Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 8 settembre 2026.
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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 8 settembre 2026.
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TOP
STIRPE e GOLD

Un uomo che urla come un ultras dentro uno Sky Box, calici di vino e stuzzichini, la cravatta brandizzata sul completo americano. Bob Gold non ha imparato il tifo, l’ha scoperto. Kvernadze segna, e lui esplode come se fosse cresciuto in Curva Nord invece che nei fondi d’investimento. È l’immagine che vale più di ogni bilancio: il capitale che si commuove.
Quaranta giorni, 32 milioni investiti, 20 acquisti, 13 cessioni. Numeri che il calcio ciociaro non aveva mai visto scorrere così in fretta. Sei gol in due partite, la Juve affrontata a viso aperto: una neopromossa che non si comporta da neopromossa. Maurizio Stirpe, che di solito misura le parole come misura i conti, ammette di non aspettarsi già sei punti. Forse li sperava. La differenza, in una vita da presidente, sta tutta lì. (Leggi qui: Frosinone, pazienza e capitali: la ricetta di Bob&Maurizio per la salvezza).
La cautela sotto la festa

Ma la festa ha una data di scadenza scritta a matita: il 10 ottobre, Napoli allo Stirpe. Lì si vedrà la vera fisionomia della squadra, dice il presidente, mentre alcuni giocatori sono ancora indietro di condizione. Gold parla di pazienza e capitali, la stessa ricetta che ripete come un mantra: costruire, non bruciare. Il caso Ghedjemis — il rifiuto di scendere in campo, il rientro, le trattative altrui giudicate insufficienti — resta lì a ricordare che anche i matrimoni più solidi hanno le loro crepe da ricucire.
Poi c’è il resto: Ferentino che cresce, Torrice che rinasce, un settore giovanile che finalmente troverà casa invece di vagare tra strutture in prestito. Gold parla già di investire nel territorio, oltre lo stadio. È presto, dice lui stesso. Ma quando un fondo americano si commuove per una vittoria e già progetta scuole calcio, la sensazione è che a Frosinone il calcio stia cambiando pelle sul serio.
Un americano allo stadio.
I 15 SINDACI PER IL SACCO

Un fiume non ha targhe comunali. Scorre, e basta. Attraversa Frosinone, poi Ceccano, poi Ceprano, senza fermarsi ai cartelli di ingresso paese. Per decenni la politica locale ha ragionato all’opposto: un problema, un sindaco, un confine. Ora, finalmente, qualcosa si muove nella direzione giusta.
Frosinone capofila, quattordici Comuni al seguito: Anagni, Arce, Castro dei Volsci, Ceccano, Ceprano, Falvaterra, Ferentino, Morolo, Paliano, Pastena, Patrica, Pofi, Sgurgola, Supino. Nomi diversi, stesso fiume, stessa acqua. Nasce il Tavolo dei Sindaci del Sacco, approvato dalla Giunta del capoluogo: non un convegno, non una passerella. Una sede permanente, chiamata a monitorare, segnalare, coordinare i controlli sul bacino più inquinato della Ciociaria. (Leggi qui: Fiume Sacco, nasce il Tavolo dei Sindaci con Frosinone capofila).
La regia dello Stato
A tenere le fila, la Prefettura. Non un dettaglio: è la garanzia che il tavolo non si sciolga alla prima incomprensione tra Comuni. Intorno, un elenco lungo — Regione, Arpa, Autorità di Bacino, Asl, Consorzi di bonifica, Ministero. Scienza, amministrazione, territorio, seduti insieme. Riccardo Mastrangeli lo dice con una frase secca: serviva una regia comune.
Non è la prima volta. C’era già stata l’Area Vasta, dieci Comuni uniti per intercettare fondi europei. Lì si giocava la capacità progettuale. Qui si gioca la salute, l’acqua, il futuro di chi vive lungo l’argine. Se il modello tiene, la provincia avrà dimostrato una cosa semplice e rara: che unita pesa più della somma dei singoli campanili.
Quindici sindaci per un fiume.
FLOP
AURELIO DEL LAURENTIS

Decenni di lotte, per ottenere rispetto, considerazione, emancipazione, parità. Un lavoro doppio per riuscire ad arrivare fino al ‘tetto di cristallo‘. Ma non basta mai. Un test infallibile permette ancora oggi di misurare quanto la politica italiana consideri ancora le donne prima come corpi e poi come interlocutrici: basta ascoltare cosa si dice a un tavolo di pranzo quando si pensa che nessuno stia trascrivendo.
Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, lo ha appena offerto gratuitamente, avvicinandosi al tavolo del coordinatore regionale di Forza Italia Fulvio Martusciello, del vice Gianfranco Librandi e del senatore Franco Silvestro, in una terrazza nel cuore della città.
«Queste donne sono molto belle; la Schlein, invece, è proprio inguardabile». Una frase che meriterebbe di essere analizzata più per ciò che rivela che per ciò che dice: Elly Schlein, segretaria del Pd, viene giudicata non per le sue posizioni politiche (che pure De Laurentiis liquida poco dopo con un «litigano, non hanno un programma») ma per il proprio aspetto fisico. Le altre donne al tavolo, sedute lì per caso, diventano invece metro di paragone estetico. Non serve la citazione integrale, per capire quanto sia stata sessista.
Il non detto che pesa quanto il detto

Martusciello prova a smarcarsi con un «non ho sentito» che suona più da riflesso condizionato che da presa di distanza. De Laurentiis, dal canto suo, rifiuta la spilla di Forza Italia offertagli da Librandi, toccandosi quella del Napoli: un gesto che dice più di ogni endorsement mai dichiarato.
Dal Pd, la senatrice Valeria Valente liquida l’episodio con due parole, «commento misero». Forse è la sintesi più esatta possibile: perché in una frase così, il problema non è tanto l’aggressività quanto la naturalezza con cui, ancora oggi, la competenza politica di una donna passa in secondo piano rispetto al giudizio sul suo aspetto.
Autogol.
MATTEO SALVINI

Un ammutinamento preparato per mesi, striscione dopo striscione, fino a diventare coreografia. Quello che ha attraversato ieri sera Alzano Lombardo non è un colpo di testa: è una sedizione meditata, sedimentata, convinta. Trecento persone, cori in dialetto, bandiere della vecchia Lega Lombarda e un libro presentato come pretesto per dire, in realtà, con chi sta la base. La risposta, neanche troppo velata: non con Matteo Salvini.
Attilio Fontana elenca gli alleati — Zaia, Fedriga, Fugatti — come si elenca un esercito. Giancarlo Giorgetti, che ufficialmente non siede al tavolo, compare in una foto pubblicata tre giorni prima, pizzoccheri e sorrisi: un segnale mandato apposta a chi sa leggerlo. Quando in sala arriva Eugenio Zoffili, fedelissimo del segretario, il padrone di casa lo accoglie con un’ironia che è già un atto d’accusa: «Lo ringraziamo perché controlla sempre i nostri eventi». La replica di Zoffili — «due irresponsabili che stanno danneggiando la Lega» — chiude il cerchio di una guerra ormai dichiarata.
Due fronti, una sola nave

E mentre il fronte del Nord prepara Pontida come resa dei conti rimandata, si apre un secondo fronte, forse più insidioso: la richiesta di un congresso della vecchia Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, con trecento adesioni già raccolte e l’articolo 20 del Codice civile pronto a diventare arma legale. Salvini, nel frattempo, non è stato invitato alla due giorni economica romana che i suoi fedelissimi organizzano come prova generale di lealismo.
È in questo scenario che il paragone con il Titanic smette di essere una metafora giornalistica e diventa quasi una cronaca fedele: l’orchestra romana continua a suonare la linea del capitano, mentre sul ponte di comando lombardo si contano già le scialuppe. Pontida dirà se la nave regge la rotta o se il comandante, arrivato all’appuntamento più sacro del partito, dovrà negoziare la propria autorità invece di celebrarla.
Ballando sul Titanic.



