Top e Flop, i protagonisti di martedì 9 settembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 9 settembre 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 9 settembre 2025.

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GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Il caso è nato per un volo di linea con destinazione New York: due giorni di pausa e un ritorno altrettanto rapido. Giorgia Meloni ha deciso di regalare alla figlia Ginevra un compleanno speciale. Nulla di eclatante, se non fosse che in Italia, quando la premier scompare dai radar per 48 ore, scatta il solito meccanismo perverso: voci, illazioni, interrogazioni parlamentari, richieste di chiarimenti come se si trattasse di un G7 segreto o di un vertice Nato dissimulato sotto mentite spoglie.

La politica italiana ha un problema antico: confondere la sfera privata con quella pubblica. Che esista un diritto alla vita personale, persino per i presidenti del Consiglio, sembra una bestemmia. Un week-end con la figlia diventa “caso politico”, alimentato da un tam-tam che va dai retroscena fantasiosi (il tifo per Sinner a Flushing Meadows) alle accuse più pesanti: voli di Stato usati impropriamente, incontri non dichiarati, agende parallele. Tutto smentito.

Il diritto di essere madre
Ginevra Meloni con la zia Arianna (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Giorgia Meloni ha risposto con durezza, rivendicando il diritto di essere madre oltre che premier. Lo ha fatto con parole personali e, va detto, efficaci: «Almeno una volta all’anno la premier ha il diritto di svolgere il suo ruolo più naturale, quello di madre». Un’affermazione che dice molto sulla fragilità del confine tra il dovere istituzionale e la vita privata di chi governa. E che mette a nudo un tema più ampio: la difficoltà, tutta italiana, di accettare che il potere non è onnipresenza, non è per forza una maratona senza pause.

Il paradosso è che la stessa politica che si straccia le vesti per due giorni “non rendicontati” è spesso quella che tollera mesi di immobilismo, riforme congelate, promesse disattese. In questo caso, non è l’assenza di Meloni a essere in discussione, ma l’ossessione di trasformare ogni gesto privato in una questione pubblica.

Resta l’ultima immagine, forse la più semplice: una madre che porta la figlia a New York per il compleanno. Non un caso di Stato, ma una scelta personale. Che può piacere o no ma che appartiene a quella zona grigia dove la politica dovrebbe saper fermarsi. Perché non tutto, neppure a Palazzo Chigi, può e deve diventare materia di scontro parlamentare.

Mamma Giorgia, non la presidente Meloni

MEDIOBANCA

(Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

Mediobanca è stata per decenni il sinonimo di autonomia. Piazzetta Cuccia decideva, i governi prendevano atto. Oggi quello scenario si è rovesciato: la storica banca d’affari è entrata stabilmente nell’orbita del Monte dei Paschi di Siena, che con il 62,3% del capitale ha varcato la soglia psicologica del controllo pieno. E ora può spingersi oltre, verso il 66,7% necessario per avviare la fusione, fino al 90% che consentirebbe il delisting. Un passaggio che segna non solo la fine di un’epoca ma l’apertura di un cantiere che ridisegna gli equilibri della finanza italiana.

Non mancano le incognite. Il primo banco di prova è la governance. L’assemblea del 28 ottobre dovrà eleggere un nuovo Consiglio di Amministrazione e dire addio alla gestione Nagel-Pagliaro. Ma chi accetterà di guidare Mediobanca sapendo che le leve vere resteranno nelle mani di un azionista unico e ingombrante? È il paradosso della nuova fase: servono figure di prestigio internazionale per rassicurare i 6.700 dipendenti e i professionisti che hanno portato oltre un miliardo di utile. Ma quelle stesse figure dovranno muoversi in uno spazio di autonomia molto limitato.

La logica dell’industria bancaria
(Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

Il ceo Luigi Lovaglio è consapevole della sfida. Parla di “forte logica industriale”, di “creazione di valore per il sistema Paese”. Sottolinea i vantaggi fiscali, stimati in quasi tre miliardi tra crediti e Dta, e le sinergie di costo e ricavo nell’ordine dei 700 milioni. Tutto vero, ma i numeri da soli non bastano. Perché qui la posta in gioco è anche culturale: da un lato il modello di banca d’affari costruito da Enrico Cuccia e mantenuto in piedi da decenni di management “apolide”; dall’altro la logica industriale di Mps, tornata protagonista dopo il salvataggio pubblico del 2017 e ora decisa a imporre la sua linea.

Il mercato ha dato un segnale chiaro: Blackrock, Delfin e Caltagirone hanno consegnato le loro quote, sancendo di fatto l’egemonia senese. Ma il consenso dei fondi non scioglie i nodi: i cacciatori di teste sono già al lavoro per riempire una lista di 15 nomi, mentre Bluebell cerca al Tar di frenare una partita che appare ormai decisa.

Tuttavia, nella finanza come nella politica, il vero punto è un altro: cosa resterà dell’identità di Mediobanca, una volta che il processo sarà completato? L’impressione è che non si tratti solo di una fusione, ma di una resa dei conti con il passato. Da simbolo di indipendenza, Mediobanca rischia di diventare una divisione di Mps. Forse inevitabile, forse utile per il consolidamento di un settore bancario europeo che spinge verso concentrazioni. Ma resta il dubbio che, in questo nuovo corso, si perda qualcosa di essenziale: la capacità di quella “strana banca” di essere arbitro oltre che giocatore.

Fusione o resa dei conti.

VITTORIO CELLETTI

Vittorio Celletti (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Finalmente qualcuno batte i pugni sul tavolo. Non a Bruxelles, purtroppo, ma almeno a Cassino. La voce è quella di Vittorio Celletti, presidente di Unindustria Cassino, che ha detto chiaro e tondo ciò che da tempo gli operatori sussurravano nei corridoi: l’Europa ha sbagliato strategia, trascinando il suo settore industriale più simbolico – l’automotive – in una guerra che non poteva vincere.

La sfida con la Cina, impostata sul terreno dell’elettrico e delle emissioni, somiglia a una partita giocata sul campo avversario: regole rigide, tempi impossibili, costi fuori scala. Mentre Pechino produce batterie a prezzi stracciati, noi accumuliamo vincoli burocratici e obiettivi climatici da manuale delle buone intenzioni. Risultato: le fabbriche europee arrancano, i marchi storici perdono quote, i lavoratori rischiano il posto. E Cassino, con lo stabilimento Stellantis e il suo indotto, ne paga le conseguenze più dure.

Tempi irrealistici
(Foto © DepositPhotos.com)

Celletti non ha usato giri di parole: la transizione è necessaria, ma non può essere imposta “con tempi irrealistici”. Chiede di rivedere le norme, di eliminare le sanzioni, di avviare un piano di rinnovo del parco circolante. È la voce del pragmatismo, che contrasta con l’idealismo normativo di Bruxelles.

Ma non c’è solo la denuncia. C’è anche una proposta: difendere il “made in EU”, introdurre un “local content” che tuteli fornitori e PMI, aprire al nuovo che avanza – come dimostra l’espansione di DR Automobiles tra Molise e Lazio. Perché, come Celletti ha ricordato, non si può parlare solo di difesa: bisogna investire, innovare, crescere.

La novità, insomma, non è che l’automotive sia in crisi. Questo lo sappiamo. La novità è che il mondo industriale – almeno a sud di Roma – comincia a dirlo con chiarezza: l’Europa deve cambiare passo, e deve farlo subito. Non con slogan sulla sostenibilità, ma con politiche industriali che non ci lascino schiacciati tra Pechino e Detroit. Perché se l’automobile resta un simbolo di libertà, non può diventare la gabbia di un continente che corre senza benzina.

L’auto è libertà, non una gabbia.

FLOP

IL CONSIGLIO COMUNALE DI CASSINO

Il Consiglio comunale di Cassino, più che un’aula istituzionale, sembra ogni volta il set di una saga infinita. Ci si ritrova davanti a una politica che non discute: litiga. Che non approfondisce: rinvia. Che non decide: sospende. L’ennesima seduta interrotta poco dopo le 20.30 fotografa bene questa parabola.

Il problema non è tanto la quantità di punti all’ordine del giorno — 26, un numero che da solo basterebbe a spiegare l’impossibilità di arrivare fino in fondo — ma la qualità del confronto. Ogni argomento si trasforma in un ring, ogni divergenza in muro contro muro. Ne esce un’aula stremata e un’istituzione logorata.

In un Consiglio che discute di tutto — dai campi da golf al biogas, fino ai minori nella movida notturna — il vero nodo resta la mancanza di un metodo. Non si tratta di stabilire chi ha ragione o torto su questo o quel progetto. Si tratta di garantire tempi certi, rispetto reciproco e soprattutto capacità di arrivare a una decisione. Perché un’assemblea che non decide perde di senso.

L’impegno di Barbara

La presidente Barbara Di Rollo ha provato più volte a richiamare tutti all’ordine. Ma i richiami restano appelli nel vuoto, se non c’è la volontà di abbassare i toni. E Cassino non può permettersi di vivere di continue sospensioni: la città ha problemi concreti che non aspettano.

Paradossalmente, il Consiglio ha trovato unità solo sui campi da golf. E qui sta il simbolo di questa stagione: l’unanimità si trova quando il tema riguarda investimenti privati, mentre sul bene comune — dall’ambiente alla sicurezza urbana — ci si divide.

È questo il vero cortocircuito. Perché a forza di rinviare e litigare, l’aula rischia di essere percepita come un luogo distante, più interessato alla rissa che al futuro della città. Un lusso che Cassino non può permettersi.

Il ritorno dell’Osteria Comunale di Cassino.

GENNARO SANGIULIANO

Gennaro Sangiuliano (Foto: Paola Onofri © Imagoeconomica)

Ha ripreso con decoro e dignità la sua professione, sia pur da inviato, ma lo ha fatto decisamente con qualche ubbia in più. Sarà forse che Gennaro Sangiuliano era abituato ai fasti ministeriali come titolare della Cultura ma una cosa è certa.

A parte l’effetto “retrocessione” che noi italiani, meschinelli di natura, abbiamo colto tutti, il dato è un altro. L’ex ministro è ancora verniciato di quella insofferenza istituzionale che non gli fa vedere nella giusta ottica episOdi che, nella sua professione, sono fisiologici e normali. Come è accaduto ad esempio ieri mattina durante la trasmissione di Rai3 Re Start.

In studio c’era, per la puntata di esordio, Annalisa Bruchi, e ad un certo punto il programma si collega con Gennaro Sangiuliano da Parigi per spiegare i nodi al pettine del Governo francese. Nodi peraltro cruciali, quelli su cui l’ex ministro avrebbe dovuto riferire, peraltro nodi amari perché si parlava della (ancora possibile) caduta del governo in carica a seguito di sfiducia.

Chi sentiva e chi no

La sede Rai di Viale Mazzini (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Ad un certo punto la grana tecnica – succede – con Sangiuliano che espone diligentemente fatti e scenari e con la conduttrice che non riesce a sentirlo. Il dato è che Sangiuliano in tv si sentiva benissimo, ma la Bruchi gli ha chiesto di rifare due volte l’attacco del suo pezzo. A quel punto l’ex ministro ha assunto un’espressione di insofferenza assoluta che ricordava molto quella che assumeva, ed alla qual dava stura giudiziaria, quando veniva puntualmente perculato da Luca e Paolo in esordio di DiMartedì.

Ma cosa è accaduto? Nulla, solo che i telespettatori sentivano alla perfezione le parole di Sangiuliano che però non arrivavano in studio. Motivo per cui si è creato un momento di imbarazzo per un personaggio che – inutile negarlo – si trova già di suo in una situazione vagamente imbarazzante per le note vicende legate al caso Bocchi.

Per fortuna e nel collegamento di ieri sera, stavolta con l’ammiraglia del Tg1, l’inconveniente non si è ripetuto, ma l’impressione generale è che un pezzo del ministro che fu abiti ancora nell’inviato. E sarebbe ora che Sangiuliano esorcizzasse benevolmente se stesso e gli sbagli che ha fatto. Non è il solo.

Restart Gennaro…