I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 6 gennaio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 6 gennaio 2026.
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ROBERTO GUALTIERI

Alla fine succede sempre così: mentre aspetti che finisca il rumore, scopri che il silenzio ti mette nostalgia. È il paradosso del Giubileo raccontato nelle ore della sua imminente chiusura: un anno che ha travolto Roma, l’ha congestionata, stressata, fatta sbuffare. E che ora, chiuso il sipario, rischia di mancarle come mancano le grandi feste quando tornano le luci spente.
Trenta milioni di pellegrini erano la previsione. Sono stati molti di più. Ma ridurre il Giubileo a una classifica di presenze sarebbe un errore da ragionieri dell’anima. Il punto vero è che Roma ha retto. Non era scontato. Anzi, per chi conosce la città, sembrava quasi impossibile. E invece la macchina ha funzionato, la sicurezza ha tenuto, l’accoglienza ha retto l’urto di una folla globale.
C’è poi l’effetto collaterale, quello buono. Roma si è rifatta il trucco, ma senza il lifting fasullo. Piazze restituite, chiese restaurate, autobus nuovi, pronto soccorso rimessi in piedi. Opere nate per il Giubileo che resteranno quando i pellegrini se ne saranno andati. Come è sempre successo nella storia: gli Anni Santi passano, Roma resta un po’ migliore.
Carattere brontolone

I romani, certo, hanno brontolato. Fa parte del carattere. Brontolano anche quando piove troppo poco o troppo. Ma sotto quel borbottio c’era la consapevolezza che quell’invasione era una dichiarazione d’amore. Un milione e duecentomila giovani per il Giubileo dei ragazzi non è solo un dato: è energia, è entusiasmo, è una scossa emotiva che una città stanca forse aspettava.
E poi c’è la Chiesa che cammina nel tempo, senza paura di sporcarsi le mani con i social, con gli influencer, con linguaggi che nel 2000 nemmeno esistevano. Non per moda, ma per accompagnare. Il Giubileo ha mostrato una Chiesa plurale, non divisa; una Roma efficace ed accogliente. Entrambe capaci di accogliere mondi diversi sotto la stessa porta santa. E in un mondo attraversato dalle guerre, lascia un’eredità controcorrente: la responsabilità individuale. La pace non come slogan, ma come contagio quotidiano, la consapevolezza di saper reggere l’urto e di essere una città a misura di turisti.
Quando tutto finisce, resta una domanda sospesa: Roma tornerà alla normalità o sentirà la mancanza di quel caos carico di senso? Forse la nostalgia è già iniziata. E dice molto più di qualsiasi numero.
Di nuovo caput Mundi
GERMANO CAPERNA

La morte, piaccia o no, è una competenza pubblica. E non è affatto scontato che un Comune abbia loculi disponibili. Anzi: in molte realtà ciociare non li hanno più. O non li hanno mai programmati. Il risultato è un paradosso crudele: famiglie costrette a soluzioni provvisorie, salme “in attesa”, scambi informali di concessioni come figurine rare, comprate anni prima da chi aveva sfidato la scaramanzia e programmato anche l’imprevedibile.
Ci sono scelte amministrative che non portano consenso immediato, anzi toccano temi dei quali la gente non vorrebbe sentir parlare. Ma sono quelle scelte che distinguono un Comune che governa da uno che rincorre. La decisione del sindaco Germano Caperna di programmare e realizzare nuovi loculi al cimitero di Veroli appartiene esattamente a questa categoria: silenziosa, necessaria, lungimirante. Ha dato il via al progetto ed alla relazione tecnica con annesso piano di manutenzione. I lavori sono già stati affidati, l’importo è di 142mila 430 euro più Iva. Produrranno 144 nuovi loculi.
Anche se non porta applausi

Veroli ha scelto un’altra strada. Ha scelto di governare anche ciò che non porta applausi. Pianificare loculi significa guardare in faccia la realtà demografica, non voltarsi dall’altra parte. Significa sapere che una comunità si misura anche da come accompagna i suoi cittadini nell’ultimo tratto, senza improvvisazioni né umiliazioni.
C’è una visione dietro questo intervento: quella di un Comune che non rincorre le emergenze ma le anticipa. Che non aspetta di essere costretto dalla cronaca o dalle proteste ma mette a terra progetti, risorse e tempi certi. E lo fa dentro i binari della regolarità amministrativa, con copertura finanziaria e programmazione pluriennale.
In un Paese dove spesso si governa solo l’oggi, Veroli sceglie il domani. Anche quando è scomodo. Anche quando parla di morte invece che di inaugurazioni festose. È una lezione semplice ma potente: amministrare bene significa occuparsi di tutto. Anche di ciò che nessuno vorrebbe dover gestire, ma che tutti, prima o poi, si aspettano trovi una risposta.
Poco scaramantico, molto previdente.
FLOP
ALESSIO RANALDI

Quando piove per quarantotto ore di fila e la provincia di Frosinone si ritrova a fare i conti con frane, smottamenti, allagamenti, una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: il problema non è la buca sotto casa, ma il terreno che cede sotto un Paese intero. E invece no. C’è sempre qualcuno che, anche mentre l’acqua sale, continua a guardare il dito invece della luna.
La nota del coordinatore comunale della Lega di Cassino Alessio Ranaldi sembra scritta in una bolla ermetica, impermeabile non solo alla pioggia ma alla realtà. Come se l’ondata di maltempo fosse un dettaglio trascurabile, come se i cambiamenti climatici non esistessero, come se non fossimo di fronte a un’emergenza sistemica che richiede visione, prevenzione e programmazione nazionale.
Ridurre tutto a una strada allagata e trasformarla in clava contro sindaco e assessore è politica da meteo locale: piove, quindi qualcuno è colpevole. Peccato che, per una volta, il Lazio stia reggendo. Niente tracimazioni, niente alluvioni come invece accade in altre rinomate parti d’Italia. Segno che il sistema delle bonifiche, spesso dimenticato e mai celebrato, sta funzionando. Non per miracolo, ma per investimenti e manutenzione strutturale.
Piove e cade dal cielo

Via San Michele ha problemi? Probabile. Come li hanno centinaia di arterie in tutta la provincia di Frosinone dopo giorni di pioggia eccezionale. A Castro c’è stata una frana sulle auto, ad Isola c’è stato uno smottamento, in diversi punti del territorio ci sono stati allagamenti. Ma spacciare un evento estremo per “mancata manutenzione” è un esercizio retorico che non aiuta nessuno, men che meno i cittadini che si dice di voler difendere.
C’è una differenza sottile ma decisiva tra segnalare criticità e cavalcare l’emergenza. La prima è utile, la seconda è comoda. Perché evita la domanda vera: dove siamo stati negli ultimi trent’anni mentre il territorio diventava fragile? E soprattutto: cosa proponiamo oggi, oltre a qualche foto e a un comunicato indignato?
La politica seria non si fa contando le buche dopo il temporale, ma costruendo argini prima che arrivi. Tutto il resto è propaganda impermeabile alla realtà. Ma non all’acqua.
Piove, Governo ladro.
LECCESE e GIANNETTI

C’è un dettaglio che colpisce più della candidatura in sé: la solitudine.
Terracina e Gaeta aprono il cantiere per diventare Capitale italiana del mare 2026 e lo fanno ognuna da sola e senza l’altra, chiamando entrambe il territorio a raccolta. Legittimo, per carità. Ma politicamente non neutro. Perché non è la prima volta che, su titoli nazionali e bandiere culturali, il territorio si divide invece di sommarsi. E questo, nel Lazio meridionale, dovrebbe ormai essere un riflesso da correggere.
In provincia di Frosinone, non molti mesi fa, quattro Comuni hanno scelto una strada diversa: allearsi per concorrere insieme come Capitale italiana della Cultura: Veroli, Alatri, Anagni e Ferentino hanno messo da parte i campanilismi e sviluppato un progetto tutti insieme. L’esempio lo diede Roccasecca con il sindaco Giuseppe Sacco che nel momento in cui tentò la stessa scalata riuscì ad aggregare oltre trenta tra Comuni ed enti del circondario e finanche nomi grandi e blasonati. Nessuno rivendicò primogeniture, nessuno temette di “perdere visibilità”. Si scelse di pesare di più, insieme.
Qui invece il copione rischia di ripetersi: Terracina da una parte, Gaeta dall’altra. Stesso mare, stessa storia, stessi immaginari. Ma due dossier, due bandiere, due percorsi paralleli che inevitabilmente si indeboliscono a vicenda.
Il problema di contesto

Attenzione: l’avviso di Terracina è intelligente, prudente, persino ben scritto. Non promette miracoli, non vende illusioni. Chiede idee, energie, disponibilità. Mette il mare al centro come identità, non come cartolina. È un approccio serio. Il problema non è Terracina. Il problema è il contesto. Perché quando due città vicine competono sullo stesso titolo, nello stesso anno, davanti allo stesso decisore nazionale, il messaggio che passa non è ricchezza. È frammentazione.
Il mare, per definizione, non divide. Connette. Unisce coste, storie, economie, culture. Trasformarlo in una linea di confine politico è un paradosso. La lezione che arriva dalla Ciociaria è semplice: i titoli nazionali non si vincono con l’orgoglio municipale ma con la massa critica. Con alleanze larghe. Con visioni che superano il campanile.
Se Terracina e Gaeta continueranno a guardarsi in cagnesco, il rischio non è che vinca l’una o l’altra. Il rischio è che vinca qualcun altro. E che, ancora una volta, il territorio resti a commentare a posteriori ciò che avrebbe potuto costruire insieme.
Divisi alla meta.



