scontri interni alla Lega che raccontavano una donna che non accettava di stare zitta, tensioni con i colleghi che si trasformavano in chat infuocate nei gruppi parlamentari.

Il problema era che quella presenza nazionale non si era tradotta in un radicamento territoriale capace di sopravvivere all’onda che l’aveva portata in alto. Quando la Lega è tornata ai suoi numeri ordinari, Gerardi non era stata riconfermata. E il ritorno al territorio, quella mossa che in politica si chiama «tornare alle origini» ma che spesso nasconde l’assenza di alternative, ha rivelato quanto fosse fragile il consenso personale al di là del simbolo leghista.
La candidatura nella lista di Rotondo sembrava una seconda chance. In realtà era già la spia di un problema: chi ha un consenso autonomo e radicato non ha bisogno di appoggiarsi a coalizioni civiche di centrodestra che includono di tutto. Ci va chi ha bisogno di coprire la propria debolezza con la forza altrui.
I voti di Pontecorvo hanno detto la verità più scomoda: meno del 3%, terzultima, non eletta. Il territorio che l’aveva lanciata non la riconosce più come sua. Rimane la figura di una donna che ha avuto il suo momento – intenso, combattivo, reale – e non ha saputo o potuto costruirci sopra qualcosa di duraturo. È la legge più implacabile della politica: le onde portano in alto. Ma poi si ritirano. E quello che resta sulla riva è solo ciò che si è costruito nel tempo.
Il tramonto di un astro.
ELLY SCHLEIN

Il referendum sulla Giustizia aveva convinto molti nel centrosinistra che qualcosa si fosse rotto definitivamente nel rapporto tra il governo Meloni e il Paese. La vittoria del No sembrava il segnale di una marea che si stava girando e Venezia, uno dei pochi bastioni veneti ad aver resistito al centrodestra, era indicata come la città simbolo di quel cambiamento. Le urne di ieri hanno raccontato un’altra storia.
Simone Venturini – giovane assessore di orientamento democristiano, candidato dal centrodestra quasi per disperazione dopo il rifiuto di Luca Zaia – vince a Venezia nonostante tutte le premesse fossero sfavorevoli: candidatura di ripiego, polemiche sulla Biennale, vento referendario contrario. Eppure i cittadini veneziani hanno scelto lui. Non perché ignorassero le polemiche nazionali ma perché Venturini per dieci anni aveva lavorato nelle calli, occupandosi di lavoro e turismo con una presenza che le prime pagine dei giornali nazionali non avevano mai riportato ma che la città conosceva.
Lezione antica

È la lezione più antica della democrazia locale: le battaglie nazionali non si trasferiscono automaticamente nei comuni. Il voto amministrativo misura la fiducia concreta nelle persone, non l’umore generale verso il Governo. E quando il centrosinistra confonde le due cose – quando va al voto convinto che le polemiche sul Ponte sullo Stretto indeboliscano Cannizzaro a Reggio Calabria, o che le vicende della Biennale tolgano voti a Venturini – il risultato è quello di ieri: sconfitta pesante, percentuali vicine al 70% per l’avversario.
Il quadro generale — con il centrosinistra che tiene a Mantova, Prato, Pistoia, mentre il centrodestra vince dove più contava vincere — dice che i rapporti di forza tra i due campi non sono cambiati. Per il centrodestra è un sollievo dopo il referendum. Per il centrosinistra è una conferma che il voto referendario non si traduce automaticamente in consenso elettorale. E Vannacci a Vigevano oltre il 14% dice che qualcosa a destra si sta spostando. Ma questa è un’altra storia, da leggere tra due settimane.
Le urne correggono il referendum.



