I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 27 gennaio 2026.
*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 27 gennaio 2026.
*
TOP
PAOLO FALLONE

In politica non è consueto dire la verità su come stanno le cose. Soprattutto quando la verità non assegna tutto il merito a chi, legittimamente, oggi taglia il nastro. Paolo Fallone, sindaco di San Giovanni Incarico, ieri ha deciso di farlo: dire la verità su un percorso dove ci ha messo molto del suo ma che non è solo merito suo.
Dopo nove anni di attese, carte, passaggi istituzionali, cambi di governance e qualche trappola burocratica degna di un romanzo kafkiano, a San Giovanni Incarico parte finalmente il cantiere della rotatoria sulla SR82. Un’opera che non è un vezzo urbanistico ma una questione di sicurezza, su un incrocio che da troppo tempo fa paura a chi lo attraversa ogni giorno.
Fallone avrebbe potuto fare come tanti: intestarsi il risultato, archiviare il passato, mettere una bandierina politica sul cemento fresco. Invece no. Ha fatto l’opposto. Ha ricostruito la storia, nome per nome, passaggio per passaggio, riconoscendo il lavoro di chi c’era prima, di chi è subentrato dopo, di chi ha cambiato ruolo, colore politico, incarico.
L’anti slogan

Oggi la politica vive di slogan corti e memorie cortissime. Invece, il sindaco ha rivendicato una cosa rivoluzionaria: la continuità amministrativa come valore. Cioè viene prima l’istituzione e poi gli uomini che la governano. Dal Cosilam di Mario Abbruzzese a Marco Delle Cese, da Francesco De Angelis a Nicola Zingaretti, fino al presidente della Regione Francesco Rocca, al commissario del Consorzio Industriale Raffaele Trequattrini ed in particolare all’assessore Giancarlo Righini, chiamato a sciogliere l’ultimo nodo quando un cavillo stava per far saltare tutto.
Nessuna furbizia, nessun “era tutto fermo e l’ho sbloccato io”. Solo una frase che dovrebbe stare incisa nei municipi: “La politica non deve cavalcare il consenso, ma riconoscere il merito”. È così che un’opera pubblica smette di essere propaganda e diventa bene comune.
Fallone ha ricordato anche chi spesso resta invisibile: i tecnici, gli uffici, i funzionari. Senza di loro, la politica resta un annuncio. Con loro, diventa realtà. E ha ringraziato le sue amministrazioni, quella di ieri e quella di oggi, senza riscrivere la storia per convenienza.
L’onestà intellettuale.
LE ECCELLENZE SILENZIOSE

Sotto le volte antiche di Fossanova, ieri non sono sfilati solo nomi, loghi e targhe. È salita sul palco la vera ossatura economica del Basso Lazio: quella che non fa rumore, non chiede riflettori ma da decenni tiene in piedi il territorio rimboccandosi le maniche ogni mattina.
Il Premio Impresa 2025 bandito dalla Camera di Commercio di Frosinone e Latina guidata dal presidente Giovanni Acampora, al netto delle categorie e delle classifiche, ha raccontato una verità semplice e potente: l’economia locale non vive di miracoli improvvisi ma di continuità ostinata. Di imprese che innovano senza perdere l’anima, che esportano restando radicate, che passano di mano in mano senza smarrire identità. Non c’è storytelling: c’è carne viva del Sud Lazio.
La capacità di resistere

Start up, ma anche innovazione, sostenibilità, internazionalizzazione. Tutte parole giuste. Ma il filo rosso che ha legato le 54 realtà premiate è stato un altro: la capacità di durare. Durare nei cicli economici, nel boom e nella crisi, nei cambi di mercato, nei passaggi generazionali. Durare mentre intorno cambiava tutto.
A Fossanova c’era la chimica verde accanto alla pizzeria storica. L’ingegneria avanzata accanto alla bottega artigiana. L’azienda agricola accanto alla clinica, il porto turistico accanto alla radio locale. Un mosaico vero, non costruito a tavolino, che spiega meglio di mille convegni perché questo territorio, nonostante tutto, non si è mai arreso.
In sala non c’erano solo imprenditori: c’erano famiglie, storie, sacrifici silenziosi. Gente che non ha mai aspettato il vento giusto, ma ha imparato a navigare anche controcorrente. Quella parte d’Italia che non chiude, non delocalizza per moda, non scappa. Il messaggio più forte, forse, è arrivato dalla sezione dedicata alla longevità: imprese nate negli anni Settanta o prima, ancora lì, vive, capaci di parlare ai giovani senza tradire il passato. Altro che nostalgia: è futuro che cammina sulle spalle del lavoro fatto bene.
Il premio alla tenacia.
FLOP
FABRIZIO CORONA

Informazione e voyeurismo non sono la stessa cosa. Esattamente come c’è nulla da spartire tra Diritto di Cronaca e profitto costruito sull’umiliazione altrui. Il Tribunale di Milano, fermando Fabrizio Corona e imponendogli di cancellare i contenuti contro Alfonso Signorini, non ha messo alcun bavaglio: ha semplicemente ricordato che la libertà di parola non è libertà di linciaggio .
La sentenza delle ore scorse dice una cosa semplice, quasi banale, ma evidentemente necessaria: Falsissimo non è informazione. È un format che vive di “pruriginosa morbosità”, di allusioni, di accuse senza prove, di insinuazioni lanciate come molotov e poi monetizzate a colpi di visualizzazioni. Altro che controinformazione: qui siamo al reality dell’odio, dove la verità è un optional e l’indignazione un algoritmo.
Il punto, però, va oltre Corona e Signorini. Perché questa storia parla soprattutto di noi. Del pubblico che clicca, condivide, commenta, applaude. Dei social che trasformano il sospetto in sentenza e il pettegolezzo in tribunale popolare. Una folla digitale che chiede sangue narrativo, possibilmente fresco, possibilmente scandaloso, possibilmente senza verifiche.
Non è cronaca ma fango

Il giudice lo scrive nero su bianco: senza verità, pertinenza e continenza non c’è cronaca. C’è solo fango. E il fango, sui social, corre più veloce di qualsiasi rettifica. Il problema non è la critica ma la sua caricatura tossica. Non è la denuncia ma la diffamazione travestita da coraggio.
Corona rilancia, cambia bersaglio, alza il volume. È il copione di sempre: quando ti fermano, urli alla censura. Ma qui non c’è censura. C’è un limite. Ed è un limite sano.
Forse è arrivato il momento di dirlo senza ipocrisie: i social non sono una zona franca dell’etica. E chi li usa come clava, prima o poi, trova un giudice che gliela toglie di mano. Non per zittirlo. Ma per ricordargli che la dignità non è un’opinione.
No alla libertà di diffamazione.
GLI SMEMORATI DELLA SHOAH

Esiste una differenza sottile ma sostanziale tra raccontare una storia e riscrivere la Storia. Ed è proprio su quel crinale che inciampa la fiction Rai Morbo K, finendo al centro di una polemica che, alla vigilia della Giornata della Memoria, non poteva che farsi rovente.
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, parlando agli studenti insieme a Sami Modiano, ha messo il dito nella piaga: «Ho letto che in quella fiction i fascisti non si vedono. Ci sono solo i nazisti». Non una sfumatura ma una rimozione. E rimuovere, quando si parla di Shoah, non è mai un atto neutro.
La fiction in onda sulle reti Rai racconta il coraggio di medici straordinari del Fatebenefratelli, capaci di inventare una malattia per salvare vite. Una storia vera, potente, necessaria. Ma l’eroismo di pochi non può diventare l’alibi per assolvere il contesto. Perché se è vero che il rastrellamento del 16 ottobre 1943 fu materialmente eseguito dai nazisti, è altrettanto vero – ed è Storia, non opinione – che senza le leggi razziali del 1938, senza le liste compilate dal regime fascista, senza la collaborazione sistemica dello Stato di Mussolini, quel rastrellamento non sarebbe stato possibile.
La memoria riscritta

Il rischio, come ha spiegato lo storico Marcello Pezzetti, è quello di una memoria edulcorata, selettiva, rassicurante. Una memoria che celebra i giusti ma sfuma le responsabilità, trasformando i carnefici in comparse e i complici in ombre. Ma la Memoria non serve a sentirsi migliori: serve a capire quanto si può diventare peggiori.
Non è una guerra ideologica contro una fiction. È una richiesta di onestà narrativa. Perché raccontare la Shoah senza i fascisti significa raccontarla male. E raccontarla male, soprattutto davanti ai giovani, significa tradirne il senso più profondo.
La televisione pubblica ha il diritto di emozionare. Ma ha anche il dovere di non cancellare. Perché la Storia, quando la si addomestica, prima o poi presenta il conto. E non è mai leggero.
Lasciate la Storia alla Storia.



