I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì primo luglio 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì primo luglio 2025.
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AMBROGIO SPREAFICO

C’è un’antica, irrinunciabile, detestabile usanza: lodare con foga il nuovo arrivato dimenticandosi, con altrettanta prontezza, di colui che se ne va. È una sorta di galateo rovesciato, un esercizio di rimozione collettiva, che fa comodo a tutti. Il nuovo parte leggero, il vecchio se ne va in silenzio. E guai a spezzare il rituale. Non è giusto che accada anche a Frosinone, con la fine dell’episcopato di monsignor Ambrogio Spreafico.
Un vescovo che è stato più grande della sua diocesi. E che, come capita spesso agli uomini di levatura superiore al contesto, non è mai stato pienamente compreso.
Uomo di dialogo

Spreafico era (ed è) un uomo del dialogo, ma senza mollezza. Biblista fine, con un cursus honorum costruito sulla cultura e non sull’opportunismo. Per molti anni rettore dell’Urbaniana, non il salotto del conformismo romano, ma un laboratorio intellettuale della missione, del confronto, della parola. Uomo di Sant’Egidio, sì, ma non della versione da salotto. È, per così dire, l’ala pensante di quel movimento, quella che riflette prima di parlare e che non confonde la diplomazia con il buonismo.
Non era un progressista da talk show, ma un pastore con solide radici. La Laudato sì l’ha presa sul serio, come una consegna da custodire, non come un manifesto da sbandierare. Parlava dell’ambiente con la serietà di un contadino lombardo e con la profondità di chi sa che l’ecologia non è una moda ma una responsabilità. E questo, in una terra come la Ciociaria, dove l’ecologia è spesso una questione di bonifiche e rifiuti, è già tanto. Soprattutto non ne parlava per Frosinone ma da Frosinone: i suoi interventi finivano spesso su una platea nazionale ed ascoltati da chiunque avesse orecchie per intendere.
Limite del mandato

Ora, Papa Leone XIV ha accettato le sue dimissioni, presentate come da copione al compimento dei 75 anni. Ma guai a pensare che sia stata una semplice formalità. Il diritto canonico è pieno di vescovi rimasti in carica ben oltre l’età pensionabile, per volontà pontificia. Spreafico poteva essere uno di quelli. Non lo è stato. E questa, più che una bocciatura personale, è stata una dichiarazione d’intenti politica. Perché le nomine episcopali sono da sempre lo specchio della strategia di un papato.
Leone XIV – pontefice dalle mani ferme e dalle antenne sensibili – ha scelto un nuovo vescovo che nulla ha a che vedere con Sant’Egidio. Poteva prorogare l’uscente. Poteva pescare tra gli amici del professore biblista. Ha fatto altro. Un gesto, si dirà, di autonomia. Ma anche un messaggio. E chi conosce il Vaticano, sa che il linguaggio più diretto della Curia è sempre stato quello dei silenzi e delle nomine.
Respiro internazionale

Spreafico lascia Frosinone come ci era arrivato: senza clamore. Eppure in quasi vent’anni ha portato a quella diocesi, un po’ schiva e talvolta sorda, un respiro internazionale mai visto. Ha costruito ponti con il mondo protestante, parlato ebraico senza forzature, difeso l’umanità dei migranti senza bisogno di microfoni. Ha viaggiato molto, ma senza mai smettere di ascoltare. E la sua voce, più sussurrata che stentorea, è arrivata dove molti urlatori non metteranno mai piede.
Certo, non ha fatto faville mediatiche. Non si è mai prestato alla liturgia del selfie ma anzi li ha condannati, non ha calcato le passerelle delle polemiche ma le ha sollevate in difesa dei nonni abbandonati negli ospizi senza nemmeno una carezza. Il popolo lo ha conosciuto, forse, più tardi del dovuto. Alcuni, come spesso accade, continueranno a interrogarsi: “Ah, ma chi era davvero monsignor Spreafico?”.
E la risposta arriverà, come sempre, troppo tardi. Quando sarà chiaro che è mancato un uomo che pensava con la propria testa e non con il vento.
Il rigoroso pastore che parlava molte lingue.
ENRICO COPPOTELLI

La rivoluzione è cominciata. In silenzio ma fragorosa. È accaduto che non sia stato un parlamentare, un assessore regionale, un sindaco o un leader di Partito a prendere in mano le redini del futuro del territorio. Ma un sindacalista.
Enrico Coppotelli, Segretario Generale Cisl del Lazio, ha fatto qualcosa che nella Prima Repubblica sarebbe parsa sconveniente e, nella Seconda, semplicemente impensabile: si è messo a surrogare la politica. Senza tessere di Partito e senza comizi, ma con qualcosa di più solido: l’elaborazione di un’idea, la promozione di un confronto, l’organizzazione di un’iniziativa che non fosse né un corteo né un convegno autocelebrativo. Bensì una tavola apparecchiata per ragionare, e alla quale tutti — ministri, sottosegretari, sindaci, governatori — si sono sentiti in dovere di portare qualcosa. (Leggi qui: Alta velocità: Ferentino unisce il Basso Lazio e sveglia Roma).
Oltre la stazione

Il progetto per una stazione sull’Alta Velocità a Ferentino era finito su un binario morto. Il sospetto concreto è che fosse vero quello che Massimo Pizzuti ha detto fin dall’inizio su Ciociaria Oggi. E cioè che il progetto della stazione fosse solo una fanfaluca da far credere agli elettori della provincia di Frosinone. Alla quale l’allora amministratore di Ferrovie – il fiuggino Gianfranco Battisti – si era prestato perché rimasto senza un padrino politico dopo la caduta in disgrazia (per grazia di Dio) del ministro Danilo Toninelli che lo aveva nominato. Ad Enrico Coppotelli va riconosciuto il merito di avere preso quel progetto ed averlo messo sul binario giusto. Dove arriverà è altra faccenda.
Non è la stazione Tav in sé a rappresentare la novità. Questo Paese è pieno di progetti, slide, rendering e rotonde inaugurate a metà. La vera notizia sta nel metodo. Coppotelli non ha alzato la voce. Non ha agitato vessilli. Non è andato davanti al palazzo della Regione con i megafoni ed i volantini. Ha usato lo strumento più dimenticato dalla modernità: la competenza. E con essa ha messo all’angolo una politica provinciale che da tempo ha smarrito il senso della visione, dello studio, della proposta. Una politica che si esalta nel rumore delle polemiche ma s’inceppa al primo cartello di “lavori in corso”.
Il sindacato prende per mano il territorio

Due sono i segnali che potrebbero restare incisi sulla pietra, se qualcuno avrà il buon senso di tenerli vivi. Il primo lo ha offerto Nicola Ottaviani, deputato e già sindaco di Frosinone, annunciando un tavolo operativo con il ministro Salvini. Il secondo è arrivato da Francesco Rocca, governatore del Lazio, che ha promesso un tavolo permanente sotto la sua guida per lo studio di fattibilità. Sono aperture importanti, certo. Ma restano segnali, per ora. E come tutti i segnali, se non trovano gambe che li trasformino in cammino, restano fulmini nel cielo sereno.
La vera novità — quella che dovrebbe far riflettere chi ha fatto della politica una professione e non un dovere — è che un sindacato sia stato in grado di prendere per mano un territorio e farlo discutere di futuro senza urlare, senza bloccare strade, senza minacciare scioperi. Il che, in un’epoca in cui la protesta è spesso l’unica cifra dell’azione sindacale, è un atto di disobbedienza culturale. La Cisl ha fatto ciò che gli altri sindacati non fanno più: ha acceso una luce, quando gli altri ancora battono i piedi per farsi sentire.
E c’è una lezione, forse la più amara per chi ha sempre vissuto di rendita nella politica provinciale: non serve più la tessera giusta, la corrente protettrice, il posto nella foto. Serve visione. E serve saperla raccontare.
Dossier al posto delle bandiere

Coppotelli non ha portato bandiere, ma dossier. Non ha portato accuse, ma proposte. Ha costruito una sala in cui si è discusso come si faceva una volta, quando la politica era fatta da chi aveva studiato la materia e non da chi aveva letto tre post su Facebook. E alla fine, tutti si sono sentiti obbligati a fare la loro parte. Perché se l’ospite apparecchia la tavola, il minimo che si possa fare è portare una bottiglia decente.
Ecco, forse la Ciociaria ha ritrovato — per un attimo — il senso di ciò che significa contare davvero. E lo ha fatto non grazie alla politica, ma nonostante essa.
L’ospite che ha apparecchiato la tavola.
MATTEO RENZI

Qualcuno, specie sul fronte del destracentro, lo accusa di aver fatto una specie di “voltafaccia”. Nello specifico e per bocca di Italo Bocchino, che della maggioranza di governo è uno degli amplificatori più “valvolati alla Marshall”, Matteo Renzi sarebbe uno che conosce benissimo Esopo.
Ed in particolare la vecchia ed inossidable favola de “La volpe e l’uva”. Di un animale furbo cioè che, non riuscendo ad arrivare per questioni di altezza alla frutta matura, si arrende e inizia a dire che tanto è acerba. Uno che cioè voleva entrare nella parte centrista della maggioranza e chi è visto “solare”. E che quindi adesso si vendica.
A dire il vero ed al netto di alcune ambiguità politiche del leader di Italia Viva, si tratta di un giudizio decisamente troppo impietoso. E sbagliato.
Mezzo Cav dopo quel Cav là

Lo è perché Renzi è e resta un moderato, uno che non può essere incasellato né a destra né a sinistra, uno che per un p’ di mesi era sembrato Silvio Berlusconi con meno soldi e più cazzimma insomma. Ecco perché la posizione attuale di Renzi non è incoerente, ma risponde ad un disegno che, al di là delle sue (legittime) tattiche, ha una sua organicità.
Il senatore di Rignano aveva sempre detto che il suo voto, suo e dei suoi, sarebbe sempre stato subordinato ad un principio di congruità e non di sterile contrapposizione ideologica. Si chiama funzionalismo e potrebbe funzionare.
Poi però era accaduto che il Governo Meloni si era pian piano ma inesorabilmente allontanato da una certa linea di obiettività organica. E questa sua deriva ideologica ovviamente ha fatto incazzare Renzi, che dopo i primi endorsement funzionalisti all’Esecutivo ha iniziato a picchiare duro.
E, piaccia o meno il personaggio, se a Renzi gli dai un microfono a Palazzo Madama o una stringa suo social, lui a picchiare duro è bravo, molto bravo. E dannatamente efficace. Come in questo caso.
Sondaggi ed affondo

“Più del 40% degli italiani sta economicamente peggio di un anno fa. Più del 60% degli italiani pensa che il Governo non abbia fatto nulla per migliorare la situazione economica del Paese. Sono i numeri dei sondaggi apparsi oggi su La Stampa. La mia riflessione è semplice: il bluff di Giorgia Meloni è ogni giorno sempre più evidente. Ora è il momento in cui l’opposizione deve farla finita con le chiacchiere e unirsi sulle proposte per le famiglie e per il ceto medio”.
E ancora: “Noi partiremo con le nostre da Genova sabato prossimo e poi alla Leopolda in autunno. Poca ideologia e molto buon senso: questo è ciò che ci serve per cambiare l’Italia”.
E, con buona pace di Bocchino, se non è una dichiarazione di intenti questa…
M’hai provocato? E io me te magno…
FLOP
ANTONIO TAJANI

C’è una differenza, sottile ma cruciale, tra il garbo istituzionale e l’insignificanza. Tra la prudenza politica e l’evanescenza. Tra il non voler dividere e il non voler contare. Ieri, a Ferentino, Antonio Tajani ha scelto — consapevolmente o no — di essere irrilevante.
Il convegno sulla stazione Tav, organizzato dalla Cisl del Lazio, era tutto fuorché una scampagnata agostana anticipata. In quella sala si sono seduti governatori, parlamentari, sindaci, tecnici, pezzi di mondo produttivo. C’era chi si è assunto la responsabilità di proporre. C’era chi ha promesso tavoli, chi ha acceso dibattiti, chi ha lanciato sfide sull’energia, l’intelligenza artificiale, la logistica. E poi c’era il ministro degli Esteri, vicepremier, leader nazionale, figura che circola — non da oggi — nei sussurri quirinalizi. Eppure, ieri, Tajani è sembrato la controfigura sbiadita di sé stesso.
Non una parola incisiva. Non un’idea. Non una visione. Nessuna presa di posizione. Nulla che desse il segno di una direzione o, quantomeno, di una presenza consapevole. Un grigiore splendido, sì, nel senso estetico del termine. Ma senza un grammo di sostanza. Tajani è sembrato più un gentleman del nulla che uno statista del futuro. Elegante, certo. Ma neutro come un foglio bianco dimenticato sulla scrivania.
La partita della sopravvivenza

E dire che il suo Partito, Forza Italia, si gioca in questa fase una sopravvivenza culturale e politica. Che il Paese ha bisogno, disperato, di classi dirigenti che non abbiano paura di sporcarsi le mani. Che la politica vive — oggi più che mai — di chi osa dire qualcosa di scomodo, che apra almeno un dibattito, invece di sfiorare il mondo con la grazia sterile di un diplomatico in pensione.
Non prendere mai posizione ha condannato all’estinzione la Democrazia Cristiana. L’elogio del nulla, l’equilibrismo senza direzione, il garbo che annulla il peso: tutto questo è stato ieri il marchio di Tajani. In un Paese in cui persino i tecnici si assumono rischi, i politici — quelli veri — non possono limitarsi a benedire ciò che altri pensano.
Il paradosso è che lo statista, ieri, si chiamava Enrico Coppotelli. Un sindacalista. Che ha osato dire nucleare di nuova generazione in mezzo a una platea prudente. Che ha introdotto il tema dell’intelligenza artificiale in un contesto dove ancora si discute delle strade provinciali. Che ha sollevato il dibattito al livello che serviva. E lo ha fatto senza scappare dalla complessità, ma indicandola con coraggio.
Forse Tajani pensa che il Quirinale si raggiunga in punta di piedi, con parole neutre e mani ben lavate. Ma se l’Italia che cambia ha bisogno di guide, ieri Ferentino ci ha consegnato un’amara verità: il coraggio abita dove meno te lo aspetti. E il vuoto, talvolta, siede in prima fila.
L’arte squisita dell’irrilevanza
ROBERTO FORMIGONI

Decisamente un’uscita di pessimo gusto, la sua. La classica uscita con cui un ex maggiorente passato alla “storia” per le sue violazioni della legge fa un endorsement ad un Partito che oggi ha deciso di mettere gli alleati in tacca di mira: segnatamente il suo.
Contestualizziamo: che specie negli ultimi tempi tra Antonio Tajani e Matteo Salvini non corra proprio buon sangue politici è un dato. Ed è altrettanto fattuale, per dirla con Vittorio Feltri, che in Lombardia si giocherà una delle partite più accese dei prossimi mesi.
Lombardia dove il coordinatore regionale azzurro Alessandro Sorte di certo non le ha mandate a dire al Carroccio. Così: “La Lombardia corre, ma quando alla guida della Regione c’eravamo noi correva di più”. E Sorte ha tutta l’aria di essere una specie di “sabotatore auorizzato” nel derby per le amministrative 2027 contro Beppe Sala.
La… Sorte del voto amministrativo

Tutto legittimo, se non fosse che alle sue affermazioni è arrivato, puntuale, uno degli endorsement più fuori squadra della storia politica recente di questo strano Paese, quello di Roberto Formigoni.
Che è anch’esso legittimo, ma che abbisogna di un recap: nel 2019 Formigoni venne condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione. E cosa ha deciso di affermare su Libero il desaparecido ex ciellino ed ex governatore della Lombardia?
Cose amene come queste: “Quando c’ero io la Lombardia correva di più? Mi sembra evidente”. Ovviamente lui esclude ogni ritorno alla politica attiva, il che significa che quel ritorno non è escluso affatto. “In questa fase non sono disponibile, poi mai dire mai“. D’altronde in questo bislacca nazione la sorte politica dei pregiudicati è sempre mutevole e possibilista, vedere il caso di Augusta Montaruli di Fdi: “Le Comunali del 2027 invece sono una prova importantissima per Milano e ho esortato i miei compagni di Partito a essere militanti, è la forza di un Partito”.
La preda Beppe Sala

Poi la solita manfrina sull’astensionismo, che invece per il centro destra è la mamma che piove dal cielo. “Il forte astensionismo dipende dal fatto che nessuno si sente più ascoltato e dobbiamo incontrare la gente, raccogliere bisogni e desideri”.
E sulla giunta Sala? Qui basta allinearsi con il Tg4 che al sindaco di Milano sta dedicando più plotoni di esecuzione degli spagnoli con i ribelli californiani. “Le lamentele di tantissimi cittadini e categorie sono l’indice che ha tradito le attese, c’è una volontà implicita di cambiare e dobbiamo renderla esplicita ascoltandoli”.
Sul candidato sindaco Formigoni spiega che “l’importante è che sia la persona giusta la più adeguata a incarnare lo spirito della coalizione. Quando Berlusconi mi scelse nel 1995 non ero iscritto a Fi ma al Cdu, sapeva però che avevo le caratteristiche per rappresentare tutti“.
E qui scatta l’errore in combo con l’ipocrisia di un pregiudicato che parla di cose che ormai non dovrebbero attenergli più. Come si fa a parlare di “spirito di coalizione” si si è tra i primi a rimarcare una linea che quello spirito lo frange?
Revenant.



