Top e Flop, i protagonisti di martedì 29 luglio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 29 luglio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 29 luglio 2025.

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TOP

I MONACI DI MONTECASSINO

Foto © Tonino Bernardelli

È un luogo di silenzio e di preghiera, di meditazione di raccoglimento. Un posto segnato dal dolore e dal martirio di centinaia di anime innocenti: cercavano rifiugio dalla guerra stringendosi attorno al crocefisso di una chiesa, morirono durante il bombardamento alleato che rase al suolo Montecassino. È per questo che fa molto più rumore l’urlo lanciato ora dai monaci di quella comunità. Hanno scelto il rumore.

Non il frastuono sterile dei talk show, non la caciara dei social ma un suono antico, solenne e netto: quello delle campane “a distesa”. Hanno squarciato la notte e il silenzio. E hanno chiamato per nome una verità che si vorrebbe zittire: Gaza muore di fame.

I monaci non stanno zitti
dom Bernardo D’Onorio, abate ordinario emerito di Montecassino

Quella della comunità benedettina non è solo una preghiera. È una posizione. È la scelta di non stare zitti quando chiunque preferirebbe tacere. È il coraggio di ricordare che il Vangelo non è mai stato comodo, che il cristianesimo autentico non si limita ai paramenti, ma cammina tra le macerie, prende posizione, si sporca le mani. O le tende in segno di pace.

Il messaggio dell’abate dom Luca Fallica, insieme all’abate emerito dom Bernardo D’Onorio, ha la forza di un manifesto morale: “Gaza muore di fame, bisogna rompere il silenzio e disertare l’indifferenza”.

Il paragone con la notte di Pasqua non è solo simbolico. Il suono delle campane, in quella liturgia, annuncia la vita che vince la morte. E allora, da quella che fu la culla dell’Europa cristiana, oggi parte un suono che richiama all’umanità, prima ancora che alla fede.

Sulla scia di Pax Christi
Il reverendo dom Luca Antonio Fallica

Ogni parola rischia di essere travisata, la comunità monastica ha scelto il gesto. E lo ha fatto da Montecassino, non da un luogo qualsiasi. Da un’abbazia che ha visto le rovine della guerra e le ha ricostruite pietra su pietra, mattone dopo mattone. Da un luogo che porta nel suo dna il peso e la responsabilità della storia.

L’adesione all’iniziativa di Pax Christi e la condivisione della lettera firmata dal cardinale Zuppi e dal presidente della Comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz, sono atti di profonda coerenza spirituale. Non si tratta di tifare per una parte o per l’altra, ma di ricordare che il male è male, che la fame è fame, e che il dolore dei bambini a Gaza pesa quanto quello dei bambini ovunque nel mondo.

In un’Italia dove si rischia di fare carriera restando prudenti, i monaci di Montecassino hanno suonato forte. E hanno detto che la fede, se non è anche scelta civile, è solo ritualità spenta. Che la pace non si invoca a parole se non si è disposti a pagarne il prezzo. Hanno ricordato che, in mezzo al frastuono dell’ingiustizia, la voce della coscienza può ancora farsi sentire. Basta volerla ascoltare.

Le campane di Montecassino e il coraggio del Vangelo.

ANGELO PIZZUTELLI

Angelo Pizzutelli (Foto © Stefano Strani)

C’è un sottile legame ad unire il mondo della politica e quello dei prestigiatori. In entrambi, non è tanto importante quello che si vede ma ciò che si muove dietro le quinte. Angelo Pizzutelli, capogruppo dimissionario del Pd al Comune di Frosinone è oggi il protagonista involontario silenzioso del futuro del campo Progressista nel capoluogo ciociaro.

Le cronache di questi giorni – le cene, le esclusioni, i silenzi – raccontano che non ha bisogno di alzare la voce per entrare nell’agenda. E proprio per questo sta diventando centrale.

Federatore cercasi
Vincenzo Iacovissi ed Angelo Pizzutelli

Pizzutelli viene dalla tradizione socialista, che nel Lazio ha sempre avuto un rapporto complicato con il Partito Democratico. Proprio per questo si ritrova a poter essere un possibile federatore: qualcuno che può tenere insieme i cocci di una sinistra che, ad ogni passaggio elettorale, sembra più smarrita. È chiaro che abbia il profilo giusto per la candidatura a sindaco nel 2027. Ma è altrettanto evidente che non si tratta solo di una questione di “nomi”.

La partita si gioca sui rapporti di forza dentro e fuori il Pd. Sulla capacità di tenere il filo con i Socialisti di Gian Franco Schietroma, con i quali Pizzutelli ha sempre mantenuto il dialogo dopo vent’anni di gelo. Sull’abilità nel mantenere un ruolo interlocutorio anche con chi nel Partito ha fatto altre scelte. La sua assenza al tavolo con i consiglieri Pd Fabrizio Cristofari e Norberto Venturi nella cena organizzata dal presidente regionale del Partito Francesco De Angelis, racconta di una partita interna ma soprattutto di una leadership in attesa di legittimazione.

La partita del Congresso
Antonio Pompeo, Luca Fantini, Sara Battisti

Il punto è proprio questo: la partita oggi è quella sul Congresso provinciale del prossimo autunno. La candidatura a sindaco e quelle alle successive Provinciali e Regionali dipenderanno da lì: dagli equilibri che quel Congresso restituirà tra i blocchi di Area Dem (Francesco De Angelis), Rete Democratica (Sara Battisti e Luca Fantini), Energia Popolare (Antonio Pompeo), comitato Parte da Noi (Danilo Grossi, Umberto Zimarri).

Chiaro allora che il vero scopo degli incontri, delle cene, delle assenze di questi giorni sia solo il Congresso. Dal quale discenderà tutto il resto. E lanciare Pizzutelli oggi significa muovere le pedine per orientare il Congresso.

Angelo Pizzutelli (Foto © Massimo Scaccia)

Per questo Pizzutelli oggi aspetta e non si muove.Nel frattempo costruisce, lasciando sul piatto un profilo politico, una proposta, una prospettiva. Perché il Campo largo, se mai prenderà forma a Frosinone, dovrà passare da una figura capace di parlare alla città ed ai Partiti. Non solo ai capibastone ma anche ai votanti. Pizzutelli, tre anni fa, è stato il più votato del centrosinistra: non è un dettaglio. È un mandato popolare che oggi nessun altro nel Pd può vantare. E che potrebbe essere la chiave per ridare credibilità a un progetto largo e competitivo. Non a caso, già ieri Sara Battisti, Antonio Pompeo e Luca Fantini si sono afferettati a ribadire che da due anni indicano il nome di Pizzutelli come candidato ideale.

Ma se il Partito continuerà a giocare sugli equilibri tattici, potrebbe essere lui a passare oltre. Perché, insegnava la scuola Socialista, di tatticismo si muore. E allora il Campo largo rischierebbe di diventare solo un campo vuoto.

L’equilibrista del polo progressista

FLOP

PIERO BITETTI

Piero Bitetti (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

A Taranto il tempo si è fermato. Di nuovo. Lo ha fatto nel momento esatto in cui ieri il sindaco Piero Bitetti, eletto da meno di due mesi, ha posato la penna con cui firmava le sue dimissioni. Una rinuncia che arriva non per una sconfitta politica in senso stretto, ma per quella che lui stesso ha definito una “inagibilità politica”. Un’espressione pesante, definitiva, che denuncia non solo l’impossibilità di governare, ma la frattura – drammatica – tra le istituzioni e una città stremata.

A innescare la miccia è stata l’ex Ilva, come sempre. La questione ambientale e sanitaria, il peso storico di un’industria che ha dato pane e malattie, lavoro e lutti, è tornata a esplodere in faccia a chi cerca – da decenni – una soluzione che tenga insieme economia e dignità, occupazione e diritto alla salute. A Bitetti non è bastata la buona volontà, né la promessa di “prendere appunti” per capire meglio. Lo scontro è stato frontale, le contestazioni durissime, i toni al limite. Quelle urla – “assassini, assassini” – sono il sintomo di una ferita aperta che non accetta più mediazioni tiepide, né tempi lunghi. E quella ferita è Taranto stessa.

Le dimissioni

Le dimissioni del sindaco, giunte a ridosso di due appuntamenti cruciali – il Consiglio comunale sul piano di decarbonizzazione e il vertice al Mimit – rischiano ora di paralizzare ulteriormente una città che non può permetterselo. Il futuro dell’ex Ilva non aspetta. E la politica, quando si ferma, lascia spazio al caos o, peggio, alla rassegnazione.

Ma sarebbe ingiusto – e anche troppo comodo – scaricare tutto su Bitetti. In 50 giorni non si risolvono 50 anni di contraddizioni, né si recupera un rapporto logorato tra cittadini e istituzioni. Il problema non è solo chi governa, ma come e da dove si governa. Perché la vera inagibilità, forse, non è quella politica ma quella morale: continuare a chiedere a Taranto di aspettare, di sopportare, di sacrificarsi in nome di un equilibrio nazionale che altrove non si accetterebbe mai.

L’assenza del sindaco è ora un vuoto che grida. Grida l’urgenza di una politica diversa, che sappia ascoltare senza promettere ciò che non può mantenere. Una politica che abbia il coraggio di dire “no” quando serve, e “ora” quando non c’è più tempo. E che non lasci solo un primo cittadino – qualunque sia il suo nome – davanti alla rabbia e alla disperazione. A Taranto non servono gesti simbolici, né martiri istituzionali. Servono scelte. Coraggiose, nette, concrete. E servono subito. Perché il tempo – quello della città e dei suoi bambini – non può più essere sospeso.

Il tempo sospeso di Taranto

GIUSEPPE CONTE

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte ormai è diventato come il ramo d’albero del film del 1968 con un granitico Clint Eastwood “Hang ‘em high”, cioè “Impiccalo più in alto”. Sul ramo contiano ci si sono già obiettivamente appiccati in molti.

Primo fra tutti fu Nicola Zingaretti, che fu costretto alle dimissioni dopo aver inaugurato una linea alla “O Giuseppi o morte”. La tradizione è stata proseguita poi da Elly Schlein, che ormai ha ridotto la parte maggioritaria e massimalista dei dem ad una cellula sparring e sparuta del Movimento Cinque Stelle.

Un atteggiamento molto… Fico
Roberto Fico sull’autobus

E il dato è un altro: è quello per cui mentre la Schlein, pur di salvare l’alleanza campana con Roberto Fico “Providence man”, si è defilata pavidamente dall’evanescente caso Gergiev, Conte invece non si defila affatto. E sui casi Sala e Ricci ha imbastito un clima di “valutazione” che fa molto “selezione per essere degni di stare con noi”. Su questo climax Conte ci sta però marciando un po’ troppo.

E perfino la sua proverbiale furbizia per accreditarsi, pezzo dopo pezzo, come unica speranza anti Meloni in questo caso è andata in alchimia. E rischia di trasformarsi in suicidio politico.

Cinquestelle compatti ma…
Matteo Ricci (Foto: Marco Cremonesi © Imagoeconomica)

E’ vero che il M5s del dopo Costitutente è più compattato attorno al suo leader, ma è anche vero che, sia pur con il Rosatellum vigente, oggi i Cinquestelle hanno numeri più bassi. Ma lui, Conte, no, ne tiene conto poco perché per lui conta più la sua leadership che la vita dell’ex movimento.

Lui non si sta facendo scrupoli e, soprattutto sul caso di Matteo Ricci, sta tenendo da giorni i dem sulla graticola di una verifica pignola e codina degli atti giudiziari per cui il candidato presidente delle Marche è indagato.

E forse, nel tentativo di giocarsi una briscola, ne sta perdendo tre.

Braciami ancora.