Top e Flop, i protagonisti di martedì 9 dicembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 9 dicembre 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 9 dicembre 2025.

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TOP

MASSIMILIANO ALVINI

Massimiliano Alvini

In sala stampa, dopo una vittoria che altri avrebbero portato a spasso come un trofeo, Massimiliano Alvini sceglie la parola più difficile di tutte: equilibrio. Non serve alzare la voce, non serve nemmeno abbassarla. Serve stare lì, nel mezzo, dove il calcio si gioca spesso senza pallone, nella testa.

«Io non sono euforico», dice. E il modo in cui lo dice è già una strategia. Da una parte i tre punti, dall’altra la trappola dell’esaltazione. La squadra è prima ma a lui interessa la strada, non la foto del momento. Niente illusioni, niente festa anticipata. È un allenatore che sembra allungare una mano sulla spalla dei suoi giocatori e l’altra sul freno a mano. Un gesto semplice: restiamo lucidi.

La partita di ieri contro la Juve Stabia, racconta, non era quella che sembra. «Sarebbe stato sbagliato pensare che fosse facile». E infatti non lo è stata. Hanno sofferto, hanno rischiato, hanno capito. Quel verbo ritorna spesso nelle sue frasi: capire. Non si può giocare senza capire. Non si può vincere senza leggere i momenti. La sua squadra più giovane del campionato lo sta imparando in fretta, forse troppo in fretta per un torneo che ti punisce quando ti giri un secondo.

Ragazzi, non calciatori

La cosa particolare è che Alvini parla dei suoi come si parla dei figli. Non dei campioni, non dei numeri: dei ragazzi. Dice che hanno carattere, che crescono, che reggono. E che devono continuare a farlo. Non chiede miracoli, chiede professionalità. «I giocatori che stanno in Serie B devono essere eccellenti per loro stessi». Fa impressione, oggi, sentire un tecnico che restituisce il mestiere al suo valore semplice: disciplina, rispetto, lavoro. Nessuna scorciatoia.

E poi c’è il futuro, che nel calcio arriva sempre prima del previsto. La prossima è a Pescara, lui la nomina senza far rumore, quasi per non spaventare la settimana. «Ragioniamo partita dopo partita». Lo dicono in molti, vero. Ma pochi riescono a farlo sembrare autentico. Lui sì. Perché il suo linguaggio è fatto di piccoli tasselli: equilibrio, umiltà, ritmo. E una frase che vale più di una lavagna tattica: «Giocare un calcio offensivo migliorando l’attitudine di tutti». Un calcio in cui il centrocampista pensa come un difensore e il difensore come un attaccante. Un calcio che si muove insieme.

La calma di Alvini e il rumore del campionato.

ATTILIO FONTANA

Attilio Fontana (Foto: Clemente Marmorino © Imagoeconomica)

Leggere tra le righe è meno ortodosso che leggere le stesse, ma in politica di certo è più utile. Utile a capire tutto un lessico particolare che non prende piede soltanto dai singoli episodi di innesco di polemiche, ma anche a scrutare ben altro. Cosa ad esempio? per esempio le “ruggini” sottese tra i governi di secondo livello e quello centrale.

O, ancora e meglio, un altro tipo di ruggini: quelle tra i partiti che formano una maggioranza composita, magari coesa in bisogna emergenziale ma che non rinuncia all’identitarismo delle singole formazioni.

Ed è stato per questo motivo che le dichiarazioni di Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia, in ordine alla penuria di figure istituzionali di rango massimo alla Prima della Scala hanno tenuto banco per tutto il week-end dell’Immacolata e fino a ieri.

Perché i vertici non c’erano
Beppe Sala (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Altro che “Obeiobei”, direbbe un milanese purosangue, qui il vero “mercato” è stato quello delle affermazioni a corredo di un evento modano e culturale al contempo. Evento che però è stato “disertato” dal gotha di Palazzo Chigi. Per quali motivi?

Gli specialisti hanno assicurato che si è trattato di una manovra “anti Beppe Sala” unita al soggetto dell’opera, quella “Lady Macbeth” di Sostakovic che ha evidenziato una chiara impronta (peraltro insita nell’opera, libello alla mano) mezza giacobina e molto femminista. Insomma, una cosa che sarebbe stata ipoteticamente leggibile come una sorta di “inno alla sinistra”.

Quale che sia stata la causa l’assenza dei vertici massimi istituzionali dell’Esecutivo si è fatta sentire. E Fontana, che ha anche qualche cecio da togliersi dalla scarpa in ordine al duo meneghino Ignazio La Russa-Daniela Santanché, e che rappresenta una certa Lega non proprio amica di Matteo Salvini, si è tolto il cecio bis. Così: “Ce ne faremo una ragione, viviamo bene anche da soli”. Fontana lo ha detto in risposta ad una domanda dei cronisti sull’assenza di personalità del governo alla Prima.

A rappresentare l’esecutivo c’era solo il ministro Giuli. Un po’ poco per cotanto appuntamento, un po’ troppo per l’orgoglio meneghino di Attilio Fontana. Per quello e per l’orgoglio di essere sulla sponda del Carroccio opposta a quella del “Capitano”.

Sottilmente venefico.

FLOP

ROBERTO PALUMBO

Roberto Palumbo

C’è un momento, in ogni storia giudiziaria che tocca la sanità, in cui il cittadino si sente più paziente che spettatore. È il momento in cui scopre che in corsia non passano solo medici e infermieri, ma anche sospetti, pedinamenti, intercettazioni. L’arresto del primario di Nefrologia e Dialisi del Sant’Eugenio, Roberto Palumbo, accusato di presunta corruzione insieme all’imprenditore Maurizio Terra, attraversa questo confine sottile. Sconcerta, inquieta, ma non autorizza né i processi sommari né i salti alle conclusioni.

La ricostruzione dell’inchiesta è dura, fa rumore: un presunto “business dei dializzati”, una consegna di contanti intercettata, richieste economiche che il denunciante definisce sempre più pressanti, fino a parlare di affitti pagati, posti auto, benefit di lusso e addirittura della “sollecitazione” all’assunzione di una compagna. È un quadro grave, se confermato. Ma è un quadro, appunto: una fotografia scattata dall’accusa, che dovrà essere messa a fuoco in un’aula di tribunale, non su una bacheca social.

La notizia ha colpito Cassinate e Ciociaria con una velocità emotiva comprensibile: Palumbo è originario di Cervaro, ha mantenuto legami, amicizie, stima professionale, ha scelto la Ciociaria per la detenzione domiciliare. E come sempre accade quando cade un volto conosciuto, la comunità si divide tra sgomento e incredulità, tra il bisogno di capire e la tentazione di giudicare.

Il paziente che deve avere pazienza
(Foto © DepositPhotos.com)

Serve invece altro: serve pazienza, nel senso più nobile del termine. La stessa pazienza che chiediamo ai medici quando affidiamo loro la nostra fragilità. Ora va chiesta a noi. Perché la Giustizia ha i suoi tempi, e non vanno bruciati nella fretta di trovare un colpevole immediato.

Le accuse sono pesanti e pretendono risposte chiare. Se i fatti saranno provati, saremo davanti a una ferita profonda per il sistema sanitario, per la fiducia dei malati, per la dignità di chi ogni giorno lavora negli ospedali senza piegarsi. Ma fino a quel momento, c’è una presunzione che non può essere trattata come un optional: l’innocenza.

La Sanità vive di fiducia. Anche la Giustizia. Hanno bisogno di respirare entrambe, prima di decidere da che parte si trova la verità.

Quando la fiducia entra in reparto con le manette.